Archivio News 2008-09

 

Il grasso corporeo e’ piu’ nocivo del fumo delle sigarette
Lo dimostra uno studio del Karolinska Institute Uno studio svedese del Karolinska Institute ha dimostrato che i chili di troppo nuocciono gravemente alla salute, aumentando il rischio di morte prematura esattamente come fanno 10 o piu' sigarette al giorno. Tuttavia anche se si è troppo magri i rischi per la salute lievitano ugualmente. Nel loro studio, che ha guadagnato le pagine della rivista British Medical Journal, i ricercatori svedesi hanno esaminato 45.920 uomini nati tra il '49 e il '51, monitorando i dati relativi al loro peso sui registri del servizio militare, ovvero negli anni in cui erano poco piu' che maggiorenni. Da qui, analizzando le circa 3000 morti che erano state registrate nel campione col trascorrere degli anni, hanno potuto tirare le somme e giungere alla conclusione che essere sovrappeso da giovani o fumare 10 o piu' sigarette giorno aumenta del 30% i rischi per la salute. Il dato che forse impressiona di piu' e' che il non fumatore grasso corre esattamente gli stessi rischi del fumatore sovrappeso. Coloro invece che hanno un indice di massa corporea (Bmi) inferiore a 18,5, non hanno mostrato un aumento del rischio di morte precoce, indipendentemente dal fatto che fossero fumatori o meno. Chi invece ha un Bmi pari o inferiore a 17 corre gli stessi rischi di chi ha chili di troppo. Ian Campbell, a capo della 'Weight Concern', definisce i risultati dello studio "estremamente interessanti". "Quando un paziente fumatore e in sovrappeso ci chiede consiglio - fa notare - noi lo invitiamo sempre, come prima cosa, a dire addio alle sigarette, considerandole piu' dannose. Questo studio ci suggerisce altro". Intanto in Inghilterra, alla luce dei risultati della ricerca svedese, Betty McBride della British Heart Foundation ha chiesto al Governo di impegnarsi nella lotta ai chili di troppo con la stessa risolutezza con cui l'Esecutivo ha intrapreso la guerra alle sigarette. "Il numero dei giovani in sovrappeso e obesi e' in aumento - sottolinea McBride - Senza affrontare questo problema ora, la prossima generazione potrebbe crescere con molti piu' problemi di salute rispetto ai loro genitori".

Il pediatra, test della camminata per riconoscere meningite
Un test semplice da fare in casa, per riconoscere subito la possibile presenza di meningite e capire se è il caso di correre in ospedale. Si tratta del test della camminata, suggerito dal pediatra e docente dell'Università di Milano-Bicocca Italo Farnetani, dopo il caso della ragazza di 20 anni in coma farmacologico da ieri, nel reparto di Terapia intensiva dell'ospedale Sant'Anna di Ferrara, dopo aver contratto una meningite iperacuta da meningococco."Effettuare precocemente la diagnosi è indispensabile per poter attuare prima possibile la terapia - sottolinea il pediatra all'ADNKRONOS SALUTE - Ma i sintomi della meningite sono simili a quelli dell'influenza e delle altre infezioni tipiche soprattutto di questa stagione: infatti nelle prime fasi la malattia dà febbre, vomito, mal di testa, sintomi comuni a gran parte delle infezioni. Anche la rigidità, e perciò il dolore, ai movimenti della nuca e della colonna vertebrale sono piuttosto frequenti quando si è ammalati, e spesso si confondono con il comune mal di testa. Quando la febbre è molto alta, in genere, i pazienti hanno sonnolenza, tendono a essere confusi nel parlare, altri sono agitati e dicono frasi senza senso. Il sistema utile a distinguere la meningite dalle altre comuni infezioni - assicura - è eseguire il 'test della camminata'". Per farlo è sufficiente invitare il paziente a scendere dal letto e provare a camminare: se riesce a farlo anche barcollando non ha la meningite e si deve eseguire l'abituale cura per la febbre. Se cade, cioè non riesce a stare in piedi, potrebbe avere la meningite e per questo "si deve andare, anzi correre, all'ospedale", raccomanda Farnetani. Ma quando è il caso di eseguire il test? Se si ha febbre superiore a 38,5°C e uno o più dei seguenti sintomi:- vomito- mal di testa- sonnolenza- confusione mentale, cioè il paziente fa discorsi senza senso, è assente e/o non riconosce le persone.

 

Altra promozione per MMR

Un'altra evidenza positiva, dopo le assoluzioni sul rischio autismo, per il vaccino contro morbillo, varicella e rosolia (MMR). Riguarda il  sospetto precedentemente avanzato di un sovraccarico del sistema immunitario dovuto alla composizione multi-antigenica del vaccino, mentre evidenze come quelle di una ricerca britannica hanno mostrato che nelle fasi post-immunizzazione il rischio d'infezioni batteriche severe non aumenta e al contrario si riduce. Una conferma giunge ora dagli stessi autori, dall'analisi aggiuntiva di dieci anni di dati su infezioni batteriche invasive, e anche virali, nella popolazione generale, considerando tre periodi di rischio post-vaccinazione con l'anti-MMR, cioè 0-30 giorni, 31-60 giorni e 61-90 giorni; l'analisi ha riguardato anche i casi in cui si era somministrato MMR in concomitanza con anti-meningococco C (MCC). Si sono osservati un rischio diminuito a 0-30 giorni per le infezioni batteriche o virali (in entrambi i casi -32%), nessun aumento di rischio per qualunque periodo per le infezioni combinate o per quelle individuali con l'eccezione di quelle erpetiche a 31-60 giorni ( 70%), nessun aumento significativo di rischio per le vaccinazioni concomitanti per MMR e MCC per le infezioni batteriche o virali. Il vaccino non incrementa quindi il rischio d'infezioni invasive nei 90 giorni post-immunizzazione.



