Venerdì 5 Marzo 2010 News
Dal medico di famiglia 1 su 3 con dolore cronico


Negli ambulatori dei medici di famiglia quasi 1 paziente su tre soffre di dolore cronico. Il 27% degli assistiti soffre infatti di una malattia importante associata a dolore cronico: artrosi (20,45%), artrite reumatoide (0,85%) o tumori (6,07%). E' quanto emerge dall'indagine 'Il comportamento prescrittivo dei medici di medicina generale', promossa dalla Società italiana di medicina generale (Simg) con il supporto del Centro studi Mundipharma. Lo studio ha coinvolto 500 medici italiani, per un totale di 789.284 pazienti. «Il medico di famiglia - sottolinea in una nota Claudio Cricelli, presidente Simg - è dunque il primo interlocutore per la cura del dolore, uno dei fattori più importanti che condizionano la qualità di vita delle persone». Lo studio ha quindi analizzato le diverse scelte del medico per il trattamento del dolore. Secondo l'indagine, il 36,9% delle prescrizioni riguardano i Fans (farmaci anti-infiammatori non steroidei), il 9,5% analgesici oppiacei e il 3,9% il paracetamolo. «Dai risultati dello studio - si legge in una nota del Centro studi Mundipharma - emerge ancora una volta che la percentuale di prescrizioni degli oppioidi nel trattamento del dolore è molto contenuta in Italia: fatto che pone il nostro Paese in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Questo aspetto emerge anche dai nostri dati secondo i quali a settembre 2009 l'Italia si classificava ultima in Europa per spesa pro capite destinata agli oppioidi, con un valore pari a 0,83 euro, contro una media europea di 3,87 euro (valore massimo della Germania: 8,42 euro)». «Oggi - spiega Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e le cure palliative - grazie a un'ordinanza ministeriale del 20 giugno 2009 è stato abolito il ricettario speciale per la prescrizione dei farmaci oppioidi che ne limitava di fatto l'utilizzo. Questo provvedimento mira a rendere più accessibili ai tanti malati con dolore cronico le cure più idonee, attraverso l'impiego di terapie a base di morfina, ossicodone, fentanyl o buprenorfina, farmaci fino a poco tempo fa poco accessibili. Oggi il medico ha dunque a disposizione più possibilità di cura, che dovrebbe sfruttare al meglio per garantire la migliore assistenza al proprio paziente».

«Le nuove norme - aggiunge Cricelli - favoriscono e facilitano la prescrizione dei farmaci oppioidi e permettono oggi di superare le antiche barriere burocratiche e ideologiche che ne impedivano la diffusione. Eppure, al fine di sfruttare queste nuove opportunità terapeutiche, è anzitutto necessario che il medico di medicina generale abbia la possibilità di seguire un adeguato percorso formativo sull'utilizzo di questi farmaci e le loro potenzialità». Sempre secondo i dati del Centro studi Mundipharma, qualche segnale di 'inversione di marcia' si riscontra se si analizza la percentuale di variazione dei consumi tra settembre 2009 e lo stesso periodo dell'anno precedente: «con +16,4%, infatti, l'Italia è il Paese che ha registrato il maggior incremento in Europa, facendo ben sperare per un adeguamento agli standard europei». L'impiego di analgesici oppiacei è maggiore nelle regioni del Centro (11,10%) e del Nord (10,49%), rispetto al Sud d'Italia (7,7%): la regione più virtuosa risulta essere la Toscana (17,2%), mentre il Lazio, con l'8,6%, registra la prevalenza d'uso più bassa.
 

