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Archivio News 2008-09
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Il
grasso corporeo e’ piu’ nocivo
del fumo delle sigarette
Lo dimostra uno
studio del Karolinska Institute
Uno studio svedese del
Karolinska Institute ha
dimostrato che i chili di troppo
nuocciono gravemente alla
salute, aumentando il rischio di
morte prematura esattamente come
fanno 10 o piu' sigarette al
giorno. Tuttavia anche se si è
troppo magri i rischi per la
salute lievitano ugualmente. Nel
loro studio, che ha guadagnato
le pagine della rivista British
Medical Journal, i ricercatori
svedesi hanno esaminato 45.920
uomini nati tra il '49 e il '51,
monitorando i dati relativi al
loro peso sui registri del
servizio militare, ovvero negli
anni in cui erano poco piu' che
maggiorenni. Da qui, analizzando
le circa 3000 morti che erano
state registrate nel campione
col trascorrere degli anni,
hanno potuto tirare le somme e
giungere alla conclusione che
essere sovrappeso da giovani o
fumare 10 o piu' sigarette
giorno aumenta del 30% i rischi
per la salute. Il dato che forse
impressiona di piu' e' che il
non fumatore grasso corre
esattamente gli stessi rischi
del fumatore sovrappeso. Coloro
invece che hanno un indice di
massa corporea (Bmi) inferiore a
18,5, non hanno mostrato un
aumento del rischio di morte
precoce, indipendentemente dal
fatto che fossero fumatori o
meno. Chi invece ha un Bmi pari
o inferiore a 17 corre gli
stessi rischi di chi ha chili di
troppo. Ian Campbell, a capo
della 'Weight Concern',
definisce i risultati dello
studio "estremamente
interessanti". "Quando un
paziente fumatore e in
sovrappeso ci chiede consiglio -
fa notare - noi lo invitiamo
sempre, come prima cosa, a dire
addio alle sigarette,
considerandole piu' dannose.
Questo studio ci suggerisce
altro". Intanto in Inghilterra,
alla luce dei risultati della
ricerca svedese, Betty McBride
della British Heart Foundation
ha chiesto al Governo di
impegnarsi nella lotta ai chili
di troppo con la stessa
risolutezza con cui l'Esecutivo
ha intrapreso la guerra alle
sigarette. "Il numero dei
giovani in sovrappeso e obesi e'
in aumento - sottolinea McBride
- Senza affrontare questo
problema ora, la prossima
generazione potrebbe crescere
con molti piu' problemi di
salute rispetto ai loro
genitori".
Il
pediatra, test della camminata
per riconoscere meningite
Un test semplice da fare in
casa, per riconoscere subito la
possibile presenza di meningite
e capire se è il caso di correre
in ospedale. Si tratta del test
della camminata, suggerito dal
pediatra e docente
dell'Università di
Milano-Bicocca Italo Farnetani,
dopo il caso della ragazza di 20
anni in coma farmacologico da
ieri, nel reparto di Terapia
intensiva dell'ospedale
Sant'Anna di Ferrara, dopo aver
contratto una meningite
iperacuta da
meningococco."Effettuare
precocemente la diagnosi è
indispensabile per poter attuare
prima possibile la terapia -
sottolinea il pediatra all'ADNKRONOS
SALUTE - Ma i sintomi della
meningite sono simili a quelli
dell'influenza e delle altre
infezioni tipiche soprattutto di
questa stagione: infatti nelle
prime fasi la malattia dà
febbre, vomito, mal di testa,
sintomi comuni a gran parte
delle infezioni. Anche la
rigidità, e perciò il dolore, ai
movimenti della nuca e della
colonna vertebrale sono
piuttosto frequenti quando si è
ammalati, e spesso si confondono
con il comune mal di testa.
Quando la febbre è molto alta,
in genere, i pazienti hanno
sonnolenza, tendono a essere
confusi nel parlare, altri sono
agitati e dicono frasi senza
senso. Il sistema utile a
distinguere la meningite dalle
altre comuni infezioni -
assicura - è eseguire il 'test
della camminata'". Per farlo è
sufficiente invitare il paziente
a scendere dal letto e provare a
camminare: se riesce a farlo
anche barcollando non ha la
meningite e si deve eseguire
l'abituale cura per la febbre.
Se cade, cioè non riesce a stare
in piedi, potrebbe avere la
meningite e per questo "si deve
andare, anzi correre,
all'ospedale", raccomanda
Farnetani. Ma quando è il caso
di eseguire il test? Se si ha
febbre superiore a 38,5°C e uno
o più dei seguenti sintomi:-
vomito- mal di testa-
sonnolenza- confusione mentale,
cioè il paziente fa discorsi
senza senso, è assente e/o non
riconosce le persone.
Altra
promozione per MMR
Un'altra evidenza positiva, dopo
le assoluzioni sul rischio
autismo, per il vaccino contro
morbillo, varicella e rosolia (MMR).
Riguarda il sospetto
precedentemente avanzato di un
sovraccarico del sistema
immunitario dovuto alla
composizione multi-antigenica
del vaccino, mentre evidenze
come quelle di una ricerca
britannica hanno mostrato che
nelle fasi post-immunizzazione
il rischio d'infezioni
batteriche severe non aumenta e
al contrario si riduce. Una
conferma giunge ora dagli stessi
autori, dall'analisi aggiuntiva
di dieci anni di dati su
infezioni batteriche invasive, e
anche virali, nella popolazione
generale, considerando tre
periodi di rischio
post-vaccinazione con l'anti-MMR,
cioè 0-30 giorni, 31-60 giorni e
61-90 giorni; l'analisi ha
riguardato anche i casi in cui
si era somministrato MMR in
concomitanza con
anti-meningococco C (MCC). Si
sono osservati un rischio
diminuito a 0-30 giorni per le
infezioni batteriche o virali
(in entrambi i casi -32%),
nessun aumento di rischio per
qualunque periodo per le
infezioni combinate o per quelle
individuali con l'eccezione di
quelle erpetiche a 31-60 giorni
( 70%), nessun aumento
significativo di rischio per le
vaccinazioni concomitanti per
MMR e MCC per le infezioni
batteriche o virali. Il vaccino
non incrementa quindi il rischio
d'infezioni invasive nei 90
giorni post-immunizzazione.
Anaao, confermato taglio stipendi
dei medici
Brutte notizie per i medici. Le
Commissioni riunite Affari
Costituzionali e Lavoro della Camera
hanno bocciato le proposte di
modifica al Ddl Brunetta chieste
dalle organizzazioni sindacali di
categoria. "Ignorando, tra l'altro,
il parere vincolante della
Commissione Affari Sociali". A
riferirlo è l'Anaao Assomed, secondo
cui questo disegno di legge avrà
"ricadute negative sul funzionamento
del Ssn e sulla dirigenza medica in
particolare". "Nel testo che andrà
all'esame dell'Aula la prossima
settimana - spiega l'Anaao in una
nota - viene ribadita la previsione
di destinare, nel medio periodo, il
30% del trattamento economico dei
dirigenti pubblici al salario di
risultato. Questo significa una
riduzione secca delle retribuzioni
dei medici dipendenti a carico delle
voci a carattere fisso e
continuativo, sulle quali viene
sostanzialmente calcolato il
trattamento previdenziale e quello
di fine rapporto. Inoltre, è stata
mantenuta la possibilità di essere
licenziati al raggiungimento dei 40
anni di contribuzione esclusivamente
in base a criteri di discrezionalità
del direttore generale, salvando da
questa disposizione solo i direttori
di struttura complessa". L'Anaao
intende quindi denunciare "gli
evidenti profili di illegittimità
costituzionale e soprattutto la
cieca discriminazione nei confronti
di oltre 100.000 medici dipendenti
le cui condizioni economiche e di
lavoro sono oggetto di un pesante
attacco malgrado il loro impegno a
difesa di un bene costituzionalmente
tutelato qual è la sanità.
I
medici possono denunciare i
clandestini
Il Senato ha approvato l'emendamento
presentato dalla Lega. Pd: «Una
palese violazione della
Costituzione»
ROMA
- I medici potranno denunciare gli
stranieri irregolari. Il Senato ha
approvato l'emendamento presentato
dalla Lega, primo firmatario il
capogruppo Federico Bricolo, che
cancella la norma secondo cui il
medico non deve denunciare lo
straniero clandestino che si rivolge
alle strutture sanitarie pubbliche.
L'opposizione aveva chiesto il voto
segreto perché l'emendamento,
secondo Giovanni Procacci (Pd), «è
in palese violazione della
Costituzione». Il presidente del
Senato ha respinto la richiesta
facendo votare la proposta di
modifica con voto elettronico: i sì
sono stati 156, 132 i no e un
astenuto.
Il
futuro della medicina è donna.