Anaao, confermato taglio stipendi dei medici

Brutte notizie per i medici. Le Commissioni riunite Affari Costituzionali e Lavoro della Camera hanno bocciato le proposte di modifica al Ddl Brunetta chieste dalle organizzazioni sindacali di categoria. "Ignorando, tra l'altro, il parere vincolante della Commissione Affari Sociali". A riferirlo è l'Anaao Assomed, secondo cui questo disegno di legge avrà "ricadute negative sul funzionamento del Ssn e sulla dirigenza medica in particolare". "Nel testo che andrà all'esame dell'Aula la prossima settimana - spiega l'Anaao in una nota - viene ribadita la previsione di destinare, nel medio periodo, il 30% del trattamento economico dei dirigenti pubblici al salario di risultato. Questo significa una riduzione secca delle retribuzioni dei medici dipendenti a carico delle voci a carattere fisso e continuativo, sulle quali viene sostanzialmente calcolato il trattamento previdenziale e quello di fine rapporto. Inoltre, è stata mantenuta la possibilità di essere licenziati al raggiungimento dei 40 anni di contribuzione esclusivamente in base a criteri di discrezionalità del direttore generale, salvando da questa disposizione solo i direttori di struttura complessa". L'Anaao intende quindi denunciare "gli evidenti profili di illegittimità costituzionale e soprattutto la cieca discriminazione nei confronti di oltre 100.000 medici dipendenti le cui condizioni economiche e di lavoro sono oggetto di un pesante attacco malgrado il loro impegno a difesa di un bene costituzionalmente tutelato qual è la sanità.
 

I medici possono denunciare i clandestini

Il Senato ha approvato l'emendamento presentato dalla Lega. Pd: «Una palese violazione della Costituzione»

ROMA - I medici potranno denunciare gli stranieri irregolari. Il Senato ha approvato l'emendamento presentato dalla Lega, primo firmatario il capogruppo Federico Bricolo, che cancella la norma secondo cui il medico non deve denunciare lo straniero clandestino che si rivolge alle strutture sanitarie pubbliche. L'opposizione aveva chiesto il voto segreto perché l'emendamento, secondo Giovanni Procacci (Pd), «è in palese violazione della Costituzione». Il presidente del Senato ha respinto la richiesta facendo votare la proposta di modifica con voto elettronico: i sì sono stati 156, 132 i no e un astenuto.

 

Il futuro della medicina è donna.
Le donne medico registreranno uno storico sorpasso sugli uomini Con l’attuale trend fra pochi anni si dovrebbe avere uno storico sorpasso che sancirà il primato numerico delle donne medico italiane sui loro colleghi maschi. E' quanto emerge da uno studio presentato in occasione di un convegno del Cimo-Asmd sulle donne medico come forza nuova per la sanita' pubblica nel prossimo decennio. Oggi le donne medico sono il 35% del totale ma considerando il dato disaggregato emerge che rappresentano il 54% della forza lavoro medica nella fascia di eta' compresa tra i 35 e i 44 anni. Le statistiche si tingono ancora piu' di rosa per la fascia di eta' tra i 25 e i 34 anni, dove le donne rappresentano il 65% del totale. 'Tra 10 anni coloro che andranno in pensione saranno soprattutto uomini - ha detto il professor Americo Cicchetti, dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore, che ha presentato i dati dello studio - mentre le nuove professionalita' saranno soprattutto donne. Questo evidenzia una progressiva femminilizzazione della professione'. Restano da sciogliere alcuni nodi ancora irrisolti, come quello della tutela della maternita' e della presenza delle donne ai livelli dirigenziali. 'E' una scelta suicida da parte delle donne medico quella di avere una famiglia o dei figli - ha aggiunto Itala Corti, del coordinamento donne medico del Cimo - perche' e' difficile conciliare il tempo da dedicare alla professione e il tempo familiare. Dobbiamo puntare a ottenere una legge che tuteli veramente le donne; quella esistente, che concede congedi parentali, e' solo una copertura della carenza di strutture sociali, come gli asili.
 

Influenza, attenzione alle complicanze

Il picco dell'epidemia di influenza si sta avvicinando e arriverà a metà febbraio: nell'ultima settimana l'australiana ha messo a letto ben 400 mila italiani e altrettante sono le persone colpite da malattie respiratorie acute. Non solo. Rispetto alla settimana precedente, i ricoveri ospedalieri correlati a patologie influenzali sono cresciuti di quasi dieci volte e le visite domiciliari da parte dei medici di famiglia sono aumentate del 50%, con un conseguente incremento del 15% dei giorni di malattia prescritti. Il consumo di farmaci, in particolare antibiotici, è cresciuto del 14%. E, in un mese, si è registrato un incremento del 70% nella richiesta di indagini diagnostiche. Questa la fotografia del più tradizionale malanno di stagione scattata da 'Health Search/Italia, come stai?', il progetto della Società italiana di medicina generale (Simg) "che rappresenta il più potente strumento di rilevazione epidemiologica mai realizzato nel nostro Paese", spiega in una nota Claudio Cricelli, presidente della Simg. "Si tratta di una rete di medici di medicina generale distribuiti su tutto il territorio nazionale che non solo fornisce con tempestività informazioni sull'evoluzione della patologia, i cui dati peraltro sono già tenuti sotto osservazione dalla rete Influnet dell'Iss - precisa Cricelli - ma verifica anche capillarmente le complicanze e lo stato di salute della popolazione italiana nel corso del periodo influenzale, il numero di indagini diagnostiche effettuate, i trattamenti terapeutici prescritti, le assenze dal lavoro causate dalla malattia e i ricoveri ospedalieri richiesti. Abbiamo iniziato le rilevazioni sei settimane fa - prosegue il presidente della Simg - e dagli ultimi dati risulta con evidenza che il virus influenzale è sempre più diffuso e le malattie respiratorie simili all'influenza stanno avanzando". Nell'ultimo mese di rilevazione l'incidenza dell'australiana è aumentata in maniera costante, passando dai 2,1 casi ogni mille pazienti della prima metà di dicembre ai 7,7 casi dell'ultima settimana. Quasi un paziente su tre ha ricevuto un ciclo di antibiotico in seguito a una complicanza batterica conseguente a influenza o a una malattia respiratoria acuta.