Giovedì 4 Marzo 2010 News
Madri in rivolta contro business staminali cordonali

Una madre ha lanciato una dolorosa denuncia: esistono banche di sangue cordonale che potrebbero essere utili a molti bambini malati ma l'ombra di un business o peggio, di una truffa, potrebbe bloccare la loro speranza di guarigione. Luca, bolognese, 6 anni il prossimo agosto, dall'autunno del 2008 lotta contro il cancro. Soffre di leucemia ma continua a sorridere nonostante la chemio, la nausea, i capelli che cadono, gli occhi rimasti senza ciglia. Per i bimbi come lui un trapianto di staminali da cordone, stoccate in biobanche grazie alla generosità di genitori che al momento del parto accettano la donazione solidaristica di queste cellule, può fare la differenza tra la vita e la morte. «Ma le difficoltà sono tante», denuncia la madre Barbara Bettucchi, 39 anni, maestra elementare. «In Italia la rete di raccolta ha troppi 'buchi' e la disinformazione dilaga», veicolata da mamme vip che «nelle interviste raccontano di come conserveranno all'estero il cordone del loro bimbo», per poterlo usare nel caso in cui il figlio si dovesse ammalare un giorno, e «di come questo gesto sia assolutamente da imitare se si è dei genitori responsabili». Barbara non ci sta e affida all'AdnKronos Salute la sua disperazione, quella del marito Fabrizio e di tutte le madri che combattono contro il tumore dei figli. Giovani vite che rischiano di spezzarsi nelle corsie di un ospedale. «Queste signore, spesso ricche, madri di bambini che probabilmente e per fortuna non si ammaleranno mai, non hanno la più pallida idea di quello di cui parlano. Perché anche nella sfortunatissima ipotesi che ai loro bimbi accada ciò che è accaduto a Luca - avverte Barbara - di quel cordone», negato a persone già malate che potrebbero beneficiarne subito, «non se ne farebbero proprio niente». E mentre è ancora calda la denuncia lanciata negli Usa da Irving Weissman, esperto di medicina rigenerativa all'università di Stanford in California, convinto che dietro il business della raccolta di cellule cordonali per uso autologo si nasconda «una grande truffa», un business che può costare alle famiglie «fino a 150 mila dollari», contro i 'signori delle staminali' le mamme italiane si alleano su Facebook. «Sulla mia pagina ho pubblicato una lettera - dice la madre coraggio - In Rete ho raccolto tante storie come la nostra», ma anche vicende «altrettanto drammatiche» di persone che si sono ammalate in età adulta. «Altri genitori li ho conosciuti in reparto, al Centro di oncoematologia pediatrica 'Lalla Seragnoli' del Policlinico Sant'Orsola-Malpighi di Bologna, dove Luca è in cura. Cerchiamo di fare informazione per un futuro migliore, perché la nostra sofferenza possa servire a qualcuno».
 

Martedì 16 Febbraio 2010 News
Tumori: un super-raggio per «bruciarli» con i protoni
Tumori: un super-raggio per «bruciarli» con i protoni
Apre il centro di adroterapia di Pavia. È il quarto al mondo. Servirà nei casi non operabili. È un super-raggio invisibile che arriva fin dentro il Dna delle cellule del tumore e lo distrugge. A produrlo è un complicato sistema di macchine acceleratrici e di linee di trasporto che portano, direttamente sul paziente in sala operatoria, fasci di particelle subatomiche, capaci di aggredire anche quel 5 per cento di tumori non operabili o resistenti alle normali radioterapie. La nuova terapia è adesso disponibile anche in Italia, a Pavia, dove è stato inaugurato ieri, alla presenza dei ministri Ferruccio Fazio, Giulio Tremonti e Umberto Bossi, il primo Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (gli adroni sono appunto le particelle utilizzate, protoni e ioni di carbonio), il quarto al mondo, dopo quelli di Chiba e Hyogo, in Giappone, e di Heidelberg, in Germania.
SINCROTRONE - A produrre e ad accelerare gli adroni è un sincrotrone realizzato dall’Istituto italiano di fisica nucleare. «Si tratta di un acceleratore di particelle — spiega Sandro Rossi, direttore tecnico della Fondazione Cnao — con due sorgenti che generano ioni carbonio e protoni. Questi ioni girano nel sincrotrone a una velocità iniziale di circa 30 mila chilometri al secondo e vengono, poi, accelerati fino all’energia desiderata, scelta dal medico in base alla profondità del tumore». Il fascio viene poi avviato alla sala di trattamento (ce ne sono tre, mentre una quarta servirà per la ricerca): in quella centrale si trova «sospeso» un magnete di 150 tonnellate che serve a curvare di 90 gradi il fascio di particelle e a dirigerlo, dall’alto, sul paziente. Possono bastare 2-3 minuti per l’irradiamento e, in media, una decina di sedute per completare il ciclo di terapia. «Questo trattamento, però — ricorda Roberto Orecchia, direttore scientifico della Fondazione Cnao — non sostituisce la radioterapia convenzionale, ma è un’arma in più». Alcune delle forme «difficili» che si potranno trattare con la adroterapia sono i sarcomi, i tumori del sistema nervoso centrale, quelli della testa e del collo, i melanomi dell’occhio, ma anche tumori cosiddetti non a piccole cellule del polmone o le neoplasie primitive del fegato. A oggi, in tutto il mondo, 50 mila pazienti sono stati trattati con protoni e oltre 6 mila con ioni carbonio con ottimi risultati. Una particolarità di questa terapia è, infatti, la capacità di penetrare in profondità, ma salvaguardando i tessuti sani. Il centro pavese avvia ora la sua fase di sperimentazione, che si concluderà nell’ottobre del 2011, e da allora comincerà la vera e propria attività di cura routinaria. Lavorerà a pieno regime nel 2013, quando sarà in grado di curare circa 3000 pazienti in un anno.