Le donne medico registreranno uno
storico sorpasso sugli uomini Con
l’attuale trend fra pochi anni si
dovrebbe avere uno storico sorpasso che
sancirà il primato numerico delle donne
medico italiane sui loro colleghi
maschi. E' quanto emerge da uno studio
presentato in occasione di un convegno
del Cimo-Asmd sulle donne medico come
forza nuova per la sanita' pubblica nel
prossimo decennio. Oggi le donne medico
sono il 35% del totale ma considerando
il dato disaggregato emerge che
rappresentano il 54% della forza lavoro
medica nella fascia di eta' compresa tra
i 35 e i 44 anni. Le statistiche si
tingono ancora piu' di rosa per la
fascia di eta' tra i 25 e i 34 anni,
dove le donne rappresentano il 65% del
totale. 'Tra 10 anni coloro che andranno
in pensione saranno soprattutto uomini -
ha detto il professor Americo Cicchetti,
dell'Universita' Cattolica del Sacro
Cuore, che ha presentato i dati dello
studio - mentre le nuove
professionalita' saranno soprattutto
donne. Questo evidenzia una progressiva
femminilizzazione della professione'.
Restano da sciogliere alcuni nodi ancora
irrisolti, come quello della tutela
della maternita' e della presenza delle
donne ai livelli dirigenziali. 'E' una
scelta suicida da parte delle donne
medico quella di avere una famiglia o
dei figli - ha aggiunto Itala Corti, del
coordinamento donne medico del Cimo -
perche' e' difficile conciliare il tempo da dedicare alla professione e il tempo familiare. Dobbiamo puntare a ottenere una legge che tuteli veramente le donne; quella esistente, che concede congedi parentali, e' solo una copertura della carenza di strutture sociali, come gli asili.
Influenza, attenzione alle complicanze
Il picco dell'epidemia di influenza si sta avvicinando e arriverà a metà febbraio: nell'ultima settimana l'australiana ha messo a letto ben 400 mila italiani e altrettante sono le persone colpite da malattie respiratorie acute. Non solo. Rispetto alla settimana precedente, i ricoveri ospedalieri correlati a patologie influenzali sono cresciuti di quasi dieci volte e le visite domiciliari da parte dei medici di famiglia sono aumentate del 50%, con un conseguente incremento del 15% dei giorni di malattia prescritti. Il consumo di farmaci, in particolare antibiotici, è cresciuto del 14%. E, in un mese, si è registrato un incremento del 70% nella richiesta di indagini diagnostiche. Questa la fotografia del più tradizionale malanno di stagione scattata da 'Health Search/Italia, come stai?', il progetto della Società italiana di medicina generale (Simg) "che rappresenta il più potente strumento di rilevazione epidemiologica mai realizzato nel nostro Paese", spiega in una nota Claudio Cricelli, presidente della Simg. "Si tratta di una rete di medici di medicina generale distribuiti su tutto il territorio nazionale che non solo fornisce con tempestività informazioni sull'evoluzione della patologia, i cui dati peraltro sono già tenuti sotto osservazione dalla rete Influnet dell'Iss - precisa Cricelli - ma verifica anche capillarmente le complicanze e lo stato di salute della popolazione italiana nel corso del periodo influenzale, il numero di indagini diagnostiche effettuate, i trattamenti terapeutici prescritti, le assenze dal lavoro causate dalla malattia e i ricoveri ospedalieri richiesti. Abbiamo iniziato le rilevazioni sei settimane fa - prosegue il presidente della Simg - e dagli ultimi dati risulta con evidenza che il virus influenzale è sempre più diffuso e le malattie respiratorie simili all'influenza stanno avanzando". Nell'ultimo mese di rilevazione l'incidenza dell'australiana è aumentata in maniera costante, passando dai 2,1 casi ogni mille pazienti della prima metà di dicembre ai 7,7 casi dell'ultima settimana. Quasi un paziente su tre ha ricevuto un ciclo di antibiotico in seguito a una complicanza batterica conseguente a influenza o a una malattia respiratoria acuta.
Sonno
interrotto ostacola la memoria
Lievi disturbi del sonno che inducono un
sonno leggero ma non ne riducono la durata
totale sono sufficienti a ridurre
l'attivazione ippocampale ed ad interferire
con apprendimento e memoria. I soggetti che
non dormono bene spesso riportano problemi
di memoria, e precedenti studi hanno
dimostrato che saltare una notte di sonno
riduce l'attivazione ippocampale. Il sonno
leggero è causato da fattori come apnea,
obesità, stress, rumore ambientale, luce
eccessiva o letto scomodo. In base a quanto
rilevato, il sonno profondo prima
dell'apprendimento consente un'attività
ippocampale ottimale, e beneficia la
memoria. Vi sono alcune semplici regole per
ottimizzare il sonno, come evitare la
caffeina dal pomeriggio in poi, evitare il
lavoro duro, lo stress o le preoccupazioni
nelle ultime ore prima di addormentarsi,
fare esercizio durante il giorno, esporsi a
sufficienza alla luce diurna ed assicurarsi
che la camera da letto serva solo a dormire.
Un'accortezza meno intuitiva sarebbe ridurre
il tempo trascorso a letto all'intervallo in
cui davvero si deve dormire, e non rimanervi
per molto tempo pensando che il corpo in
questo modo almeno riposi per poi dormire
per una mera frazione di quel tempo. E'
molto meglio ridurre la permanenza a letto a
poche ore di sonno che frammentare quelle
stesse ore. (Nat Neurosci online
2009, pubblicato il 19/1)
Il risultato di una ricerca sui processi all’interno del cervello durante il sonno
«Dormite sereni e anche l'economia vola»
Un neurologo olandese: «Perché chi ha dei dipendenti che hanno riposato bene, sfrutta il loro potenziale al meglio»
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(Grazia Neri) |
Dormire tranquilli fa bene all’economia: è questo il risultato di una ricerca sui processi all’interno del cervello durante il sonno, svolta da un neurologo olandese Ysbrand van der Werf, presso l’Istituto di Scienze Neurologiche (NIN) e la Vrije Universiteit di Amsterdam. Anche se non se ne rende conto, chi dorme nelle vicinanze di un’autostrada, una ferrovia, un aeroporto o punti molto trafficati soffre per il rumore e quindi ha più difficoltà a ricordare informazioni datate e a imparare e organizzarne di nuove.
Sul Web - «Durante il sonno, l’ippocampo, la zona del cervello preposta a fissare i ricordi, funziona meno bene quando le onde a bassa frequenza del cervello vengono disturbate», spiega Van der Werf, che ha pubblicato i risultati della sua ricerca sul sito internet Nature Neuroscience. Certo già si sapeva che se si dorme poco o male, il giorno dopo si fa fatica a concentrarsi e ad avere una buona produttività, ma quello che il ricercatore olandese voleva stabilire era se durante il sonno succedesse qualcosa in grado di influenzare una zona così cruciale come l’ippocampo, che è responsabile in generale della memoria dichiarativa, cioè dei ricordi che possono essere esplicitamente verbalizzati. I danni all’ippocampo generalmente comportano gravi difficoltà nella formazione di nuovi ricordi (amnesia anterograda) e normalmente colpiscono anche l’accesso ai ricordi precedenti alla lesione (amnesia retrograda). Anche un leggero disturbo del sonno profondo, può comportare un danno.
I danni - Il cosiddetto sonno profondo dura almeno la metà del tempo dedicato al riposo e si caratterizza per l’emissione di onde a bassa frequenza e serve al nostro cervello per riordinare le informazioni acquisite durante il giorno e fare così spazio per delle nuove. Nel momento in cui il cervello viene disturbato da rumori o dalla luce durante questo processo, il giorno dopo l’ippocampo, ovvero il centro della memoria, fa più fatica a funzionare a dovere. Chi dorme non si accorge di nulla, ma nel frattempo il danno è fatto. Van der Werf lo ha scoperto analizzando durante il giorno le immagini a risonanza magnetica del cervello delle persone, che durante il sonno erano state sottoposte a diversi suoni. Chi aveva dormito tranquillo, invece, era in grado di riconoscere almeno cinquanta delle cento immagini precedentemente mostrate.
Van der Werf: «Voglio perorare una rivalutazione del sonno, che deve avvenire nella maggiore tranquillità possibile. E questo fa bene sia a chi dorme, ma anche all’economia, perché chi ha dei dipendenti che hanno riposato bene, può sfruttare il loro potenziale al meglio». D’altra parte oltre a dormire in città molto rumorose, le ore di sonno tendono a diminuire per tutti. Van der Werf: «Non esiste una norma unica per tutti sulle ore di sonno, c’è chi ha bisogno di dieci ore e c’è chi che si sente benissimo dopo solo cinque. La tendenza a una diminuzione generale delle ore dedicate a dormire è però un’evoluzione molto preoccupante.”