 

Sonno interrotto ostacola la memoria

Lievi disturbi del sonno che inducono un sonno leggero ma non ne riducono la durata totale sono sufficienti a ridurre l'attivazione ippocampale ed ad interferire con apprendimento e memoria. I soggetti che non dormono bene spesso riportano problemi di memoria, e precedenti studi hanno dimostrato che saltare una notte di sonno riduce l'attivazione ippocampale. Il sonno leggero è causato da fattori come apnea, obesità, stress, rumore ambientale, luce eccessiva o letto scomodo. In base a quanto rilevato, il sonno profondo prima dell'apprendimento consente un'attività ippocampale ottimale, e beneficia la memoria. Vi sono alcune semplici regole per ottimizzare il sonno, come evitare la caffeina dal pomeriggio in poi, evitare il lavoro duro, lo stress o le preoccupazioni nelle ultime ore prima di addormentarsi, fare esercizio durante il giorno, esporsi a sufficienza alla luce diurna ed assicurarsi che la camera da letto serva solo a dormire. Un'accortezza meno intuitiva sarebbe ridurre il tempo trascorso a letto all'intervallo in cui davvero si deve dormire, e non rimanervi per molto tempo pensando che il corpo in questo modo almeno riposi per poi dormire per una mera frazione di quel tempo. E' molto meglio ridurre la permanenza a letto a poche ore di sonno che frammentare quelle stesse ore. (Nat Neurosci online 2009, pubblicato il 19/1)

 

Il risultato di una ricerca sui processi all’interno del cervello durante il sonno

«Dormite sereni e anche l'economia vola»

Un neurologo olandese: «Perché chi ha dei dipendenti che hanno riposato bene, sfrutta il loro potenziale al meglio»

(Grazia Neri)

(Grazia Neri)

Dormire tranquilli fa bene all’economia: è questo il risultato di una ricerca sui processi all’interno del cervello durante il sonno, svolta da un neurologo olandese Ysbrand van der Werf, presso l’Istituto di Scienze Neurologiche (NIN) e la Vrije Universiteit di Amsterdam. Anche se non se ne rende conto, chi dorme nelle vicinanze di un’autostrada, una ferrovia, un aeroporto o punti molto trafficati soffre per il rumore e quindi ha più difficoltà a ricordare informazioni datate e a imparare e organizzarne di nuove.

Sul Web - «Durante il sonno, l’ippocampo, la zona del cervello preposta a fissare i ricordi, funziona meno bene quando le onde a bassa frequenza del cervello vengono disturbate», spiega Van der Werf, che ha pubblicato i risultati della sua ricerca sul sito internet Nature Neuroscience. Certo già si sapeva che se si dorme poco o male, il giorno dopo si fa fatica a concentrarsi e ad avere una buona produttività, ma quello che il ricercatore olandese voleva stabilire era se durante il sonno succedesse qualcosa in grado di influenzare una zona così cruciale come l’ippocampo, che è responsabile in generale della memoria dichiarativa, cioè dei ricordi che possono essere esplicitamente verbalizzati. I danni all’ippocampo generalmente comportano gravi difficoltà nella formazione di nuovi ricordi (amnesia anterograda) e normalmente colpiscono anche l’accesso ai ricordi precedenti alla lesione (amnesia retrograda). Anche un leggero disturbo del sonno profondo, può comportare un danno.

I danni - Il cosiddetto sonno profondo dura almeno la metà del tempo dedicato al riposo e si caratterizza per l’emissione di onde a bassa frequenza e serve al nostro cervello per riordinare le informazioni acquisite durante il giorno e fare così spazio per delle nuove. Nel momento in cui il cervello viene disturbato da rumori o dalla luce durante questo processo, il giorno dopo l’ippocampo, ovvero il centro della memoria, fa più fatica a funzionare a dovere. Chi dorme non si accorge di nulla, ma nel frattempo il danno è fatto. Van der Werf lo ha scoperto analizzando durante il giorno le immagini a risonanza magnetica del cervello delle persone, che durante il sonno erano state sottoposte a diversi suoni. Chi aveva dormito tranquillo, invece, era in grado di riconoscere almeno cinquanta delle cento immagini precedentemente mostrate.

Van der Werf: «Voglio perorare una rivalutazione del sonno, che deve avvenire nella maggiore tranquillità possibile. E questo fa bene sia a chi dorme, ma anche all’economia, perché chi ha dei dipendenti che hanno riposato bene, può sfruttare il loro potenziale al meglio». D’altra parte oltre a dormire in città molto rumorose, le ore di sonno tendono a diminuire per tutti. Van der Werf: «Non esiste una norma unica per tutti sulle ore di sonno, c’è chi ha bisogno di dieci ore e c’è chi che si sente benissimo dopo solo cinque. La tendenza a una diminuzione generale delle ore dedicate a dormire è però un’evoluzione molto preoccupante.”

