Venerdì 13 Agosto 2010 News
Ricette "sgonfiate": più dei rimborsi costano le indagini

Ad un medico era stato contestato un danno di 88mila 684 euro: tre anni di indagine e posizione archiviata. Ad un altro la procura della Corte dei Conti aveva chiesto 191mila euro per un totale di oltre 5mila ricette gonfiate. Dopo cinque anni le ricette cosiddette gonfiate sono risultate essere sette (sette in tre anni di lavoro) e la cifra da ridare si è ridotta a 800 euro. Un altro ancora si è ritrovato una contestazione di 208mila euro: il suo caso si è chiuso con 3.500 euro. La lista di queste sproporzioni è lunga, tanti quanti sono i medici di famiglia che hanno chiuso il contenzioso e definito la loro posizione davanti alla corte dei conti. Tanto da far dire alla Fimmg, associazione di categoria: «È uno scandalo. Il costo dell'inchiesta è ben superiore ai soldi recuperati». L'inchiesta era quella condotta dalla guardia di finanza sui cosiddetti medici iperprescrittori. Partita da una segnalazione nel 2005, aveva coinvolto 564 medici di famiglia. La faraonica indagine sulla carta avrebbe dovuto recuperare qualcosa come 25.428.830,58 euro. «Oggi, a distanza di cinque anni, e alla luce delle ultime sentenze della Corte dei conti si possono cominciare a tirare un po' le somme - spiega l'avvocato Fimmg Paola Ferrari -. La procura ha recuperato solo il 3 per cento delle somme contestate e ciò dimostra la correttezza dei medici di famiglia. Francamente dire che sei ricette sbagliate in tre anni siano colpa grave mi sembra quantomeno eccessivo. A seguito delle istruttorie molti medici hanno patteggiato per evitare ulteriori oneri, qualcuno è riuscito a ottenere l'archiviazione e solo due sono oggi a giudizio innanzi alla Corte. I medici hanno smontato, una a una, le contestazioni, producendo migliaia di documenti a difesa. Lavoro diabolico che poteva essere evitato con un minimo di istruttoria alla fonte e per tempo, da parte delle Asl». Ma c'è di più. «Spesso il costo delle consulenze pagate dalla Procura nei confronti dei medici è superiore al denaro recuperato - sottolinea Gennaro Messuti, avvocato Snami -. Vuole un esempio? A uno dei miei clienti erano stati contestati 90mila euro. È stato condannato a pagarne 2.800 a fronte di una relazione tecnica pagata dall'Asl di 3.700 euro. Se facciamo una media scopriamo che solo per le consulenze hanno speso 200mila euro. E sa quanti ne hanno recuperati? 130mila. Se questo non è sperpero di denaro pubblico. Adesso aspettiamo di mettere la parole fine a tutti i procedimenti e poi presenteremo una controdenuncia contro quei funzionari che hanno fatto dilapidare il denaro pubblico montando accuse che si sono dimostrate in gran parte infondate o che comunque hanno portato a procedimenti che appaiono assolutamente antieconomici rispetto ai risultati ottenuti». In un documento pubblicato sulla pagina del sito lo Snami parla di «indebite pressioni» e di «medici di famiglia messi alla gogna». Se la stragrande maggioranza di questo tipo di «indagini» finiscono in niente, a chi giova tutto questo? Aggiunge Roberto Carlo Rossi presidente Snami Lombardia: «C'è da capire chi ripagherà ora il "danno morale" subito da quei medici che si sono visti contestare centinaia di migliaia di euro e anche chi ripagherà il costo delle indagini svolte se l'esito, per l'Erario, è stato così modesto».