Per i cittadini sarà meno automatico poter citare i medici in giudizio
«L'errore non sarà più reato» Pronta la legge per i dottori
Nove cause su dieci si concludono con l'assoluzione. Santelli: depenalizziamo. Ma imperizia e negligenza resteranno punite
ROMA — Destino inesorabile per otto su dieci. Denunciati e trascinati in tribunale per sospetta malpractice. Accusati di aver sbagliato. Un rischio che i chirurghi devono mettere in preventivo e dal quale cercano di difendersi con tutte le armi. Ricorrendo ad esempio alla cosiddetta medicina difensiva, cioè prescrivendo al paziente cure, ricoveri, esami che in cuor loro ritengono superflui ma che risulterebbero solidi scudi in caso di processo. Ogni anno il sistema sanitario pubblico sborsa tra 12 e 20 miliardi per analisi di tipo precauzionale. Una proposta di legge appena depositata ha l'obiettivo di alleggerire «il disagio di fronte alla crescita prepotente del contenzioso medico legale e alla richiesta di risarcimento a tutti i costi».
Un progetto di depenalizzazione dell'errore medico annunciato già a giugno dal sottosegretario al Welfare Fazio, e auspicato dalle categorie dei camici bianchi, chiamati da famiglie e pazienti a sostenere battaglie giudiziarie infinite che in quasi 9 casi su 10 si concludono con l'assoluzione. Primi firmatari Iole Santelli (vicepresidente commissione Affari Costituzionali) e Giuseppe Palumbo (presidente Affari sociali), entrambi Pdl, il provvedimento introduce nel codice penale e civile una serie di aggiunte e nuovi articoli che definiscono la colpa professionale legata ad un atto medico e chiariscono i meccanismi del nesso di causalità. «Ora la giurisprudenza non dà margini di certezza, i tribunali decidono in modo discrezionale, non c'è uniformità e i cittadini possono fare causa contro tutti e tutto», spiega la Santelli. «Un conto sono imperizia e negligenza che continueranno ad essere punite e resteranno nell'ambito penale — aggiunge Palumbo —. Un altro sono gli errori che non derivano da omissioni o superficialità tecnico scientifica. E allora la causa è civile».
Insomma, sarà meno automatico per i cittadini citare il dottore in giudizio. La legge si affianca a quella già in discussione al Senato, avviata da Antonio Tomassini. Obiettivi «modesti», si spiega nella premessa: «Alleggerire la pressione psicologica sul medico e l'animo a volte vendicativo del paziente nei confronti dei sanitari, accelerare la soluzione delle vertenze giudiziarie». Particolare importanza viene attribuita alle caratteristiche dei periti, al ruolo delle assicurazioni e al consenso informato. Un anno di carcere per chi «sottopone una persona contro la sua volontà a un trattamento arbitrario». «Siamo il Paese col maggior numero di denunce contro la categoria, assieme al Messico — lamenta Rocco Bellantone, segretario della società italiana di chirurgia —. Solo in Italia i reati medici vengono puniti penalmente, altrove si dà per scontato che chi opera o prescrive una cura non ha un atteggiamento lesivo. Quando sbagliamo siamo accomunati a chi commette un omicidio in stato di ubriachezza». Tra gli specialisti più tartassati, i ginecologi-ostetrici, su cui pesa la doppia responsabilità di mamma e bambino. Tra le contestazioni più frequenti, il ritardato cesareo.
Margherita De Bac
16 novembre 2008
Classifica
consumatori europei, Ssn 16°
Il Sistema sanitario italiano è il
16esimo in Europa, stando almeno all'indice
dei consumatori Euro Health Consumer Index (EHCI),
edizione 2008, presentato oggi a Bruxelles.
L'Italia ottiene la sufficienza, ma certo
non brilla quanto a sanità, portando a casa
un risultato non molto distante da Spagna e
Grecia, e restando comunque indietro
rispetto a Paesi dell'Europa dell'Est come
Estonia e Ungheria. A guidare la classifica
del gradimento dei consumatori, che conta 31
Nazioni del Vecchio Continente, i Paesi
Bassi, seguiti da Danimarca, Austria,
Lussemburgo, Svezia e Germania. Per testare
la salute dei sistemi sanitari europei,
l'Euro Health Consumer Index utilizza 34
indicatori delle performance. E l'Italia ha
ottenuto 640 punti su un potenziale teorico
di 1.000. Come a dire che, in una potenziale
pagella, conseguirebbe la sufficienza piena
pur senza brillare. Nel documento stilato
dall'EHCI si legge che, nel nostro Paese,
non mancano le aree di eccellenza, ma siamo
lontani dal raggiungere l'equità del sistema
da un estremo all'altro della Penisola. Si
sottolinea, inoltre, che i camici bianchi la
fanno da padrone, mentre sono necessari più
spazi e maggiore ascolto della voce dei
pazienti.
Continua la discussione sul Testamento
E' il paziente a decidere quali cure avere e quali rifiutare. Anche se si tratta di idratazione e alimentazione artificiale
Questo il principio cardine del disegno di legge presentato dal senatore del Pd Umberto Veronesi, ieri calendarizzato in Commissione Igiene sanità di palazzo Madama dove sono all'esame ben 9 Ddl. Il testo dell'oncologo è tra i più brevi, solo 9 scarni articoli, e tutto improntato al principio dell'autodeterminazione. In aperto contrasto con molti altri Ddl e Pdl, l'ultimo dei quali è stato illustrato dalla maggioranza ieri pomeriggio alla Camera dei deputati e depositato ieri mattina al Senato. Veronesi rimarca come nel suo Ddl sia "chiaramente indicata l'espressione di volontà di essere o non essere sottoposto a trattamenti di sostegno, compresa l'alimentazione e idratazione artificiale". Questo, si legge nella parte introduttiva del Ddl, "è un elemento essenziale perché è su questo punto che la volontà del soggetto potrebbe essere equivocata. A questo proposito - rimarca l'oncologo - voglio ricordare che l'articolo 51 del Codice italiano di deontologia medica recita: 'Quando una persona, sana di mente, rifiuta volontariamente e consapevolmente di nutrirsi, il medico ha il dovere di informarla sulle possibili conseguenze della propria decisione. Se la persona è consapevole delle possibili conseguenze della propria decisione, il medico non deve assumere iniziative costrittive né collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale'". In base a quanto dispone il Codice di deontologia medica, "se dunque una persona, in piena consapevolezza, è libera di rifiutare la nutrizione artificiale, non è possibile sottrarre alla medesima persona la libertà di esprimere lo stesso rifiuto nelle disposizioni anticipate".
"Tuttavia - prosegue Veronesi nel suo Ddl - è data la possibilità al medico che ha in carico il paziente di non seguire le indicazioni di volontà anticipate, se sono in contrasto con le proprie convinzioni etiche, affidando quindi il paziente ad altri sanitari. Inoltre, la stessa cosa è contemplata qualora in uno specifico caso si rendessero disponibili, grazie a nuovi progressi scientifici, nuove possibilità di terapie e di ricupero". L'oncologo e senatore rileva come il testo del disegno di legge sia "volutamente essenziale per essere più incisivo. Al regolamento sono affidati i dettagli applicativi". Il faro da seguire resta il principio dell'autodeterminazione: "E' l'unico che garantisce il rispetto della globalità della persona, del corpo, della mente e della loro armonia, anche quando questa armonia si spezza e ci si trova nella condizione di massima debolezza". Infine, conclude Veronesi, "va ricordato che è un obbligo morale promulgare una legge sulle dichiarazione anticipate di volontà perché l'Italia ha ratificato la Convenzione di Oviedo che lo contempla (legge 28 marzo 2001, n. 145) e perché il Comitato nazionale di bioetica e il Codice deontologico medico sono a favore del principio del rispetto delle volontà espresse dal paziente".
Proposta la
depenalizzazione dell'errore
Una proposta
di legge per depenalizzare gli errori
medici, con l'obiettivo di far slittare dal
penale al civile i contenziosi relativi agli
errori in corsia. Presto la Pdl "inizierà il
suo iter in Commissione Giustizia, alla
Camera dei deputati". Ad anticipare
"un'iniziativa che vede uniti numerosi
parlamentari", è Giuseppe Palumbo (Pdl),
presidente della Commissione Affari sociali
della Camera, a margine di un incontro con
la stampa. "L'Italia - spiega Palumbo, che
saluta con grande entusiasmo l'iniziativa -
è uno dei pochi Paesi dove l'errore medico
si configura ancora come reato penale. E'
dunque necessario passare allo status 'civile',
escludendo, naturalmente, le colpe più
gravi" di cui possono macchiarsi i camici
bianchi. Palumbo ha concluso riportando un
dato che supporta ancora di più la proposta:
"il 99 per cento delle accuse penali a
carico dei medici -ha affermato - si
conclude con l'assoluzione".
La Lombardia non ha condiviso la posizione di maggioranza ritenendosi penalizzata. Sanità, accordo sugli esami garantiti. Escono dal sistema del rimborso 54 prestazioni, altre 95 sono state vincolate a criteri di appropriatezza
ROMA – Raggiunto l’accordo sui nuovi Lea, i livelli essenziali di assistenza. Le Regioni e il governo hanno trovato un punto di incontro sul documento che elenca gli esami diagnostici e di laboratorio che ogni cittadino italiano ha diritto di ricevere gratuitamente, da Bolzano a Trapani. Quindi una lista non soggetta a criteri di discrezionalità. I tagli sono stati meno pesanti del previsto. Escono dal sistema del rimborso 54 prestazioni, altre 95 sono state vincolate a criteri di appropriatezza, quindi le Asl dovranno continuare ad erogarle ma rispettando una certa soglia.