 

Per i cittadini sarà meno automatico poter citare i medici in giudizio

«L'errore non sarà più reato» Pronta la legge per i dottori

Nove cause su dieci si concludono con l'assoluzione. Santelli: depenalizziamo. Ma imperizia e negligenza resteranno punite

ROMA — Destino inesorabile per otto su dieci. Denunciati e trascinati in tribunale per sospetta malpractice. Accusati di aver sbagliato. Un rischio che i chirurghi devono mettere in preventivo e dal quale cercano di difendersi con tutte le armi. Ricorrendo ad esempio alla cosiddetta medicina difensiva, cioè prescrivendo al paziente cure, ricoveri, esami che in cuor loro ritengono superflui ma che risulterebbero solidi scudi in caso di processo. Ogni anno il sistema sanitario pubblico sborsa tra 12 e 20 miliardi per analisi di tipo precauzionale. Una proposta di legge appena depositata ha l'obiettivo di alleggerire «il disagio di fronte alla crescita prepotente del contenzioso medico legale e alla richiesta di risarcimento a tutti i costi».

Un progetto di depenalizzazione dell'errore medico annunciato già a giugno dal sottosegretario al Welfare Fazio, e auspicato dalle categorie dei camici bianchi, chiamati da famiglie e pazienti a sostenere battaglie giudiziarie infinite che in quasi 9 casi su 10 si concludono con l'assoluzione. Primi firmatari Iole Santelli (vicepresidente commissione Affari Costituzionali) e Giuseppe Palumbo (presidente Affari sociali), entrambi Pdl, il provvedimento introduce nel codice penale e civile una serie di aggiunte e nuovi articoli che definiscono la colpa professionale legata ad un atto medico e chiariscono i meccanismi del nesso di causalità. «Ora la giurisprudenza non dà margini di certezza, i tribunali decidono in modo discrezionale, non c'è uniformità e i cittadini possono fare causa contro tutti e tutto», spiega la Santelli. «Un conto sono imperizia e negligenza che continueranno ad essere punite e resteranno nell'ambito penale — aggiunge Palumbo —. Un altro sono gli errori che non derivano da omissioni o superficialità tecnico scientifica. E allora la causa è civile».

Insomma, sarà meno automatico per i cittadini citare il dottore in giudizio. La legge si affianca a quella già in discussione al Senato, avviata da Antonio Tomassini. Obiettivi «modesti», si spiega nella premessa: «Alleggerire la pressione psicologica sul medico e l'animo a volte vendicativo del paziente nei confronti dei sanitari, accelerare la soluzione delle vertenze giudiziarie». Particolare importanza viene attribuita alle caratteristiche dei periti, al ruolo delle assicurazioni e al consenso informato. Un anno di carcere per chi «sottopone una persona contro la sua volontà a un trattamento arbitrario». «Siamo il Paese col maggior numero di denunce contro la categoria, assieme al Messico — lamenta Rocco Bellantone, segretario della società italiana di chirurgia —. Solo in Italia i reati medici vengono puniti penalmente, altrove si dà per scontato che chi opera o prescrive una cura non ha un atteggiamento lesivo. Quando sbagliamo siamo accomunati a chi commette un omicidio in stato di ubriachezza». Tra gli specialisti più tartassati, i ginecologi-ostetrici, su cui pesa la doppia responsabilità di mamma e bambino. Tra le contestazioni più frequenti, il ritardato cesareo.

Margherita De Bac
16 novembre 2008

Classifica consumatori europei, Ssn 16°
Il Sistema sanitario italiano è il 16esimo in Europa, stando almeno all'indice dei consumatori Euro Health Consumer Index (EHCI), edizione 2008, presentato oggi a Bruxelles. L'Italia ottiene la sufficienza, ma certo non brilla quanto a sanità, portando a casa un risultato non molto distante da Spagna e Grecia, e restando comunque indietro rispetto a Paesi dell'Europa dell'Est come Estonia e Ungheria. A guidare la classifica del gradimento dei consumatori, che conta 31 Nazioni del Vecchio Continente, i Paesi Bassi, seguiti da Danimarca, Austria, Lussemburgo, Svezia e Germania. Per testare la salute dei sistemi sanitari europei, l'Euro Health Consumer Index utilizza 34 indicatori delle performance. E l'Italia ha ottenuto 640 punti su un potenziale teorico di 1.000. Come a dire che, in una potenziale pagella, conseguirebbe la sufficienza piena pur senza brillare. Nel documento stilato dall'EHCI si legge che, nel nostro Paese, non mancano le aree di eccellenza, ma siamo lontani dal raggiungere l'equità del sistema da un estremo all'altro della Penisola. Si sottolinea, inoltre, che i camici bianchi la fanno da padrone, mentre sono necessari più spazi e maggiore ascolto della voce dei pazienti.