Venerdì 30 Luglio 2010 News
I dieci fattori di rischio per l'ictus


Tutti conosciamo (o crediamo di conoscere) i "big killer" per l'infarto o l'ictus: a più riprese pressione alta, stress, fumo e compagnia sono stati accusati di provocar danni. Adesso arriva la "top ten" dei fattori di rischio che più sono legati alla comparsa di un ictus: l'hanno stilata sulle pagine di Lancet Martin O'Donnell e Salim Yusuf dell'università di Hamilton, in Canada, e i loro collaboratori del progetto Interstroke. AMPIO STUDIO - Il progetto è il fratello gemello dell'analogo Interheart, che ha messo nero su bianco i dieci fattori di rischio più importanti per l'infarto. Per individuare quelli che sono maggiormente responsabili dell'ictus i ricercatori hanno analizzato i dati di 3 mila pazienti e 3 mila "controlli" (persone sane che servono per il confronto) da 22 Paesi nel mondo: ognuno è stato sottoposto a una visita e agli esami del sangue e delle urine, rispondendo inoltre a un questionario specifico per indagare lo stile di vita. I risultati rivelano che i fattori di rischio più spesso responsabili dell'ictus sono, nell'ordine: l'ipertensione, il fumo, l'obesità addominale (la "pancetta", in altri termini), una dieta inadeguata, l'attività fisica insufficiente, i grassi nel sangue, il diabete, il consumo di alcol, lo stress e la depressione, le malattie cardiache. In totale questi dieci elementi rendono conto del 90 per cento di tutti gli ictus ischemici (quelli causati da un coagulo di sangue che va a occludere un vaso del cervello). Per l'ictus emorragico, in cui un vaso cerebrale si rompe, sembrano contare soprattutto pressione, fumo, obesità addominale, dieta e consumo di alcol, mentre pare meno importante il rapporto fra grassi buoni e cattivi nel sangue. PRESSIONE - Molti fattori sono correlati fra loro, ma uno emerge su tutti gli altri: la pressione alta. È associata a un terzo dei casi di ictus e da sola aumenta di due volte e mezzo il rischio. In seconda posizione il fumo: le sigarette raddoppiano il pericolo di ictus, tanto che un paziente su cinque è un fumatore. «Sapevamo che l'ipertensione è il maggior fattore di rischio per l'ictus nei Paesi ricchi, questi dati confermano che lo stesso vale per i Paesi in via di sviluppo - ha commentato Jack Tu, del Sunnybrook Schulich Heart Centre di Toronto, in un editoriale che accompagna lo studio -. Significa che le politiche sanitarie devono, anche in quei Paesi, cercare di fare screening della pressione nella popolazione, offrire terapie adeguate a chi soffre di ipertensione, ridurre il contenuto di sale negli alimenti sul mercato». «È la prima volta che viene condotto uno studio così ampio che coinvolge anche i Paesi poveri, dove gli ictus sono purtroppo molto frequenti - spiegano gli autori -. I primi 5 fattori di rischio della "classifica" sono associati all'80 per cento dei casi di ictus; ne abbiamo aggiunti altri 5 arrivando a coprire il 90 per cento dei casi. È importante notare che nove di questi dieci fattori di rischio (unico escluso, le malattie cardiache) sono anche nella "classifica" dei fattori di rischio per l'infarto stilata attraverso il progetto Interheart: cambia solo l'importanza relativa, perché appunto per l'ictus risulta più determinante l'ipertensione, mentre nel caso dell'infarto il "colpevole" numero uno è un'elevata quantità di grassi nel sangue». Intanto, è in partenza la fase due di Interstroke: saranno arruolati 20mila partecipanti, con lo scopo di valutare eventuali differenze dei fattori di rischio fra persone che vivono in aree diverse di uno stesso Paese, fra gruppi etnici e fra i diversi sottotipi di ictus ischemico; saranno anche valutate le eventuali associazioni fra alcuni geni e il rischio di malattia. Elena Meli

Mercoledì 28 Luglio 2010 News
L'amore è come una droga quando finisce si soffre davvero


Nel cervello gli stessi segnali della sindrome d'astinenza Uno studio scopre gli effetti dell’abbandono sentimentale L'amore è come una droga quando finisce si soffre davvero.
Attenzione ai facili amori estivi: se sono, come spesso accade, destinati a finire dopo le vacanze, rischiano di esporre i neo-innamorati a un'esperienza che, dal punto di vista neurochimico, non è tanto diversa da quella del tossicodipendente che resta senza la sua dose. Nel cervello di chi perde il suo oggetto d'amore, infatti, si accendono le medesime aree cerebrali coinvolte nella sindrome di astinenza da droga. L'hanno dimostrato i ricercatori dell’Università di New York e della Rutgers University del New Jersey diretti da Helen Fisher, utilizzando la risonanza magnetica funzionale in dieci uomini e cinque donne fra 18 e 21 anni, single da due mesi dopo un rapporto che durava da un paio d'anni e selezionati in base alla semplice domanda: «Ti ha lasciato/a e tu non riesci a far a meno di lui/lei?». La ricerca, pubblicata sul Journal of Neurophysiology, non vuole certo giustificare comportamenti estremi come lo stalking o la soppressione fisica di sé o dell'ex, ma potrebbe comunque aiutare a capire i meccanismi neurochimici che stanno alla base di questi fenomeni. Nello studio, i ricercatori hanno fatto compilare ai partecipanti la Passionate Love Scale (PLS), un test che valuta il grado di coinvolgimento amoroso e hanno poi utilizzato come stimolo una serie di fotografie. Mentre la risonanza fotografava l'attività dei circuiti cerebrali, ai soggetti venivano mostrate foto di ragazzi o ragazze simili ai loro ex, foto di personaggi noti e quelle dei loro partner. Quando vedevano l'ex, i partecipanti all’esperimento riferivano sentimenti d'amore, disperazione, ricordi belli e brutti, ma le aree che si accendevano nel loro cervello erano quelle notoriamente correlate al guadagno e alla perdita economica e quelle del desiderio intenso e irrefrenabile, il cosiddetto «craving»: il tegmento e lo striato ventrali, la corteccia prefrontale e orbitofrontale e il giro cingolato. Queste aree, le stesse che si attivano nella sindrome d'astinenza, inoltre, restavano "accese" a lungo. Secondo i ricercatori, infatti, l'amante rifiutato continuerebbe a restare innamorato dell'ex, che in termini neuropsichici rappresenta la ricompensa al suo amore. Ma poiché questa tarda ad arrivare, i neuroni del sistema della ricompensa, gli stessi che si attivano con la droga, ma anche col cibo o le sigarette, prolungano la loro attività. Commenta Donatella Marazziti del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Pisa, studiosa della neurobiologia dell'amore e autrice di importanti ricerche in questo settore: «Questo studio conferma ciò che Andreas Bartels, dell’University College di Londra, individuò per primo nel 2000 con la stessa tecnica, quando confrontò le aree cerebrali dell'innamoramento e dell’amicizia e ipotizzò una specializzazione funzionale corticale per gli stati affettivi, che rende l'amore unico e speciale». «Ma, come abbiamo appena scoperto con uno studio pubblicato sull'ultimo Physiology & Behaviour - prosegue la specialista -, nella donna lo stato ansioso legato alla rottura del rapporto amoroso ha motivazioni ancor più biologiche: la perdita del contatto con i feromoni del maschio. Questi feromoni hanno, infatti, su di lei un effetto anti-stress, che modifica la sua naturale impulsività e rafforza il suo attaccamento affettivo. È bastato mettere 100 nanolitri di estratto ascellare maschile fra narici e labbro superiore delle donne coinvolte nella nostra ricerca, per veder cambiare il loro atteggiamento nei confronti del rapporto d'amore: più sicure, meno timorose, più determinate. Contemporaneamente, si è riscontrata una variazione dei livelli del neurotrasmettitore serotonina. Si tratta di risultati preliminari su pochi soggetti, ma la caccia al feromone anti-abbandono amoroso è aperta». Cesare Peccarisi