Altri 13 esami verranno garantiti solo se giustificati dalla presenza di una patologia o dalla condizione sociale (ad esempio il carico glicemico sarà gratuito solo per i diabetici e gli indigenti). La riunione decisiva sui Lea si è svolta al ministero tra i sottosegretari al Welfare Ferruccio Fazio e Francesca Martini e gli assessori regionali alla sanità. La discussione si è protratta più del previsto. La Lombardia non ha condiviso la posizione di maggioranza ritenendosi penalizzata dall’introduzione dei criteri di appropriatezza non che penalizzerebbero le Regioni virtuose rispetto a quelle con problemi di ripiano. «Nella sostanza il documento è stato approvato – ha commentato il sottosegretario Fazio -. E’ stato un colloquio molto costruttivo che potrebbe preludere ad un accordo per il Patto sulla salute (da chiudere entro giugno 2009, ndr). Nel complesso il Fondo sanitario non viene toccato. Quello che risparmiamo con questi tagli verrà investito nelle nuove prestazioni». Fazio si riferisce alla vaccinazione per il Papillomavirus, responsabile del tumore al collo dell’utero, al parto indolore, alle prestazioni diagnostiche per le malattie rare. I costi dell’intervento sui Lea devono essere ancora definiti. Dovrebbero aggirarsi attorno al miliardo di euro.
Il prossimo passo sarà l’accordo finanziario sul triennio 2009-2011, che dovrebbe essere chiuso entro il 31 ottobre prossimo. Tra l’altro si discuterà di un’ulteriore riduzione dei posti letto ospedalieri. Attualmente deve essere rispettato lo standard di 4,5 letti ogni mille abitanti. Si potrebbe scendere fino a 4 letti ogni mille abitanti e se così fosse le Regioni si dovrebbero impegnare a tagliare nel complesso dai 20 ai 25 mila posti letto da riconvertire in forme alternative di ricovero (ad esempio residenze per anziani, lungodegenza, riabilitazione, strutture di day hospital, ambulatori sul territorio). Un posto letto costa mediamente al Servizio sanitario pubblico 80 mila euro l’anno. Un posto di lungodegenza dai 30 ai 40 mila euro l’anno. Ecco alcune delle prestazioni eliminate o modiicate nei nuovi Lea.
Prestazioni tagliate perché obsolete (54) – Angioscopia percutanea, test della secretina, elettrolisi o altra forma di depilazione, flebografia renale, risonanza magnetica mammaria mono e bilaterale, scintigrafia dei testicoli.
Prestazioni a rischio di appropriatezza (94) – Esami di diagnostica per immagine dell’apparato osteoarticolare (Tac, Rsn) dovrebbero essere gratuiti solo per sospetto tumore o per trauma non quindi per la diagnosi di patologie degenerative. Le Regioni dovranno individuare criteri di appropriatezza (ad esempio linee guida ai medici di famiglia, soglie). La riduzione è legata anche alla necessità di ridurre l’esposizione dei pazienti alle radiazioni. Prestazioni incluse nei Lea se prescritte con specifica indicazione clinica (13) – Curva del carico di glucosio, ecografia delle anse intestinali, sideremia.
Coxib ancora sotto esame
La vicenda Vioxx sembra non avere mai fine. Dalla data della sua approvazione nel 1999 il farmaco è stato al centro di studi successivi che sono arrivati a decretarne nel 2004 il ritiro dal mercato in tutto il mondo. A determinarlo i dati a tre anni emersi da uno studio multicentrico, prospettico, randomizzato, condotto contro placebo, noto come APPROVe. Lo studio, che puntava a valutare l’efficacia del trattamento triennale di Vioxx nel dosaggio di 25 mg nella prevenzione delle recidive di polipi colorettali, ha evidenziato, infatti, un aumento del rischio relativo di eventi cardiovascolari non fatali, come infarti e ictus, a partire dal diciottesimo mese di trattamento continuativo. Una vicenda salita agli onori della cronaca, anche per le accuse di una vigilanza non sufficientemente tempestiva, che però non è ancora chiusa. Se, infatti, la maggior parte dei pazienti in cura col farmaco si era convinta di aver sospeso il rischio, sospendendo il farmaco, nuovi sviluppi, a partire sempre dallo studio APPROVe e pubblicati su Lancet, evidenziano come il rischio aumenti fino a due volte e persista per almeno un anno. Per poi, almeno una buona notizia, rientrare terminato l’anno. I ricercatori, però, d’accordo con altri esperti, evocano la possibilità che un discorso analogo possa valere per gli altri farmaci appartenenti a questa classe e che quindi i Coxib di nuova generazione possano aumentare il rischio di infarto e ictus. Si parla di Vioxx, perciò, ma anche di valdecoxib e di celecoxib, tutti farmaci COX-2 inibitori, che inibiscono la ciclossigenasi 2. Ma anche ibuprofene e naproxene non sembrano al riparo da rischi.
Come si è svolto lo studio
Per lo studio il gruppo di ricerca ha preso in considerazione soggetti che avevano partecipato al famigerato trial APPROVe, il trial sospeso nel 2004 in virtù dei rischi potenziali di infarti e ictus. I ricercatori sono riusciti a contattare l’84%, delle quasi 2600 persone che avevano partecipato al trial. Il risultato è stato significativo. Un anno dopo aver interrotto la cura, gli ex-utilizzatori avevano mantenuto un rischio aumentato del 79% di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi aveva ricevuto il placebo. In linea con l’aumentato rischio evidenziato durante il trial. Il farmaco, peraltro, è risultato efficace nel ridurre le recidive di polipi colo rettali, ma l’effetto benefico è controbilanciato dall’aumentato rischio cardiovascolare. Un effetto che, commentano i ricercatori, sembrerebbe comune agli altri farmaci della categoria. L’idea dei ricercatori è che sia meglio evitare l’assunzione di questi farmaci per un periodo lungo e comunque, nel caso in cui per reali necessità legate al dolore cronico o a un’artrite severa non si potesse farne a meno, è bene conoscere tutti questi aspetti. Quando, peraltro, l’uso è intermittente il rischio si riduce considerevolmente e questo significa, rassicurano i ricercatori, che l’assunzione di una pillola non equivale a un infarto incombente. Anzi nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di farmaci buoni e sicuri. I risultati non hanno sorpreso Eric Topol, il cardiologo statunitense che nel 2004 con un’editoriale sul New England Journal of Medicine non aveva lesinato accuse all’azienda produttrice di Vioxx e agli organi di vigilanza, che evidenzia come sia bene diffidare anche degli altri farmaci della categoria. Non si è fatta attendere neanche la risposta della Merck, l’azienda in questione. “Merck ritiene - ha detto una nota dell’azienda - che questa analisi post-hoc che ha utilizzato dati limitati da uno studio prematuramente terminato, debbano essere presi con molta cautela e contestualizzati con il resto dei dati dal programma di sviluppo clinico estensivo per Vioxx”.
Marco Malagutti
Fonti
Baron JA et al. Cardiovascular events associated with rofecoxib: final analysis of the APPROVe trial. Lancet doi:10.1016/S0140-6736(08)61490-7
Troppi precari in ospedale, problema avvertito da 7 medici su 10
Una vera e propria piaga. Un fenomeno inarrestabile che sta investendo anche le corsie degli ospedali: è l'aumento dei lavoratori precari in sanità. Un'emergenza molto sentita anche dai diretti interessati, se è vero che circa il 70% dei medici che presta servizio negli ospedali italiani, dichiara di avvertire "molto" il problema. E' quanto emerge da un sondaggio realizzato da 'Quotivadis', quotidiano online di informazione medico-scientifica di Univadis. Non tutti i camici bianchi sembrano però essere condizionati dal numero sempre crescente di lavoratori 'a termine' nel nostro Ssn. Il 20% dei medici afferma infatti di avvertire "poco" il problema, in barba agli ultimi dati sui precari in sanità: solo nel settore pubblico se ne contano oltre 30 mila, tra medici, biologi, amministrativi e soprattutto infermieri e operatori socio-sanitari. C'è poi chi, come il 6% dei medici che ha risposto al sondaggio, dice di avvertire il problema ritenendolo però "fisiologico". C'è infine un 7% di camici bianchi, non pochi a dire il vero, che non prende posizione, e a domanda risponde: "non saprei".