 

Continua la discussione sul Testamento

E' il paziente a decidere quali cure avere e quali rifiutare. Anche se si tratta di idratazione e alimentazione artificiale

Questo il principio cardine del disegno di legge presentato dal senatore del Pd Umberto Veronesi, ieri calendarizzato in Commissione Igiene sanità di palazzo Madama dove sono all'esame ben 9 Ddl. Il testo dell'oncologo è tra i più brevi, solo 9 scarni articoli, e tutto improntato al principio dell'autodeterminazione. In aperto contrasto con molti altri Ddl e Pdl, l'ultimo dei quali è stato illustrato dalla maggioranza ieri pomeriggio alla Camera dei deputati e depositato ieri mattina al Senato. Veronesi rimarca come nel suo Ddl sia "chiaramente indicata l'espressione di volontà di essere o non essere sottoposto a trattamenti di sostegno, compresa l'alimentazione e idratazione artificiale". Questo, si legge nella parte introduttiva del Ddl, "è un elemento essenziale perché è su questo punto che la volontà del soggetto potrebbe essere equivocata. A questo proposito - rimarca l'oncologo - voglio ricordare che l'articolo 51 del Codice italiano di deontologia medica recita: 'Quando una persona, sana di mente, rifiuta volontariamente e consapevolmente di nutrirsi, il medico ha il dovere di informarla sulle possibili conseguenze della propria decisione. Se la persona è consapevole delle possibili conseguenze della propria decisione, il medico non deve assumere iniziative costrittive né collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale'". In base a quanto dispone il Codice di deontologia medica, "se dunque una persona, in piena consapevolezza, è libera di rifiutare la nutrizione artificiale, non è possibile sottrarre alla medesima persona la libertà di esprimere lo stesso rifiuto nelle disposizioni anticipate".

"Tuttavia - prosegue Veronesi nel suo Ddl - è data la possibilità al medico che ha in carico il paziente di non seguire le indicazioni di volontà anticipate, se sono in contrasto con le proprie convinzioni etiche, affidando quindi il paziente ad altri sanitari. Inoltre, la stessa cosa è contemplata qualora in uno specifico caso si rendessero disponibili, grazie a nuovi progressi scientifici, nuove possibilità di terapie e di ricupero".   L'oncologo e senatore rileva come il testo del disegno di legge sia "volutamente essenziale per essere più incisivo. Al regolamento sono affidati i dettagli applicativi". Il faro da seguire resta il principio dell'autodeterminazione: "E' l'unico che garantisce il rispetto della globalità della persona, del corpo, della mente e della loro armonia, anche quando questa armonia si spezza e ci si trova nella condizione di massima debolezza". Infine, conclude Veronesi, "va ricordato che è un obbligo morale promulgare una legge sulle dichiarazione anticipate di volontà perché l'Italia ha ratificato la Convenzione di Oviedo che lo contempla (legge 28 marzo 2001, n. 145) e perché il Comitato nazionale di bioetica e il Codice deontologico medico sono a favore del principio del rispetto delle volontà espresse dal paziente".

Proposta la depenalizzazione dell'errore
Una proposta di legge per depenalizzare gli errori medici, con l'obiettivo di far slittare dal penale al civile i contenziosi relativi agli errori in corsia. Presto la Pdl "inizierà il suo iter in Commissione Giustizia, alla Camera dei deputati". Ad anticipare "un'iniziativa che vede uniti numerosi parlamentari", è Giuseppe Palumbo (Pdl), presidente della Commissione Affari sociali della Camera, a margine di un incontro con la stampa. "L'Italia - spiega Palumbo, che saluta con grande entusiasmo l'iniziativa - è uno dei pochi Paesi dove l'errore medico si configura ancora come reato penale. E' dunque necessario passare allo status 'civile', escludendo, naturalmente, le colpe più gravi" di cui possono macchiarsi i camici bianchi. Palumbo ha concluso riportando un dato che supporta ancora di più la proposta: "il 99 per cento delle accuse penali a carico dei medici -ha affermato - si conclude con l'assoluzione".

 

La Lombardia non ha condiviso la posizione di maggioranza ritenendosi penalizzata. Sanità, accordo sugli esami garantiti. Escono dal sistema del rimborso 54 prestazioni, altre 95 sono state vincolate a criteri di appropriatezza

ROMA – Raggiunto l’accordo sui nuovi Lea, i livelli essenziali di assistenza. Le Regioni e il governo hanno trovato un punto di incontro sul documento che elenca gli esami diagnostici e di laboratorio che ogni cittadino italiano ha diritto di ricevere gratuitamente, da Bolzano a Trapani. Quindi una lista non soggetta a criteri di discrezionalità. I tagli sono stati meno pesanti del previsto. Escono dal sistema del rimborso 54 prestazioni, altre 95 sono state vincolate a criteri di appropriatezza, quindi le Asl dovranno continuare ad erogarle ma rispettando una certa soglia.

Altri 13 esami verranno garantiti solo se giustificati dalla presenza di una patologia o dalla condizione sociale (ad esempio il carico glicemico sarà gratuito solo per i diabetici e gli indigenti). La riunione decisiva sui Lea si è svolta al ministero tra i sottosegretari al Welfare Ferruccio Fazio e Francesca Martini e gli assessori regionali alla sanità. La discussione si è protratta più del previsto. La Lombardia non ha condiviso la posizione di maggioranza ritenendosi penalizzata dall’introduzione dei criteri di appropriatezza non che penalizzerebbero le Regioni virtuose rispetto a quelle con problemi di ripiano. «Nella sostanza il documento è stato approvato – ha commentato il sottosegretario Fazio -. E’ stato un colloquio molto costruttivo che potrebbe preludere ad un accordo per il Patto sulla salute (da chiudere entro giugno 2009, ndr). Nel complesso il Fondo sanitario non viene toccato. Quello che risparmiamo con questi tagli verrà investito nelle nuove prestazioni». Fazio si riferisce alla vaccinazione per il Papillomavirus, responsabile del tumore al collo dell’utero, al parto indolore, alle prestazioni diagnostiche per le malattie rare. I costi dell’intervento sui Lea devono essere ancora definiti. Dovrebbero aggirarsi attorno al miliardo di euro.