Martedì 13 Luglio 2010 News
Farmaci + 60% in 10 anni. Aumento annuo costante del 5%

Un 'boom' del consumo di farmaci pari al 60% in 10 anni, non del tutto giustificato dall'invecchiamento della popolazione italiana, bensì provocato da scarsa appropriatezza prescrittiva e da motivazioni culturali. E' quanto registra il rapporto Osmed 2009, elaborato dall'Istituto superiore di sanità in collaborazione con l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), e presentato in questi giorni a Roma. Fra il 2000 e il 2009, dunque, il report rivela un aumento annuo costante del 5% nel consumo di medicinali. "I motivi demografici - ha spiegato Roberto Raschetti, responsabile del rapporto - possono giustificare solamente una parte, diciamo l'1%, di questa progressiva crescita dei consumi di farmaci, che è ormai un trend consolidato caratterizzato da ampia variabilità a livello regionale". Nel 2009 mercato farmaceutico totale, comprensivo sia della prescrizione territoriale sia di quella erogata attraverso le strutture pubbliche, risulta di oltre 25 miliardi di euro, di cui il 75% a carica del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Come negli anni precedenti, i farmaci cardiovascolari, con oltre 5 miliardi di euro, sono la categoria più utilizzata, con una copertura di spesa da parte del Ssn di circa il 94%. Al secondo posto i farmaci per il sistema gastrointestinale (12,7%), quelli per il sistema nervoso centrale (12,5%) e gli antineoplastici (11,7%), i quali sono erogati quasi per intero (98,8% della spesa) dal Ssn e, insieme ai cardiovascolari, rappresentano un terzo della spesa farmaceutica pubblica. I farmaci dermatologici (88% della spesa), quelli del sistema genito-urinario, gli ormoni sessuali (57%) e i farmaci dell'apparato muscolo scheletrico (53%) sono invece le categorie maggiormente a carico dei cittadini. Quanto alla spesa farmaceutica territoriale complessiva, pubblica e privata, il valore risulta in leggera crescita rispetto all'anno precedente (+1,4%) mentre quella a carico del Ssn diminuisce dell'1,7%. Un trend che si spiega in larga misura con l'aumento delle compartecipazione da parte dei cittadini (ticket +33,3%), dello sconto (+25,6%) e con una diminuzione dei prezzi (-3,2%). Come nel 2008, la Regione con il valore più alto di spesa pubblica per farmaci di classe A è la Calabria, con 275 euro pro capite, mentre il valore più basso si registra nella Provincia Autonoma di Bolzano con circa 149 euro pro capite. La sostanza più prescritta è risultata, nel 2009, il ramipril (antipertensivo) con 47 dosi giornaliere per 100 abitanti (Ddd). Altre sostanze rilevanti per consumo sono l'acido acetilsalicilico usato come antiaggregante piastrinico (42 Ddd) e l'amlodipina (27 Ddd).