Milillo, troppi esami diagnostici
I medici di famiglia non sono contrari ad un intervento che punti a razionalizzare la spesa per gli esami diagnostici che oggi "si prescrivono più del necessario". Purché ciò non si trasformi in un eccesso di burocrazia che farebbe male a cittadini e camici bianchi. A dirlo è Giacomo Milillo, segretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), che dal congresso del sindacato in corso a Villasimius (Cagliari), commenta la proposta sui nuovi Livelli essenziali di assistenza di cui ha parlato oggi al congresso l'assessore regionale della Toscana, Enrico Rossi."Sappiamo - spiega Milillo - che come 20 anni fa c'era una prescrizione di farmaci eccessiva, oggi esiste una prescrizione non appropriata di indagini diagnostiche. Una questione che non è stata mai affrontata anche perché si tratta di una voce di spesa non immediatamente controllabile". Per Milillo "si prospetta nella diagnostica un processo di razionalizzazione che c'è stato già in passato sui farmaci. La nostra speranza e il nostro impegno è che questo non si trasformi in un sovraccarico burocratico, che sarebbe negativo rispetto all'obiettivo di razionalizzazione che pure è necessario". Secondo il segretario del sindacato medico, "se dal taglio sulla diagnostica proposta dai Lea dovessero derivare criteri semplici che il medico adotta, allora penso che possa essere positivo. Se invece, in nome della riduzione della spesa, dovesse cominciare un percorso come quello della Cuf e dell'Aifa, adottato per la farmaceutica, noi esprimeremo il nostro dissenso ovviamente rispetto al metodo più che sul merito".
Suora o camionista? reumatismo professionale in agguato
Dall'artrosi da mouse alla lombalgia del camionista, fino al ginocchio della suora. Ogni professione ha il suo reumatismo, e saperlo è il primo passo per anticipare l'esatta diagnosi, correggere gli stili di vita e cominciare per tempo una terapia mirata. Parola degli esperti riuniti a Milano, in un incontro promosso da Merck Sharp & Dohme per fare il punto su nuovi e vecchi farmaci antinfiammatori e ridefinire i loro rapporti costo-beneficio. I medici stimano che le patologie reumatiche colpiscono in Italia oltre 5 milioni di persone, donne nel 60% dei casi. Con un trend in crescita legato soprattutto all'aumento dell'età media, ma condizionato, in certe fasce di popolazione e in certi periodi della vita, dal lavoro svolto. Il 'ginocchio della lavandaia', ben noto a nonne e zie, non è dunque scomparso. Ha solo cambiato nome, adattandosi all'evoluzione della società e declinandosi in problemi reumatici differenti e corrispondenti ai nuovi mestieri. Almeno ad alcuni. "Non è un segreto, per esempio, che tra i motociclisti della stradale è particolarmente diffusa l'artrosi lombare", assicura Giovanni Minisola, responsabile dell'Unità operativa di Reumatologia dell'ospedale San Camillo di Roma. Disturbi legati alla postura "anche per i camionisti", continua l'esperto, senza dimenticare ovviamente "i dolori associati a un utilizzo continuo del computer e del mouse". Ma anche scelte esistenziali più contemplative e meno materialiste nascondono qualche insidia: tra salmi del mattino, vespri della sera e rosari ripetuti, "sono molte le suore che soffrono di artrosi al ginocchio", dice Minisola. In generale, continua lo specialista capitolino, "le malattie reumatiche interessano nel nostro Paese quasi un decimo della popolazione. E dei 5 milioni di pazienti, la maggior parte (da 3 milioni e mezzo a 4 milioni) lamenta una patologia artrosica. Altri 350-400 mila soffrono di artrite reumatoide, e la quota restante è rappresentata dai malati con gravi patologie reumatiche come la spondiloartrite anchilosante, il lupus eritematoso sistemico e la sclerodermia, per un totale di 150 tipologie diagnostiche". Queste cifre, precisa Minisola, "non comprendono i pazienti con osteoporosi". La malattia delle ossa fragili, che può sovrapporsi alla patologia reumatica, "interessa circa 4-4 milioni e mezzo di italiani, per due terzi donne", spiega. La diffusione 'epidemica' delle malattie reumatiche trova conferma nell'ambulatorio del medico di medicina generale. "Sui circa 21 pazienti che visito ogni giorno - riferisce Ovidio Brignoli, vice presidente della Società italiana di medicina generale (Simg) - il 25%, uno su 4, viene da me per un dolore di natura osteo-articolare non traumatica". La risposta a queste patologie passa da un gioco di squadra sapiente e coordinato: "Serve un triangolo tra medico di medicina generale, specialista e paziente", è l'appello finale di Minisola. Perché quando questa collaborazione viene meno "ne risentono l'appropriatezza diagnostica e quella precrittiva, e per finire i bilanci della sanità".
La Chiesa cambia idea sulla morte
Un articolo pubblicato ieri sull'Osservatore Romano cambia la posizione della Chiesa a 40 anni di distanza dalla firma del "protocollo di Harvard" che definì la morte come la cessazione di ogni attività cerebrale con l'approvazione anche da parte dei vertici ecclesiastici. L'ambiente scientifico ribatte difendendo i criteri stabiliti ad Harvard che da allora sono sempre stati considerati validi e sufficienti
"Occorre rimettere in discussione la definizione di morte cerebrale". Lo scrive l'Osservatore Romano a quarant'anni dal rapporto di Harvard che "cambiava la definizione di morte basandosi non più sull'arresto cardiocircolatorio ma sull'encefalogramma piatto: da allora l'organo indicatore della morte non è più soltanto il cuore, ma il cervello".
"Si tratta - sottolinea l'Osservatore Romano - di un mutamento radicale della concezione di morte, che ha risolto il problema del distacco dalla respirazione artificiale, ma che soprattutto ha reso possibili i trapianti di organo, accettato da quasi tutti i Paesi avanzati (dove è possibile realizzare questi trapianti), con l'eccezione del Giappone. Anche la Chiesa cattolica, consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte, ma con molte riserve: per esempio, nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata la certificazione di morte cerebrale". Nuove ricerche scientifiche hanno però riaperto la discussione e alcuni sono "concordi nel dichiarare che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano. Il rischio di confondere il coma (morte corticale) con la morte cerebrale è sempre possibile". "E questa preoccupazione - aggiunge l'Osservatore Romano - venne espressa al concistoro straordinario del 1991 dal cardinale Ratzinger nella sua relazione sul problema delle minacce alla vita umana: 'Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma 'irreversibile', saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d'organo o serviranno, anch'essi, alla sperimentazione medica ('cadaveri caldi')".
Il criterio di morte cerebrale per sancire la morte di un individuo "resta al momento l'unico criterio scientificamente valido". Non ha dubbi al riguardo Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), che all'ADNKRONOS SALUTE dice la sua riguardo all'editoriale dell'Osservatore Romano: "Siamo pronti a recepire nuove evidenze, naturalmente, ma per farlo dobbiamo conoscere nome e studi di chi indica nuove strade percorribili. Dubito che ciò possa accadere - aggiunge - perché a 40 anni dalla definizione dei criteri stabiliti dal rapporto di Harvard nessuno li ha mai messi in discussione". Carpino non nasconde, inoltre, le "preoccupazioni" riguardo ai dubbi e alle perplessità che il messaggio dell'Osservatore romano potrebbero accendere nella gente. "Di fronte alla morte - spiega - le persone nutrono sempre forti dubbi, e non vorrei che iniziasse a circolare la spiacevole sensazione di inganno, ovvero di esser stati presi in giro dai camici bianchi per ben 40 anni". Una sensazione "ingiusta, senza contare che la legge italiana al riguardo è una delle più garantiste al mondo. Quando in rianimazione i medici rivelano un caso di encefalogramma piatto - spiega Carpino - trasmettono la notizia alla direzione sanitaria, che a sua volta istituisce un collegio di tre medici composto da un anestesista-rianimatore, un medico legale e un neurofisiologo. L'equipe così composta, a prescindere dall'età del paziente, effettua un periodo di 6 ore di osservazione con un protocollo preciso. Se viene certificata la morte cerebrale si aprono due possibilità: staccare la spina, in questo caso un atto dovuto, oppure mantenere in vita gli organi per la donazione. Non ci sono altre possibilità - conclude il presidente dell'Aaroi - perché la morte cerebrale è di fatto la morte dell'individuo". Le critiche al criterio della morte cerebrale per stabilire la fine della vita "non sono mai scientifiche, ovvero provate nero su bianco".
A difendere a spada tratta i criteri di Harvard, è anche Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti. Tali criteri - spiega costa - non sono mai stati messi in discussione in 40 anni dalla comunità scientifica, e vengono non a caso applicati in tutti i Paesi scientificamente avanzati, tra questi Canada, America, Australia, Asia, nonché tutti i Paesi del Vecchio Continente. I dubbi ci sono sempre stati - riconosce l'esperto - ma solo da parte di frange minoritarie, che fanno critiche di carattere non scientifico". Quando subentra la morte cerebrale "l'individuo di fatto è morto, e non ci sono se e ma. Le cellule cerebrali, infatti, cessano di mandare impulsi elettrici, non c'è respiro spontaneo, riflessi dei nervi cranici o controllo delle funzioni vegetative come, ad esempio, la diuresi, ed è assente il riflesso dei nervi cranici. Tutti elementi che sono invece presenti nello stato vegetativo, che è cosa ben diversa. In questo caso, infatti, il cervello funziona. Male, ma funziona. La rete trapiantologica - conclude il direttore del Cnt - accerta la morte ma difende la vita. Morte cerebrale si traduce nel decesso dell'individuo, non c'è alcun dubbio al riguardo".