Il prossimo passo sarà l’accordo finanziario sul triennio 2009-2011, che dovrebbe essere chiuso entro il 31 ottobre prossimo. Tra l’altro si discuterà di un’ulteriore riduzione dei posti letto ospedalieri. Attualmente deve essere rispettato lo standard di 4,5 letti ogni mille abitanti. Si potrebbe scendere fino a 4 letti ogni mille abitanti e se così fosse le Regioni si dovrebbero impegnare a tagliare nel complesso dai 20 ai 25 mila posti letto da riconvertire in forme alternative di ricovero (ad esempio residenze per anziani, lungodegenza, riabilitazione, strutture di day hospital, ambulatori sul territorio). Un posto letto costa mediamente al Servizio sanitario pubblico 80 mila euro l’anno. Un posto di lungodegenza dai 30 ai 40 mila euro l’anno. Ecco alcune delle prestazioni eliminate o modiicate nei nuovi Lea.

Prestazioni tagliate perché obsolete (54) – Angioscopia percutanea, test della secretina, elettrolisi o altra forma di depilazione, flebografia renale, risonanza magnetica mammaria mono e bilaterale, scintigrafia dei testicoli.

Prestazioni a rischio di appropriatezza (94) – Esami di diagnostica per immagine dell’apparato osteoarticolare (Tac, Rsn) dovrebbero essere gratuiti solo per sospetto tumore o per trauma non quindi per la diagnosi di patologie degenerative. Le Regioni dovranno individuare criteri di appropriatezza (ad esempio linee guida ai medici di famiglia, soglie). La riduzione è legata anche alla necessità di ridurre l’esposizione dei pazienti alle radiazioni. Prestazioni incluse nei Lea se prescritte con specifica indicazione clinica (13) – Curva del carico di glucosio, ecografia delle anse intestinali, sideremia.

Coxib ancora sotto esame

La vicenda Vioxx sembra non avere mai fine. Dalla data della sua approvazione nel 1999 il farmaco è stato al centro di studi successivi che sono arrivati a decretarne nel 2004 il ritiro dal mercato in tutto il mondo. A determinarlo i dati a tre anni emersi da uno studio multicentrico, prospettico, randomizzato, condotto contro placebo, noto come APPROVe. Lo studio, che puntava a valutare l’efficacia del trattamento triennale di Vioxx nel dosaggio di 25 mg nella prevenzione delle recidive di polipi colorettali, ha evidenziato, infatti, un aumento del rischio relativo di eventi cardiovascolari non fatali, come infarti e ictus, a partire dal diciottesimo mese di trattamento continuativo. Una vicenda salita agli onori della cronaca, anche per le accuse di una vigilanza non sufficientemente tempestiva, che però non è ancora chiusa. Se, infatti, la maggior parte dei pazienti in cura col farmaco si era convinta di aver sospeso il rischio, sospendendo il farmaco, nuovi sviluppi, a partire sempre dallo studio APPROVe e pubblicati su Lancet, evidenziano come il rischio aumenti fino a due volte e persista per almeno un anno. Per poi, almeno una buona notizia, rientrare terminato l’anno. I ricercatori, però, d’accordo con altri esperti, evocano la possibilità che un discorso analogo possa valere per gli altri farmaci appartenenti a questa classe e che quindi i Coxib di nuova generazione possano aumentare il rischio di infarto e ictus. Si parla di Vioxx, perciò, ma anche di valdecoxib e di celecoxib, tutti farmaci COX-2 inibitori, che inibiscono la ciclossigenasi 2. Ma anche ibuprofene e naproxene non sembrano al riparo da rischi.

Come si è svolto lo studio
Per lo studio il gruppo di ricerca ha preso in considerazione soggetti che avevano partecipato al famigerato trial APPROVe, il trial sospeso nel 2004 in virtù dei rischi potenziali di infarti e ictus. I ricercatori sono riusciti a contattare l’84%, delle quasi 2600 persone che avevano partecipato al trial. Il risultato è stato significativo. Un anno dopo aver interrotto la cura, gli ex-utilizzatori avevano mantenuto un rischio aumentato del 79% di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi aveva ricevuto il placebo. In linea con l’aumentato rischio evidenziato durante il trial. Il farmaco, peraltro, è risultato efficace nel ridurre le recidive di polipi colo rettali, ma l’effetto benefico è controbilanciato dall’aumentato rischio cardiovascolare. Un effetto che, commentano i ricercatori, sembrerebbe comune agli altri farmaci della categoria. L’idea dei ricercatori è che sia meglio evitare l’assunzione di questi farmaci per un periodo lungo e comunque, nel caso in cui per reali necessità legate al dolore cronico o a un’artrite severa non si potesse farne a meno, è bene conoscere tutti questi aspetti. Quando, peraltro, l’uso è intermittente il rischio si riduce considerevolmente e questo significa, rassicurano i ricercatori, che l’assunzione di una pillola non equivale a un infarto incombente. Anzi nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di farmaci buoni e sicuri. I risultati non hanno sorpreso Eric Topol, il cardiologo statunitense che nel 2004 con un’editoriale sul New England Journal of Medicine non aveva lesinato accuse all’azienda produttrice di Vioxx e agli organi di vigilanza, che evidenzia come sia bene diffidare anche degli altri farmaci della categoria. Non si è fatta attendere neanche la risposta della Merck, l’azienda in questione. “Merck ritiene - ha detto una nota dell’azienda - che questa analisi post-hoc che ha utilizzato dati limitati da uno studio prematuramente terminato, debbano essere presi con molta cautela e contestualizzati con il resto dei dati dal programma di sviluppo clinico estensivo per Vioxx”.