Mercoledì 7 Luglio 2010 News
Fazio, non escludo famacie on-line

Non escludo l'ipotesi che anche l'Italia, a fronte di precise garanzie, possa dare via libera alle farmacie on-line, solo ed esclusivamente per la vendita di farmaci senza ricetta". Lo ha detto all'ANSA al suo arrivo a Bruxelles il ministro per la Salute, Ferruccio Fazio, in occasione del Consiglio dei Ministri della Salute europei, sotto la neopresidenza Belga dell'Unione Europea. La regolarizzazione delle farmacie on-line in Europa è in discussione informalmente in sede comunitaria oggi a Bruxelles. La posizione dell'Italia, prima di netta chiusura, "potrebbe quindi ammorbidirsi". Perplessità vengono espresse da Federfarma. "I cittadini italiani - commenta la presidente Annarosa Racca - hanno già una grande offerta per l'acquisto di farmaci. Nel nostro Paese c'è infatti un regime di ampia concorrenza, grazie alle 17.500 farmacie diffuse capillarmente sul territorio nazionale, e i corner e le parafarmacie che possono vendere farmaci da banco senza ricetta". "Inoltre abbiamo lavorato molto anche sugli orari delle farmacie - continua - per ampliarli e renderli più flessibili, e contro la contraffazione". E sull'ipotesi di aprire nuove farmacie online per i medicinali senza ricetta, aggiunge: "non so quanto possa essere utile acquistare un analgesico per il mal di testa che magari viene recapitato 2-3 giorni dopo, quando il disturbo è passato. Generalmente le farmacie online, aperte all'estero, esistono per vendere farmaci per cui serve la prescrizione e che magari il medico non dà". Se invece l'idea del ministro Fazio fosse quella "di consentire alle farmacie esistenti di vendere anche online - conclude Racca - allora siamo disponibili ad aprire una discussione". Parere positivo giunge invece dall'Aduc. Se si arrivasse alla legalizzazione del commercio online di farmaci a livello europeo, afferma l'associazione di consumatori, l'Italia dovrebbe porre fine all'attuale divieto, e ne deriverebbero benefici notevoli per i consumatori italiani. "Innanzitutto aumenterebbe la concorrenza e diminuirebbero i costi dei farmaci: si potrebbe così scegliere - continua l'Aduc - fra un numero potenzialmente illimitato di farmacie in tutta Europa, evitando i costi legati alla distribuzione ogni volta che ci si reca fisicamente in farmacia. Soprattutto, si offrirebbe un canale regolamentato e controllato di vendita online, già oggi molto utilizzato in Italia con tutti i rischi e pericoli legati alla situazione di illegalità. Ci auguriamo che il ministro Fazio non ceda alle inevitabili pressioni delle lobby dei farmacisti e si adoperi per offrire ai consumatori uno spazio dove acquistare farmaci online in sicurezza". Fazio comunque non ha ancora consultato i farmacisti. "Adesso - prosegue il ministro -, ma anche in passato, ho avuto molto pressioni per allinearci sulle posizioni della maggioranza degli altri Stati membri. Tutto sommato stiamo valutando una posizione più moderna: quella di aprire probabilmente ai farmaci senza ricetta". Sulla questione, il Parlamento europeo si pronuncerà il prossimo novembre in sessione plenaria. "La posizione prevalente è di apertura e vorrei ricordare - ha proseguito Fazio - che alcuni paesi come la Gran Bretagna hanno già delle farmacie on line regolate dalla legislazione nazionale. Noi non le abbiamo, ma per i farmaci non prescrivibili potrebbe essere una soluzione". Del resto, ha proseguito il ministro, questa misura si porta dietro dei meccanismi di anticontraffazione, quindi di sicurezza", che potrebbe indurci a modificare la nostra posizione di totale chiusura, ma solo - ribadisce - per i farmaci non prescrivibili".

Giovedì 1°  Luglio 2010 News
L'iPad debutta in corsia a Monza, test anche al Niguarda

In corsia le informazioni viaggiano in versione 'bit'. Succede in Lombardia, dove l'iPad ha fatto il suo ingresso negli ospedali. Pioniere l'ospedale San Gerardo di Monza, prima struttura sanitaria italiana a usare il nuovo Apple iPad per prescrivere farmaci in tempi record, con un'applicazione iPad nativa, ossia costruita appositamente sulla 'tavoletta' e per la 'tavoletta' e 'interfacciabile' anche con apparecchiature elettromedicali. Sulla stessa strada anche l'ospedale Niguarda di Milano con il suo 'iClinic', un progetto per consultare la cartella clinica elettronica su iPhone e iPad.A Monza la sperimentazione è in corso: con un investimento di poco più di 10 mila euro e 6 di questi mini-pc da gestire con il 'touchscreen', i camici bianchi del reparto Malattie infettive diretto da Andrea Gori da alcuni giorni prescrivono farmaci ai pazienti e ne monitorano le terapie, con un semplice clic. Gli iPad protagonisti del progetto pilota sono collegati tra loro mediante una rete wi-fi protetta, l'applicazione che usano si chiama 'iTherapy' e consente fin da subito, spiegano gli esperti dell'ospedale in una nota, "importanti evoluzioni di utilizzo. Sarà possibile estenderla in futuro ad altre aree sanitarie, integrarla con archivi, cartelle cliniche preesistenti e apparecchiature elettromedicali". L'iPad, proseguono, "è attualmente utilizzato in Day hospital e velocizza i tempi burocratici dei medici e degli infermieri a vantaggio dell'assistenza del malato". Il Niguarda ha puntato su una soluzione di telemedicina che renda disponibili al letto del paziente tutte le funzionalità necessarie a medici e infermieri per la cura. La sperimentazione è pronta al debutto e prevede l'uso di iPhone, iPad e Portale Clinico (cartella elettronica del Niguarda). L'attenzione è rivolta in particolare all'uso del diario clinico durante il giro visite, alla visualizzazione di dati clinici anche complessi e di immagini ad alta definizione. Per la semplicità d'uso in modalità touchscreen e la sicurezza garantita, iClinic, assicura l'ospedale, è candidata a diventare "uno strumento essenziale nella quotidianità di medici e infermieri". Sarà valutata anche la possibilità di usare 'iClinic' in assistenza domiciliare.