Sant'Anna,
troppi
malati
immaginari
Pronto
soccorso,
che
fatica
Luglio:
quasi
l’80%
dei
pazienti
è
stato
rinviato
al
medico
di
base
Solo
700
i
ricoveri
su
un
totale
di
oltre
4000
accessi
in
un
mese
Foto by Carlo Pozzoni
Pronto soccorso del Sant'Anna in affanno
Rinviato
al
medico
di
base
il
78%
delle
persone
che
si
sono
presentate
al
pronto
soccorso
dell’ospedale
Sant’Anna
nel
mese
di
luglio.
Su
un
totale
di
4.421
accessi
registrati
il
mese
scorso,
infatti,
i
pazienti
ricoverati
sono
stati
solo
732,
mentre
3.477
(quasi
otto
su
dieci)
hanno
potuto
lasciare
la
struttura
di
via
Napoleona
dopo
la
visita
e le
opportune
cure.
Non
in
tutti
i
casi,
naturalmente,
si
tratta
di
accessi
impropri,
ma i
dati
forniti
dall’azienda
ospedaliera
fanno
quantomeno
riflettere.
Anche
perché
la
percentuale
di
persone
per
le
quali
non
si è
reso
necessario
il
ricovero
cresce
di
anno
in
anno,
così
come
il
numero
complessivo
dei
pazienti
visitati
al
Pronto
soccorso.
A
luglio
2007
gli
accessi
erano
stati
in
tutto
4.090,
con
3.166
cittadini
«rinviati
al
medico
di
base»
(77%)
e
707
ricoverati;
la
quota
restante
di
pazienti
(217
nel
luglio
2007,
242
nel
luglio
di
quest’anno)
comprende
chi
è
deceduto,
è
stato
trasferito
in
un’altra
struttura
ospedaliera,
si è
allontanato,
oppure
ha
rifiutato
il
ricovero.
E si
registra
una
crescita
anche
confrontando
il
mese
di
giugno
di
quest’anno
con
lo
stesso
periodo
del
2007.
Nel
giugno
2008
gli
accessi
al
Pronto
soccorso
di
via
Napoleona
sono
stati
complessivamente
4.245,
contro
i
4.076
registrati
a
giugno
dell’anno
scorso,
mentre
i
ricoveri
sono
passati
da
718
a
693,
con
una
percentuale
che
si
aggira
in
entrambi
i
casi
intorno
al
76%.
In
tutto
sono
stati
718
i
pazienti
ricoverati
nel
giugno
dell’anno
scorso,
mentre
693
nello
stesso
periodo
di
quest’anno.
Virus
causa
3/4
parti
bimbi
morti
sono
quelli
comuni,
ad
esempio
dell'herpes
(ANSA)
-
SYDNEY
Dei
comuni
virus,
come
quelli
dell'herpes,
sono
coinvolti
in
ben
tre
quarti
di
tutte
le
nascite
con
feto
morto.Lo
hanno
scoperto
gli
scienziati
australiani
dell'ospedale
Prince
of
Wales
di
Sydney,
guidati
dal
virologo
Bill
Rawlinson.
La
scoperta
fa
sperare
che
una
buona
parte
dei
casi,
che
solo
in
Australia
arrivano
a
circa
2000
l'anno,
potra'
essere
prevenuta
sviluppando
vaccini
specifici
e
seguendo
semplici
norme
d'igiene.
Farmaci:
falsi 10%
nel mondo,
in Italia
pericolo e'
su web
Parigi
Non solo
borse e
scarpe. Il
mercato del
falso
allarga
sempre di
più i propri
confini e si
consolida
stabilmente
in un
settore
nevralgico
per il suo
peso
economico e
sociale:
quello dei
farmaci. Gli
esperti
avvertono:
il fenomeno
é segnalato
in crescita
in tutto il
mondo ed è
ormai
globalizzato.
Le ultime
stime dell'Oms
lo
dimostrano:
a livello
mondiale
risulta
infatti
contraffatto
un farmaco
su dieci.
Neanche
l'Italia si
salva, ma da
noi il
pericolo
viaggia
essenzialmente
via web:
internet è
il
principale
canale, non
autorizzato,
per
l'acquisto
di ogni
sorta di
farmaco, e
spopolano
quelli
illegali.
Per averne
la prova
basta fare
un check
alla propria
mail: in
media prima
l'Osservatorio
dei farmaci,
chi ha una
casella di
posta riceve
ogni
settimana
almeno tre
proposte di
acquisto
medicine
spesso di
origine
dubbia e
proprio per
fare il
punto sulla
situazione
ne sulle
contromisure
per arginare
il fenomeno
domani dsi
riuniranno a
Parigi i
vertici
delal
federazione
europea
delle
industrie e
associazioni
farmaceutiche
(Efpia). Ma
qual è la
situazione
italiana? Il
fenomeno,
afferma il
vice
presidente
di
Farmindustria,
Emilio
Stefanelli,
"é
preoccupante
e si sta
allargando
anche in
Italia, ma
da noi non
riguarda la
distribuzione
tradizionale
e legale
bensì i
canali 'paralleli',
primo tra
tutti
Internet. Da
noi -
precisa
l'esperto -
la
distribuzione
di farmaci
attraverso
farmacie e
corner è
molto
controllata,
più che in
altri Paesi;
quindi, il
farmaco
contraffatto
arriva da
canali non
ammessi,
come appunto
l'acquisto
su
internet".
Il nodo è
dunque
intervenire
sui canali
di
distribuzione
impropri,
come lo è la
rete: "Come
Farmindustria
- sottolinea
Stefanelli -
stiamo
lavorando
con il
ministero
del Welfare
per
realizzare
una
tracciatura
dei farmaci
sempre più
precisa per
prevenire il
fenomeno. Ma
è chiaro che
è necessario
intensificare
i controlli
delle
autorità di
polizia per
impedire la
diffusione
dei farmaci
da canali
non
autorizzati.
- NEL MONDO
E' FALSO 1
SU 10,
ALLARME 'GIALLO':
le
contraffazioni,
rileva l'Oms,
riguardano
soprattutto
antibiotici,
28%), ormoni
(18),
antiallergici
(8%) e
antimalarici
(7%). E se
il problema
dei falsi
farmaceutici
riguarda
circa l'1%
del mercato
dei paesi
occidentali,
è a livelli
di guardia
in quelli in
via di
sviluppo: il
30-50% delle
medicine
vendute in
Africa, Asia
e America
Latina è
infatti
contraffatto.
In testa ai
paesi
produttori
dei falsi
farmaci c'é
la Cina, da
dove
provengono
anche molti
principi
attivi non
certificati:
il 75% dei
farmaci
generici
circolanti
in Europa
sarebbe
prodotto
utilizzando
tali
principi. -
GIRO
D'AFFARI DA
500 MILIONI
EURO:
secondo
Confesercenti
il giro
d'affari dei
farmaci
contraffatti
nel 2005 era
pari a 500
milioni di
euro con
circa 800
mila
confezioni
di medicine
sequestrate.
In base ai
dati Usa il
giro
d'affari
atteso per
il 2010 è
pari a 75
miliardi di
dollari. -
IN ITALIA AL
LAVORO 007
ANTICONTRAFFAZIONE:
si tratta di
esperti
addestrati
dall'agenzia
italiana del
farmaco (Aifa).
Il gruppo
rappresenta
l' 'anello
italiano' di
Impact, la
task force
anticontraffazione
farmaci e
l'organizzazione
mondiale
della
Sanità. - SI
ESCOGITANO
NUOVO METODI
CONTRO
FALSI: sono
allo studio
nuove
tecniche per
identificare
i farmaci
contraffatti.
Ad esempio i
test
colorimetrici,
messi a
punto per
smascherare
antimalarici
falsi. In
sperimentazione
ci sono
anche
sistemi
identificativi
a
radiofrequenza
per
"accompagnare"
i farmaci
lungo tutta
la catena
distributiva.
I
Chirurghi
Ospedalieri
Italiani
prendono
posizione su
quanto
accaduto
alla clinica
Santa Rita
di Milano
La
drammatica e
sconcertante
vicenda
della
clinica
Santa Rita
di Milano
porta
l’Associazione
dei
Chirurghi
Ospedalieri
Italiani (ACOI)
a
considerare
con estrema
attenzione
le
ripercussioni
correlate
che
feriscono
non solo i
malati e le
loro
famiglie ma
anche quel
prevalente
mondo di
medici e
chirurghi
onesti che
esplicano
quotidianamente
la propria
professione
con
competenza e
impegno.
I chirurghi
ospedalieri
sono
profondamente
turbati e
preoccupati
da quanto
accaduto
perché è
venuto meno
uno dei
capisaldi
della loro
consuetudine
professionale:
il rispetto
totale della
persona
malata che
ricorre alle
loro cure.