Marco Malagutti

Fonti
Baron JA et al. Cardiovascular events associated with rofecoxib: final analysis of the APPROVe trial. Lancet doi:10.1016/S0140-6736(08)61490-7

Troppi precari in ospedale, problema avvertito da 7 medici su 10
Una vera e propria piaga. Un fenomeno inarrestabile che sta investendo anche le corsie degli ospedali: è l'aumento dei lavoratori precari in sanità. Un'emergenza molto sentita anche dai diretti interessati, se è vero che circa il 70% dei medici che presta servizio negli ospedali italiani, dichiara di avvertire "molto" il problema. E' quanto emerge da un sondaggio realizzato da 'Quotivadis', quotidiano online di informazione medico-scientifica di Univadis. Non tutti i camici bianchi sembrano però essere condizionati dal numero sempre crescente di lavoratori 'a termine' nel nostro Ssn. Il 20% dei medici afferma infatti di avvertire "poco" il problema, in barba agli ultimi dati sui precari in sanità: solo nel settore pubblico se ne contano oltre 30 mila, tra medici, biologi, amministrativi e soprattutto infermieri e operatori socio-sanitari. C'è poi chi, come il 6% dei medici che ha risposto al sondaggio, dice di avvertire il problema ritenendolo però "fisiologico". C'è infine un 7% di camici bianchi, non pochi a dire il vero, che non prende posizione, e a domanda risponde: "non saprei".

Milillo, troppi esami diagnostici
I medici di famiglia non sono contrari ad un intervento che punti a razionalizzare la spesa per gli esami diagnostici che oggi "si prescrivono più del necessario". Purché ciò non si trasformi in un eccesso di burocrazia che farebbe male a cittadini e camici bianchi. A dirlo è Giacomo Milillo, segretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), che dal congresso del sindacato in corso a Villasimius (Cagliari), commenta la proposta sui nuovi Livelli essenziali di assistenza di cui ha parlato oggi al congresso l'assessore regionale della Toscana, Enrico Rossi."Sappiamo - spiega Milillo - che come 20 anni fa c'era una prescrizione di farmaci eccessiva, oggi esiste una prescrizione non appropriata di indagini diagnostiche. Una questione che non è stata mai affrontata anche perché si tratta di una voce di spesa non immediatamente controllabile". Per Milillo "si prospetta nella diagnostica un processo di razionalizzazione che c'è stato già in passato sui farmaci. La nostra speranza e il nostro impegno è che questo non si trasformi in un sovraccarico burocratico, che sarebbe negativo rispetto all'obiettivo di razionalizzazione che pure è necessario". Secondo il segretario del sindacato medico, "se dal taglio sulla diagnostica proposta dai Lea dovessero derivare criteri semplici che il medico adotta, allora penso che possa essere positivo. Se invece, in nome della riduzione della spesa, dovesse cominciare un percorso come quello della Cuf e dell'Aifa, adottato per la farmaceutica, noi esprimeremo il nostro dissenso ovviamente rispetto al metodo più che sul merito".

Suora o camionista? reumatismo professionale in agguato
Dall'artrosi da mouse alla lombalgia del camionista, fino al ginocchio della suora. Ogni professione ha il suo reumatismo, e saperlo è il primo passo per anticipare l'esatta diagnosi, correggere gli stili di vita e cominciare per tempo una terapia mirata. Parola degli esperti riuniti a Milano, in un incontro promosso da Merck Sharp & Dohme per fare il punto su nuovi e vecchi farmaci antinfiammatori e ridefinire i loro rapporti costo-beneficio. I medici stimano che le patologie reumatiche colpiscono in Italia oltre 5 milioni di persone, donne nel 60% dei casi. Con un trend in crescita legato soprattutto all'aumento dell'età media, ma condizionato, in certe fasce di popolazione e in certi periodi della vita, dal lavoro svolto. Il 'ginocchio della lavandaia', ben noto a nonne e zie, non è dunque scomparso. Ha solo cambiato nome, adattandosi all'evoluzione della società e declinandosi in problemi reumatici differenti e corrispondenti ai nuovi mestieri. Almeno ad alcuni. "Non è un segreto, per esempio, che tra i motociclisti della stradale è particolarmente diffusa l'artrosi lombare", assicura Giovanni Minisola, responsabile dell'Unità operativa di Reumatologia dell'ospedale San Camillo di Roma. Disturbi legati alla postura "anche per i camionisti", continua l'esperto, senza dimenticare ovviamente "i dolori associati a un utilizzo continuo del computer e del mouse". Ma anche scelte esistenziali più contemplative e meno materialiste nascondono qualche insidia: tra salmi del mattino, vespri della sera e rosari ripetuti, "sono molte le suore che soffrono di artrosi al ginocchio", dice Minisola. In generale, continua lo specialista capitolino, "le malattie reumatiche interessano nel nostro Paese quasi un decimo della popolazione. E dei 5 milioni di pazienti, la maggior parte (da 3 milioni e mezzo a 4 milioni) lamenta una patologia artrosica. Altri 350-400 mila soffrono di artrite reumatoide, e la quota restante è rappresentata dai malati con gravi patologie reumatiche come la spondiloartrite anchilosante, il lupus eritematoso sistemico e la sclerodermia, per un totale di 150 tipologie diagnostiche". Queste cifre, precisa Minisola, "non comprendono i pazienti con osteoporosi". La malattia delle ossa fragili, che può sovrapporsi alla patologia reumatica, "interessa circa 4-4 milioni e mezzo di italiani, per due terzi donne", spiega. La diffusione 'epidemica' delle malattie reumatiche trova conferma nell'ambulatorio del medico di medicina generale. "Sui circa 21 pazienti che visito ogni giorno - riferisce Ovidio Brignoli, vice presidente della Società italiana di medicina generale (Simg) - il 25%, uno su 4, viene da me per un dolore di natura osteo-articolare non traumatica". La risposta a queste patologie passa da un gioco di squadra sapiente e coordinato: "Serve un triangolo tra medico di medicina generale, specialista e paziente", è l'appello finale di Minisola. Perché quando questa collaborazione viene meno "ne risentono l'appropriatezza diagnostica e quella precrittiva, e per finire i bilanci della sanità".
 