Giovedì 24 Giugno 2010 News
Clopidogrel e inibitori di pompa protonica

L'impiego degli inibitori di pompa protonica (PPI) associati al clopidogrel è comune nella pratica clinica con la finalità di ridurre il rischio di emorragie gastroduodenali. Tale associazione è stata però messa in discussione in quanto esiste la possibilità che gli inibitori di pompa riducano l'efficacia antiaggregante del clopidogrel, agendo mediante una inibizione competitiva a livello del citocromo P450 2C19, che interviene anche nel metabolismo del clopidogrel trasformandolo nei suoi metabolici attivi. Due studi, recentemente pubblicati, sono discordanti rispetto alla valutazione di questo problema.
Ray e collaboratori hanno valutato retrospettivamente 20.596 pazienti che assumevano clopidogrel, ospedalizzati per infarto miocardico acuto, rivascolarizzazione coronarica o angina instabile; di questi, 7.593 pazienti assumevano anche PPI, mentre 13.003 non li assumevano. Il gruppo che assumeva PPI ha avuto un'incidenza di ospedalizzazione per episodi di sanguinamento acuto gastrointestinale inferiore del 50%. Non si sono avute al contrario variazioni nei 2 gruppi per quanto riguarda il rischio di gravi recidive cardiovascolari.
In un altro studio di tipo retrospettivo, condotto da Stockl e collaboratori, è stato confrontato un gruppo di 1.033 pazienti dimessi dopo ricovero per infarto miocardico o posizionamento di stent coronarico e in trattamento con clopidogrel e PPI, verso un campione eguale per numerosità e patologia ma curato solo con clopidogrel. Dopo 1 anno i pazienti che assumevano clopidogrel associato a PPI avevano un rischio di riospedalizzazione per infarto miocardico più alto del 93% e più elevato del 64% per il rischio combinato di riospedalizzazione per infarto miocardico o posizionamento di stent.
In conclusione, il problema se sia indicato associare o no PPI al clopidogrel ancora non è risolto.

Wayne A. Ray et Al. Ann Intern Med. 2010;152:337-345.
Karen M. Stockl et Al. Arch Intern Med. 2010;170(8):704-710.


Venerdì 4
Giugno 2010 News
Errori medici: arriva il «conciliatore»