I chirurghi
ospedalieri
sono parte
attiva e
fondamentale
di quel
sistema
complesso
che è il
Servizio
Sanitario
Nazionale,
oggi
improntato a
criteri
gestionali
di tipo
aziendale.
La Regione
Lombardia
vanta
certamente
un Piano
Socio
Sanitario di
assoluta
eccellenza
in grado di
offrire un
servizio
efficiente,
economicamente
sostenibile
e,
soprattutto,
vicino alle
esigenze dei
cittadini.
Alla
realizzazione
di tale
progetto,
conciliando
diritto alle
cure e
costi, sono
chiamati
anche i
dirigenti
medici,
pubblici e
privati, con
le proprie
competenze
scientifiche
e di eticità
professionale.
Questo
equilibrio
non può
essere
stravolto da
comportamenti
spregiudicati
che
privilegino
il business
rispetto
alla salute
dei malati.
In un tale
sistema non
dovrebbero
evidenziarsi
simili
distorsioni,
pena
l’aumento
della
diffidenza
dei
cittadini
verso le
strutture
ospedaliere
del nostro
paese,
peraltro
capaci di
offrire
prestazioni
sanitarie di
altissimo
livello.
Simili crepe
di sistema
non possono,
pertanto,
essere
tollerate!
Quanto
successo ha
però anche
evidenziato
la capacità
del sistema
di
identificare
e fermare
comportamenti
scorretti.
La Regione
Lombardia è
infatti
anche parte
virtuosa
nella
vigilanza e
nei
controlli e
noi
auspichiamo
che quanto è
avvenuto sia
un caso
abnorme ed
isolato, ma
vogliamo
sperare che
vigilanza e
controlli
siano ancora
più
minuziosi e
presenti
diffusamente
su tutto il
territorio
nazionale.
L’Associazione
dei
Chirurghi
Ospedalieri
Italiani
crede nella
rilevanza
sociale
della
professione
chirurgica e
nella
necessità di
recuperarne
per intero
la dignità,
anche
nell’ambito
di un
rinnovato
rapporto di
fiducia con
i cittadini,
considerando
quest’ultimo
patrimonio
irrinunciabile
del nostro
Servizio
Sanitario
Nazionale.
La nostra
Associazione
è da anni
intenta a
portare
avanti
progetti in
tal senso:
- la
creazione
della
“Carta della
Qualità in
Chirurgia”,
redatta in
collaborazione
con il
Tribunale
per i
diritti del
malato,
nella quale
dall'
accoglienza
nei reparti
al consenso
informato
prima di un
intervento,
dalla
sicurezza in
sala
operatoria
fino alle
dimissioni
dall'ospedale,
vengono
riportate
tutte le
fasi del
percorso di
un cittadino
malato cui
si deve
assicurare
massima
attenzione
in termini
di qualità e
sicurezza.
Farmaci:
5 morti in Inghilterra legate a pillola
antiobesità. Sarebbero cinque le morti
legate al farmaco antiobesità a base di
Rimonabant, il medicinale del gruppo
farmaceutico Sanofi-Aventis, registrate nel
Regno Unito nel 2006 dopo l'immissione in
commercio da parte dell'Agenzia britannica dei
farmaci. Secondo un documento pubblicato sul
sito internet dell'Agenzia regolatoria dei
farmaci, il medicinale antiobesità ha avuto 720
segnalazioni di effetti indesiderati e cinque
casi di decessi, di cui un suicidio. Il farmaco
a base di rimonabant, scoperto negli anni '90,
e' presentato come in grado di trattare il
sovrappeso e i disordini cardio-metabolici ad
esso associati, ma ora sul gruppo gravano
pesanti incertezze sul futuro della molecola sul
mercato. L'Unione Europea ne ha autorizzato la
commercializzazione nel giugno del 2006 con il
nome commerciale di Acomplia per il trattamento
di alcuni tipi di obestità ma negli Stati Uniti
gli esperti hanno rigettato l'anno successivo la
domanda di omologazione giudicando che il
prodotto poteva provocare un aumento dei
pensieri suidici anche in pazienti senza
precedenti di depressione
E’
più sicuro somministrare gli estrogeni alle
donne in menopausa con i cerotti
Con la
terapia
orale
aumenta il
rischio di
tromboembolia
E’ più
sicuro
somministrare
gli
estrogeni
alle donne
in menopausa
con i
cerotti
piuttosto
che con le
compresse
per via
orale. Sono
questi i
risultati di
una
revisione
sistematica
e di una
meta-
analisi sul
rischio di
tromboembolia
venosa nelle
donne in
fase di
climaterio,
che seguono
una terapia
sostitutiva
ormonale,
effettuata
da
ricercatori
delle
Universita'
di Paris-Sud
Villejuif
Cedex, in
Francia e di
Glasgow, nel
Regno Unito,
che si sono
basati sui
dati
derivanti da
otto studi
basati
sull'osservazione
e nove
sperimentazioni
cliniche
controllate.
Il rischio
di
tromboembolia
appare
aumentato
nelle donne
che fanno
uso di
estrogeni
per via
orale, ma
non in
quelle che
assumono la
terapia
ormonale per
via
transdermica.
In
particolare,
il rischio
con la
terapia
orale e'
maggiore
durante il
primo anno
di cura, per
poi
diminuire
fino ad
equipararsi
a quello
delle donne
che non
assumono
affatto gli
estrogeni.
L'associazione
di terapia
sostitutiva
orale a base
di estrogeni
con la
presenza di
obesita',
non fa che
accrescere
la
probabilita'
di
tromboembolia
venosa,
mentre l'uso
di cerotti
agli
estrogeni
non sembra,
al
contrario,
costituire
di per se'
un fattore
addizionale
di rischio.
Gli autori
segnalano la
necessita'
di indagare
le
variazioni
di rischio
nelle varie
associazioni
ormonali, in
particolare
con i
diversi tipi
di
progestinici.
In
Italia
50 mln esami
radiologici
l'anno
Roma, 22
mag. (Adnkronos
Salute) -
Tra lastre,
Tac e
mammografie
sono circa
50 milioni
gli esami
radiologici
eseguiti
ogni anno in
Italia.
Quasi uno
per ogni
abitante,
bambini
compresi. Lo
rivela una
stima
elaborata in
base ai
risultati
preliminari
di un
censimento
'ad hoc',
eseguito
dalla
Società
italiana di
radiologia
medica (Sirm),
insieme
all'Associazione
italiana di
neuroradiologia
(Ainr) e al
Sindacato
nazionale
dei
radiologi (Snr).
I numeri,
frutto di
una
proiezione
dei dati
raccolti
nelle prime
sei Regioni
e provincie
autonome
(Marche,
Toscana,
Sicilia,
Valle
d'Aosta,
Provincia
autonoma di
Trento e
Provincia
autonoma di
Bolzano),
sono stati
illustrati
oggi nella
Capitale,
alla
presentazione
del 43esimo
Congresso
nazionale
Sirm, al via
domani alla
Fiera di
Roma.
"Ebbene solo
nelle prime
regioni e
provincie
autonome
censite,
abbiamo
registrato
richieste
per ben 8
milioni di
prestazioni
radiologiche",
spiega
Roberto
Lagalla,
presidente
della Sirm.
"Questi
esami sono
davvero
tanti e non
sempre
necessari. A
far crescere
in modo
esponenziale
la domanda è
il sempre
maggior
ricorso a
quella che
oggi viene
definita
medicina
difensiva".
Insomma, a
volte a
spingere a
prescrivere
questi esami
è più una
prudenza
estrema dei
camici
bianchi che
una reale
necessità
dei
pazienti.
"Anche se
non manca
una
richiesta
spontanea da
parte dei
pazienti
stessi".
Risultato?
"A fronte di
una
spropositata
richiesta di
diagnostica
per immagini
- dice
Lagalla -
lievitano
sia la spesa
sanitaria
che le liste
di attesa.
Macchinari e
operatori
sono presi
d'assalto e
il rischio è
che si
eseguano
esami a
volte
inutili".
"Occorre
implementare
la
radiologia,
ma anche
'calmierare'
le
prestazioni
diagnostiche.
Si tende
infatti a
ricorrere a
indagini
strumentali
non sempre
motivate da
esigenze
cliniche, ma
piuttosto
dalla
preoccupazione
di evitare
possibili
contenziosi".
Lagalla cita
il caso del
Policlinico
di Palermo,
dove le
richieste
"che
arrivano dal
Pronto
soccorso
aumentano
del 10%
l'anno, ma
gli esami
non sono
sempre
giustificati,
come si può
immaginare
guardando i
risultati:
4-5 esiti
negativi per
ogni
positivo".
Insomma, i
radiologi se
la prendono
con la
medicina
difensiva,
un approccio
sempre più
diffuso fra
i 'camici
bianchi'
italiani,
figlio della
"diffidenza
fra medici e
pazienti,
che ha
pesanti
ricadute
economiche e
organizzative
sulla sanità
italiana".