 

Martedì 9 Febbraio 2010 News

 

Venerdì 5 Febbraio 2010 News
Vaccinazione? No, grazie

Da un’estesa ricerca Key-Stone per la prima volta in Italia indagati atteggiamento e comportamenti delle famiglie e le ragioni della rinuncia alla vaccinazione. Nonostante il 17% dichiari che l’Influenza suina abbia contagiato almeno un componente della propria famiglia e abbia coinvolto oltre il 50% delle scuole frequentate dai figli, il 97% è contrario alla vaccinazione. Ma sono cambiate le abitudini igieniche nel 60% dei casi. Conclusa un’ampia ricerca Key-Stone svolta su un campione rappresentativo di 600 famiglie italiane.Dalla ricerca, pubblicata su Il Sole 24 Ore Sanità del 12-18 gennaio 2010 emergono alcune evidenze, riportate anche dall’agenzia ANSA, che mostrano come gli Italiani hanno reagito con maturità e consapevolezza, senza atteggiamenti irrazionali.
No al vaccino per il 97%. Anche se scopo preventivo sono cambiate le abitudini igieniche, resta forte l’opposizione alla vaccinazione; solo nel 5% delle famiglie almeno un componente si è sottoposto al vaccino e l’intenzione a effettuarlo in futuro è quasi irrilevante (2%). A pesare sulla decisione di non vaccinarsi soprattutto la sfiducia nei confronti dei vaccini in generale (25%) o di questo in particolare di cui non si è certi di sperimentazione e sicurezza (24%) e parere contrario del medico (21%), nonostante le indicazioni ricevute dal Ministero della Sanità.
Nell’informazione spicca il ruolo del medico per il 29%. La TV come sempre è canale fondamentale d’informazione, ma spicca il ruolo del medico che per dei casi. Al 29% anche giornali e riviste e Internet al 17%.
Niente panico per l’80%. Le reazioni alle notizie sono state principalmente di calma e fiducia, e solo il 20% ha manifestato preoccupazione o paura. La tranquillità si riscontra maggiormente tra chi ha chiesto informazioni al proprio medico.
Informati e consapevoli nell’85% dei casi. Ma le informazioni contrastati ricevute dai diversi mezzi hanno portato all’idea, ampiamente condivisa, di un allarmismo eccessivo per il 71% degli intervistati probabilmente creato per “interessi” di vario genere per il 98% di questi.
Per il 60% più igiene. La diffusione del virus ha inciso sui comportamenti preventivi di tipo igienico sanitari per il 59% delle famiglie, di cui l’80% ha aumentato l’acquisto di disinfettanti per le mani. Invece le abitudini sociali sono cambiate solo per il 12%, evitando luoghi affollati, mezzi pubblici, ecc.
Reazioni a sintomi influenzali senza paura per il 96%. Nel 69% delle famiglie si sono presentati sintomi di malattie influenzali (non solo da H1N1), ma ben il 43% ha pensato si trattasse di una normale influenza lasciandola al suo decorso e solo il 4% ha provato realmente timore recandosi, in rarissimi casi (1%), al pronto soccorso.
Almeno un caso di infezione da H1N1 nel 17% delle famiglie. La malattia ha riguardato nel 79% dei casi i bambini. E sempre riguardo i più giovani, nonostante sia stata riscontrata la presenza del virus nel 52% delle scuole frequentate dai figli degli intervistati, solo il 4% ha avuto paura del contagio e tenuto a casa i bambini.

In conclusione, gli Italiani hanno dimostrato un atteggiamento maturo e consapevole, anche le famiglie con figli minori, che presentano maggiori rischi di contagio. Comportamenti di tranquillità ma tutt’altro che superficiali, che nella maggioranza dei casi hanno visto l’adozione di adeguate precauzioni senza farsi prendere dal panico. Il tutto agevolato dagli effetti obbiettivamente “benevoli” nella stragrande maggioranza dei casi, di una pandemia certamente sopravvalutata dagli enti preposti a livello internazionale, OMS in primis.

L’articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore Sanità con la ricerca integrale su:
http://www.key-stone.it/press_adv_pdf/Sole_24_ore_2010_01.pdf