Diventa obbligatorio per legge il tentativo di trovare un accordo tra cittadini e sanitari Il chirurgo nel richiudere il taglio dopo un’operazione all’addome si è scordato di togliere una garza. Poche settimane dopo il paziente avverte dei dolori e si scopre che all’origine c’è proprio quel pezzettino dimenticato. È uno dei casi più eclatanti di errore medico. L’esito è un lungo contenzioso legale tra famiglia e sanitari, anni di battaglie in tribunale. Dalla primavera del prossimo anno prima di arrivare davanti ai giudici sarà obbligatorio un tentativo di conciliazione come prevede un decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 4 marzo scorso che da seguito alle disposizioni di una legge del 2009 sulle controversie civili e commerciali. La finalità è abbreviare i tempi e favorire il dialogo, lo scambio, l’ascolto tra medico e malato. La mancanza di contatti «è molto spesso alla base del conflitto» è convinto Italo Partenza, avvocato civilista. Una novità che potrà incidere in modo sensibile sul modo di gestire le denunce in ambito sanitario, in continuo aumento. FENOMENO IN AUMENTO - Oggi questi fascicoli rappresentano il 5% dell’intero ramo della responsabilità civile trattato dalle assicurazioni italiane. Crescono soprattutto i casi intentati contro i singoli medici. In 14 anni sono saliti del 200%, mentre sono circa 30 mila all’anno le denunce raccolte dall’Ania, l’associazione delle imprese di assicurazione. E ad andare in crisi più di quanto già avvenga è il rapporto tra dottori e familiari, uno dei problemi della medicina del Duemila. Secondo il 60% dei medici l’obbligo del tentativo di conciliazione è un’opportunità per cercare di recuperare questo rapporto. Se ne è parlato oggi al convegno organizzato a Roma dalla Fondazione Previasme, organizzazione con scopi di promozione civile, solidarietà sociale e mutualità. Un confronto tra categorie mediche, assicuratori, sindacati. «È un meccanismo che riguarderà tutti gli eventi di responsabilità civile, anche mortali o che si presume abbiano danneggiato bambini. L’obiettivo è raggiungere un accordo tra le parti, cioè tra il cittadino e il medico oppure l’azienda ospedaliera. Credo che un elemento chiave per la riuscita della conciliazione sarà l’ascolto. Il conflitto in genere è determinato dall’assenza di contatti tra chi si sente danneggiato e chi è accusato di averlo fatto», dice Partenza. LA NUOVA FIGURA DEL MEDIATORE - È prevista la nascita di una nuova figura. Il mediatore che dovrà essere disegnata. Potrà essere un avvocato, un medico o un ex giudice di pace appositamente formati. Il nuovo sistema dovrebbe portare con se dei vantaggi dal punto di vista dell’impegno necessario per raggiungere un accordo. La finalità non sarà quella di ottenere sconti di pena ma di favorire una soluzione meno dispendiosa sul piano del tempo e dell’emotività. Secondo un’indagine di Assomedico (che studia pacchetti di polizze in ambito sanitario) l’88,5% dei medici sono favorevoli all’introduzione di un processo di mediazione 0erchè porterà ad una riduzione di costi e tempi rispetto all’iter giudiziario. La crescita delle denunce è accompagnata dall’aumento dei premi assicurativi pagati da Asl e singoli medici. Dai circa 35 milioni del ’94 si è passati ai 453 milioni del 2007. Roberto Manzato, direttore Danni non auto e vita di Ania fa notare che non tutte le aziende o i singoli professionisti scelgono la strada di una polizza: «Questi numeri non fotografano il fenomeno in modo completo – dice -. La stipula di un’assicurazione tende a mantenere intatto il patrimonio dei cliente, in caso di risarcimento. Ci sono però anche grandi aziende, ad esempio il policlinico Umberto I di Roma, che si auto assicurano e provvedono per conto proprio. Lo stesso può succedere per il medico». Manzato giudica positivamente il tentativo di conciliazione «ma attenzione al risvolto della medaglia, alla nascita di nuove figure che chiameremo cacciatori di ambulanze, interessati a spingere perché vengano presentate denunce infondate. Non sono inoltre del tutto sicuro che questo nuovo meccanismo mitighi il costo delle polizze».

Giovedì 13 Maggio 2010 News
Otto medici su dieci prescrivono esami inutili per paura di contenziosi legali

Sono sempre di piu' i medici che prescrivono consulti superflui, piu' esami del necessario o ricoveri al posto di interventi in ambulatorio. Tutto questo per evitare contenziosi legali con il paziente, una pratica nota come 'medicina difensiva'.
Gli esperti dell'Universita' Cattolica di Milano hanno raccolto in un volume le loro proposte per superare questo fenomeno, causato soprattutto dal timore del medico di ripercussioni legali. Il libro nasce dagli sforzi del Centro Studi 'Federico Stella' sulla giustizia penale e la politica criminale (Csgp) della Cattolica, su proposta e con la consulenza della Societa' italiana di Chirurgia. L'indagine documenta che quasi otto medici su dieci (77,9%, su piu' di 300 chirurghi intervistati) hanno assunto un atteggiamento di medicina difensiva nell'ultimo mese di lavoro. Tra questi, sette su dieci (69,8%) hanno proposto il ricovero di un paziente che si poteva gestire in ambulatorio, il 58,6% ha richiesto un consulto non necessario ad altri specialisti e il 26,2% ha escluso da alcuni trattamenti dei pazienti 'a rischio'. A utilizzare la medicina difensiva sono soprattutto i dottori piu' giovani, il 92,3% dei camici bianchi di età compresa tra i 32 e i 42 anni contro il 67,4% di quelli tra 63 e 72 anni. Secondo gli esperti del Csgp, che comprendono chirurghi e giuristi, un sistema professionale come quello medico, a rischio continuo di indagine penale, non e' un sistema piu' attento e diligente ma riduce i rischi di chi agisce cercando maggiori tutele formali, a scapito dell'utenza. Da qui la loro proposta di riforma legislativa, che organizzi sistemi per la registrazione e gestione degli errori medici, al fine di aumentare la sicurezza del paziente e di ridurre il rischio, ma anche che tratti dal punto di vista normativo le criticita' del sistema sanitario e che permetta a tutti i livelli di poter imparare dai propri errori, senza che i medici abbiano l'ansia costante di una causa legale. 