Cosa fare
allora? La
Sirm
sottolinea
la necessità
di
condividere
con i medici
prescrittori
le linee
guida in
materia, e
di
promuovere
il principio
di
'giustificazione
clinica'
delle
prestazioni.
Inoltre,
dicono, è
fondamentale
l'informazione
sugli
effetti
indesiderati
delle
radiazioni
ionizzanti.
Il
censimento,
che durerà 4
anni e
toccherà
1.550
strutture
(di cui 950
pubbliche),
fornisce
anche un
quadro del
personale al
lavoro nelle
unità
operative.
In quelle
censite
finora
operano
1.352 medici
radiologi,
di cui 161
neuroradiologi,
per lo più
giovani. Gli
specialisti,
infatti, nel
70% dei casi
hanno meno
di 50 anni,
mentre i
direttori di
struttura
complessa
hanno nel
75% dei casi
tra i 50 e i
65 anni. Le
donne sono
circa un
terzo. Il
resto del
personale
censito è
formato da
2.251
tecnici
sanitari di
radiologia
medica e 578
infermieri.
Bene il dato
dell'informatizzazione.
"Nel 70%
delle
strutture è
presente un
sistema Ris
(Radiological
Information
System)",
spiegano gli
esperti.
Farmaci:
8 arresti per corruzione, anche funzionari
Aifa
Otto
ordinanze di custodia sono state emesse,
nell' ambito di un'inchiesta condotta dalla
procura di Torino, nei confronti di
altrettante persone, tra cui funzionari
dell'Aifa, l'Agenzia italiana per il
farmaco, e rappresentanti di case
farmaceutiche. Il reato contestato è quello
di corruzione. Secondo quanto appreso i
provvedimenti sono relativi a quattro
ordinanze di custodia in carcere e quattro
di arresti domiciliari. L'operazione,
condotta dai Nas di Torino e di Roma, giunge
dopo due anni di indagini su un presunto
giro di scambi di favori ed agevolazioni tra
le persone coinvolte.
Creati
globuli rossi in laboratorio
Globuli rossi creati in un
laboratorio dell'università
della North Caroline, negli
Usa. A riuscire
nell'impresa, che potrebbe
rivoluzionare il mondo della
medicina, Joseph DeSimone,
un ingegnere chimico che ha
subito provveduto a
presentare domanda per
brevettare la scoperta.Finora
in molti avevano tentato di
creare globuli rossi
artificiali, ma l'ostacolo
inarginabile consisteva
nella difficoltà a crearne
di piccoli e deformabili, in
modo che fossero in grado di
penetrare anche i capillari
più sottili. De Simone è
invece riuscito a realizzare
delle piccole sacche di un
polimero, il polietilene
glicole, della giusta misura
e con le caratteristiche
elastiche adatte. Si tratta
di molecole in grado di
rilasciare ossigeno e
estrarre anidride carbonica
dai tessuti. Le piccole
sacche create dal
ricercatore americano hanno
un diametro di 8 millesimi
di millimetro, e sono
altamente deformabili.
Inoltre, il polietilene
glicole non è tossico per
l'organismo e si lega
facilmente con altre
sostanze chimiche,
caratteristica che lo rende
un buon 'trasportatore'
all'interno del sangue.
Oltre a creare globuli rossi
artificiali, l'invenzione 'made
in Usa' - spiega un articolo
pubblicato sul NewScientist
- potrebbe costituire una
nuova via per rilasciare
farmaci nell'organismo o per
trasportare i mezzi di
contrasto di alcuni esami
diagnostici come risonanze
magnetiche, Tac e Pet.
Italia a rischio di
malattie esotiche
Dopo aver fatto
capolino in Italia lo scorso anno,
la Chikungunya rischia di fare il
bis la prossima estate. Se nel 2007
la temibile "malattia dell'uomo che
si contorce" ha colpito l'Emilia
Romagna, non è da escludere che
possa presentarsi in altre Regioni
italiane, soprattutto quelle rimaste
indietro nella guerra alla zanzara
tigre. L'allarme per il nostro Paese
arriva dalla sesta European
Conference on Travel Medicine, in
corso a Roma. "E' senz'altro la
Chikungunya la malattia che mina
maggiormente l'Italia - spiega a
margine dell'incontro Annelies
Wilder Smith, a capo della
Travellers' Screening and
Vaccination Clinic del National
University Hospital Singapore - E'
vero che la scorsa estate colpì solo
l'Emilia Romagna, ma ciò non vuol
dir nulla. Anche la Febbre del Nilo
occidentale fece la sua comparsa
negli States a New York, ma ben
presto il virus ha esteso la sua
presenza alla maggior parte degli
Stati orientali del continente
nord-americano e poi si è
ulteriormente diffuso alle parti
meridionali e occidentali degli
Usa". Ma non è tutto. A far paura
all'Italia anche la Dengue e la
Febbre gialla, che potrebbero
trovare, sempre nella temuta zanzara
tigre, un alleato prezioso per
propagarsi nel Belpaese. "Del resto
la Dengue - ricorda a margine
dell'incontro Max Hardiman,
dell'Oms - in passato è già stata
presente in Italia". "Non è da
escludere, dunque - assicura
Walter Pasini, direttore del
Centro collaboratore
dell'Organizzazione mondiale della
sanità (Oms) per la medicina del
turismo - che alcuni casi possano
essere importati da altri Paesi
innescando, con il supporto della
zanzara tigre, piccole epidemie
locali". Più difficile, ma non
impossibile, è poi l'arrivo in
Italia della temutissima febbre
gialla. "Ritengo sia l'emergenza
principale - sottolinea Wilder-Smith
- visto che è diffusa in Africa e
Sudamerica, ma la zanzara che la
veicola è presente anche in Asia.
Con i viaggi e le migrazioni questa
malattia può dunque diffondersi in
tutto il mondo molto rapidamente".
Orologio
fonte di infezioni in ospedale, avviso a
medici e infermieri
Meglio diffidare di medici e infermieri
che, in ospedale, non si tolgono
l'orologio dal polso. Potrebbero essere
potenziali untori di numerose infezioni
batteriche. L'avvertimento proviene dal
XVIII Congresso europeo di microbiologia
clinica e malattie infettive (Eccimid),
in corso fino a martedì a Barcellona
(Spagna). Secondo uno studio condotto
dai ricercatori britannici
dell'università di Sheffield, infatti,
camici bianchi e infermieri che lavorano
in ospedale dovrebbero togliersi gli
orologi per evitare che, tra cinturino e
polso, si dia vita a una vera e propria
coltura batterica, potenzialmente
pericolosa per i malati che sono più
vulnerabili alle infezioni. Prima di
puntare il dito contro gli orologi da
polso, gli scienziati hanno misurato la
contaminazione batterica di mani e polsi
di due gruppi di operatori sanitari
ospedalieri. Un gruppo abituato a
portare sempre con se l’orologio,
l'altro a toglierlo. Ebbene, i
microbiologi hanno scoperto la presenza
dello stafilococco aureo nel 25% dei
primi, e percentuali molto più basse nei
secondi. Non solo: il polso di chi non
ama separarsi mai dal proprio orologio è
risultato una vera e propria coltura dei
più diversi batteri. ''Che per fortuna -
aggiungono - non si propaga alle mani''.
Le conclusioni fanno il paio con quelle
di un'altra ricerca secondo cui ''solo
il 40% del personale ospedaliero
rispetta le regole igieniche - prima tra
tutte il lavaggio delle mani -
necessarie per ridurre al minimo la
possibilità di propagare infezioni
opportunistiche tra i pazienti
ricoverati''. Tra i comportamenti sotto
osservazione, l'abitudine o meno di
lavarsi le mani dopo essersi recati in
bagno, che i ricercatori olandesi del
Canisius-Wilhelmina Hospital hanno
misurato nel personale sanitario
ospedaliero e in altre due categorie di
persone: i partecipanti all'Eccimid
dello scorso anno, e quanti visitano i
bagni pubblici delle stazioni di
servizio sulle autostrade. Il risultato,
poco confortante, è che medici e
ricercatori che lavorano in ospedale
sono risultati la categoria che si lava
meno le mani (46%), rispetto ai
congressisti microbiologi che, forse per
deformazione professionale, nell'84% dei
casi dopo essere andati in bagno usano
il lavandino. Anche i comuni cittadini
che vanno nelle toilette pubbliche delle
autostrade sono più attenti, con una
percentuale del 75% di persone che prima
di uscire si lavano le mani. In questo
caso, ipotizzano i ricercatori olandesi,
a suggerire questa sana abitudine anche
in chi non la applica nella vita di
tutti i giorni potrebbero essere
l'ambiente circostante, non sempre
paradigma dell'igiene. Come fare per
convincere o ricordare ai medici che
lavarsi le mani è una misura
precauzionale necessaria? Gli scienziati
olandesi suggeriscono carta igienica e
salviette 'promozionali', con su scritti
messaggi tipo 'ricordati che devi
lavarti le mani'. Laddove sono stati
usati, la sana abitudine è diventata più
comune. ''Con modesti investimenti
finanziari'', concludono.
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