Martedì 4 Maggio 2010 News

Al via rivoluzione Ecm, convegni medici con nuove regole

La tanto attesa rivoluzione del sistema Ecm (Educazione continua in medicina) diventa realtà. Da sabato tutti i congressi medici e gli eventi di formazione medico-scientifica dovranno fare i conti con le nuove regole messe a punto dalla Commissione ministeriale sull'Ecm. Finora il nuovo sistema aveva interessato solo gli eventi di formazione a distanza (Fad), l'e-learning, ma dal primo maggio cambia tutto anche per gli appuntamenti residenziali. Nuove regole su accreditamento dei provider, pubblicità, sponsorizzazione, conflitto di interessi e tanto altro ancora. Novità accompagnate da qualche polemica. A tuonare contro il nuovo sistema è Federcongressi. "Queste nuove disposizioni - sottolinea il presidente di Federcongressi Paolo Zona - sono penalizzanti nei confronti degli sponsor commerciali. Mettono a rischio i congressi medici". E non solo. "Penalizzano l'intera filiera della meeting industry, mettendo a rischio di sopravvivenza soprattutto le numerose aziende di dimensioni medio-piccole che operano prevalentemente nel settore medico-scientifico".Non la pensa così il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) e vicepresidente della Commissione ministeriale sull'Ecm, Amedeo Bianco. "Mi sembra una preoccupazione esagerata e una visione eccessivamente commerciale", dichiara all'ADNKRONOS SALUTE. "Abbiamo cercato di rendere il sistema più trasparente. D'altronde - aggiunge - in un settore così delicato l'attenzione deve essere salvaguardata. Dovevamo scegliere tra un sistema con poche regole ma chiuso e uno con più regole ma aperto". Da sabato, quindi, si cambia. Le nuove regole riguardano ad esempio il processo di accreditamento dei provider. Viene stabilito che l'ente accreditante, entro sei mesi dalla domanda, verifichi l'idoneità della documentazione e l'attività Ecm svolta dal provider, effettui visite in loco per accertare la corrispondenza dei requisiti, aggiorni l'Albo nazionale dei provider Ecm. E ancora, può ammonire, sospendere e revocare l'accreditamento.Novità anche in materia di pubblicità. Il regolamento della Commissione stabilisce che la pubblicità e le attività promozionali di qualsiasi genere (inclusi quindi pasti, attività sociali e altro) non debbano interferire né disturbare sotto qualsiasi forma l'attività Ecm. E' inoltre vietata la pubblicità di qualsiasi tipo per specifici prodotti di interesse sanitario (farmaci, strumenti, dispositivi medico-chirurgici, etc.) nelle sedi di attività Ecm, mentre è consentita in sedi adiacenti. Per quanto riguarda lo sponsor commerciale, vale a dire il soggetto privato che fornisce finanziamenti, risorse o servizi a un provider Ecm in cambio di spazi di pubblicità, il nuovo sistema stabilisce che può essere indicato, in modo discreto, nell'ultima pagina di depliant e programmi. Fissate anche una serie di regole di trasparenza. Ad esempio non possono esserci interferenze dello sponsor nel reclutamento dei partecipanti. Soprattutto è stabilito che nessun soggetto che produce, distribuisce, commercializza e pubblicizza prodotti farmaceutici, omeopatici, fitoterapici, dietetici, dispositivi e strumenti medici, possa organizzare e gestire, direttamente o indirettamente, eventi e programmi Ecm. La riforma non sembra però piacere a tutti. Zona, il presidente di Federcongressi, è preoccupato per il contraccolpo che queste nuove regole avranno sull'intero settore della meeting industry, e si rivolge con una lettera al ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. "La prevista destituzione dello sponsor commerciale da ogni funzione imprenditoriale e di immagine - si legge nella lettera - non contrasta soltanto con l'evidenza storica dell'organizzazione degli eventi ma, molto più gravemente, porta inesorabilmente al blocco di quegli investimenti etici e trasparenti che avranno drammatica ripercussione sia sulla qualità sia sulla quantità dell'attività formativa e congressuale". Secondo il numero uno di Federcongressi, "l'interruzione di queste attività non riguarderà solo gli incontri educazionali-formativi disseminati su tutto il territorio nazionale ma, in scala geometrica, coinvolgerà il congressuale nazionale e internazionale, penalizzando quindi l'intera filiera della meeting industry e mettendo a rischio di sopravvivenza soprattutto le numerose aziende di dimensioni medio-piccole che operano prevalentemente nel settore medico-scientifico".Di tutt'altro avviso il vicepresidente della Commissione ministeriale sull'Ecm, Bianco, che difende la riforma. "Stiamo parlando di regole sopportabili che non penalizzano il sistema. Mi sembra ci sia una preoccupazione eccessiva". Anche riguardo i tempi di attuazione delle nuove regole, il vicepresidente della Commissione tranquillizza tutti gli operatori del settore. "La data di partenza è fissata per il primo maggio ma - spiega - ci siamo preoccupati di creare un 'cuscinetto'. Stiamo infatti lavorando a una fase intermedia per gestire gli eventi già accreditati con le vecchie regole. Queste deroghe - conclude Bianco - potranno valere per l'anno in corso, dopodiché tutto il sistema dovrà funzionare a regime".

 

Mercoledì 28 Aprile 2010 News
Censis, gli italiani contenti del medico di famiglia

Italiani soddisfatti dei servizi sanitari, emerge dall'indagine realizzata dal Censis, e il giudizio migliore spetta alle farmacie, i cui servizi sono di buona qualità per il 62% degli italiani, sufficienti per il 35%, mediocri o scarsi solo per il 2%. Il medico di medicina generale (per il 92% qualità buona o comunque sufficiente, inadeguata solo per l'8%) continua a rappresentare un elemento cardine. Positive anche le opinioni sui pediatri di libera scelta (promossi dal 90%). Seguono i laboratori di analisi pubblici (84%), ambulatori e consultori pubblici (84%), ospedali e pronto soccorso (81%), strutture di riabilitazione pubbliche (73%), assistenza domiciliare (72%).E' pari al 64,4% la quota di italiani che ritengono che i servizi amministrativi della propria Asl siano efficienti e ben organizzati, contro il 35,6% che si esprime in termini opposti. Questa opinione positiva trova d'accordo soprattutto i residenti del Nord-Ovest e del Nord-Est (rispettivamente il 73,9% e l'83,7%), ma diminuisce nettamente nel Mezzogiorno (54,3%) e al Centro (51,5%). Ma restano non pochi i problemi legati al territorio. Il sistema di offerta è ancora disomogeneo a svantaggio delle regioni meridionali soprattutto con riferimento a ospedali e pronto soccorso (in questo caso il giudizio negativo supera il 26% contro una media nazionale del 19%), assistenza domiciliare (scarsa per il 34% a fronte del 28% registrato a livello nazionale) e strutture di riabilitazione (34% contro 27%).

 

Lunedì 19 Aprile 2010 News
Sempre più care polizze per rischi sanitari

Costa caro ai medici assicurarsi contro i rischi sanitari. Secondo una stima dell'Amami, l'Associazione per i medici accusati di malpractice ingiustamente, negli ultimi 15 anni le compagnie di assicurazione hanno aumentato il costo dei premi per le polizze del 250% Un costo che per alcuni camici bianchi diventa un vero e proprio 'salasso', ad esempio per i ginecologi e i chirurghi plastici. «Questi specialisti possono arrivare a pagare fino a 10 mila euro l'anno. Dieci volte di più di quanto paga un medico di famiglia o uno pneumologo». Parola di Maurizio Maggiorotti, presidente Amami, che traccia all'AdnKronos Salute una stima sui costi delle polizze assicurative contro i rischi professionali dei medici. Al primo posto in questa speciale classifica ci sono quindi i ginecologi e i chirurgi plastici. «Questi ultimi - spiega Maggiorotti - non solo pagano premi altissimi, ma hanno anche difficoltà a trovare una compagnia disposta ad assicurarli. Spesso si ritrovano costretti a rivolgersi all'estero o a compagnie poco affidabili». A completare il podio dei camici bianchi che pagano di più per le assicurazioni troviamo gli ortopedici e i chirurghi. «Mediamente un ortopedico - spiega il numero uno dell'Amami - paga almeno 4 volte di più, ad esempio, di un dermatologo. Diciamo che grosso modo il premio può variare dai 3 ai 5 mila euro l'anno». Ma lo stesso vale anche per i professionisti del bisturi. «Anche per i chirurghi i prezzi delle polizze sono 'pesanti'. Soprattutto per i cardiochirurghi e gli specialisti della chirurgia vascolare», sottolinea Maggiorotti. A fare i conti con polizze costose anche i radiologi. «Per loro i prezzi possono variare dai 3 ai 5 mila euro l'anno. Per questi specialisti - aggiunge l'esperto - il rischio è legato soprattutto alla mancata diagnosi». Secondo i dati pubblicati sul sito dell'Ania, tra il 1994 e il 2007, il numero dei sinistri denunciati alle compagnie di assicurazione per le due coperture assicurative (responsabilità civile delle strutture sanitarie e responsabilità civile dei medici professionisti) si è più che triplicato, passando da circa 9.500 a quasi 30 mila. In particolare, se le denunce relative alle strutture sanitarie sono rimaste pressoché invariate negli ultimi quattro anni, quelle riguardanti i singoli medici hanno mostrato una costante crescita in quasi tutto il periodo di osservazione e particolarmente nell'ultimo anno a disposizione: 13.415 (+12,2% nel 2007). A pagare il dazio di questa situazione sono anche i cittadini. «Per evitare di incorrere in denunce o contenziosi infondati - spiega Maggiorotti - i medici oggi tendono a cautelarsi prescrivendo ricoveri, esami e farmaci in eccesso (i cui costi ricadono sulla collettività) o peggio tendono a evitare di trattare casi a rischio di insuccesso. Ne consegue - conclude - che il danno costituito dalle denunce infondate dirette ai medici finisce per ricadere anche sui cittadini».