La Chiesa cambia idea sulla morte

Un articolo pubblicato ieri sull'Osservatore Romano cambia la posizione della Chiesa a 40 anni di distanza dalla firma del "protocollo di Harvard" che definì la morte come la cessazione di ogni attività cerebrale con l'approvazione anche da parte dei vertici ecclesiastici. L'ambiente scientifico ribatte difendendo i criteri stabiliti ad Harvard che da allora sono sempre stati considerati validi e sufficienti
"Occorre rimettere in discussione la definizione di morte cerebrale". Lo scrive l'Osservatore Romano a quarant'anni dal rapporto di Harvard che "cambiava la definizione di morte basandosi non più sull'arresto cardiocircolatorio ma sull'encefalogramma piatto: da allora l'organo indicatore della morte non è più soltanto il cuore, ma il cervello".

"Si tratta - sottolinea l'Osservatore Romano - di un mutamento radicale della concezione di morte, che ha risolto il problema del distacco dalla respirazione artificiale, ma che soprattutto ha reso possibili i trapianti di organo, accettato da quasi tutti i Paesi avanzati (dove è possibile realizzare questi trapianti), con l'eccezione del Giappone. Anche la Chiesa cattolica, consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte, ma con molte riserve: per esempio, nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata la certificazione di morte cerebrale". Nuove ricerche scientifiche hanno però riaperto la discussione e alcuni sono "concordi nel dichiarare che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano. Il rischio di confondere il coma (morte corticale) con la morte cerebrale è sempre possibile". "E questa preoccupazione - aggiunge l'Osservatore Romano - venne espressa al concistoro straordinario del 1991 dal cardinale Ratzinger nella sua relazione sul problema delle minacce alla vita umana: 'Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma 'irreversibile', saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d'organo o serviranno, anch'essi, alla sperimentazione medica ('cadaveri caldi')".

Il criterio di morte cerebrale per sancire la morte di un individuo "resta al momento l'unico criterio scientificamente valido". Non ha dubbi al riguardo Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), che all'ADNKRONOS SALUTE dice la sua riguardo all'editoriale dell'Osservatore Romano: "Siamo pronti a recepire nuove evidenze, naturalmente, ma per farlo dobbiamo conoscere nome e studi di chi indica nuove strade percorribili. Dubito che ciò possa accadere - aggiunge - perché a 40 anni dalla definizione dei criteri stabiliti dal rapporto di Harvard nessuno li ha mai messi in discussione". Carpino non nasconde, inoltre, le "preoccupazioni" riguardo ai dubbi e alle perplessità che il messaggio dell'Osservatore romano potrebbero accendere nella gente. "Di fronte alla morte - spiega - le persone nutrono sempre forti dubbi, e non vorrei che iniziasse a circolare la spiacevole sensazione di inganno, ovvero di esser stati presi in giro dai camici bianchi per ben 40 anni". Una sensazione "ingiusta, senza contare che la legge italiana al riguardo è una delle più garantiste al mondo. Quando in rianimazione i medici rivelano un caso di encefalogramma piatto - spiega Carpino - trasmettono la notizia alla direzione sanitaria, che a sua volta istituisce un collegio di tre medici composto da un anestesista-rianimatore, un medico legale e un neurofisiologo. L'equipe così composta, a prescindere dall'età del paziente, effettua un periodo di 6 ore di osservazione con un protocollo preciso. Se viene certificata la morte cerebrale si aprono due possibilità: staccare la spina, in questo caso un atto dovuto, oppure mantenere in vita gli organi per la donazione. Non ci sono altre possibilità - conclude il presidente dell'Aaroi - perché la morte cerebrale è di fatto la morte dell'individuo". Le critiche al criterio della morte cerebrale per stabilire la fine della vita "non sono mai scientifiche, ovvero provate nero su bianco".

A difendere a spada tratta i criteri di Harvard, è anche Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti. Tali criteri - spiega costa -  non sono mai stati messi in discussione in 40 anni dalla  comunità scientifica, e vengono non a caso applicati in tutti i Paesi scientificamente avanzati, tra questi Canada, America, Australia, Asia, nonché tutti i Paesi del Vecchio Continente. I dubbi ci sono sempre stati - riconosce l'esperto - ma solo da parte di frange minoritarie, che fanno critiche di carattere non scientifico". Quando subentra la morte cerebrale "l'individuo di fatto è morto, e non ci sono se e ma. Le cellule cerebrali, infatti, cessano di mandare impulsi elettrici, non c'è respiro spontaneo, riflessi dei nervi cranici o controllo delle funzioni vegetative come, ad esempio, la diuresi, ed è assente il riflesso dei nervi cranici. Tutti elementi che sono invece presenti nello stato vegetativo, che è cosa ben diversa. In questo caso, infatti, il cervello funziona. Male, ma funziona. La rete trapiantologica - conclude il direttore del Cnt - accerta la morte ma difende la vita. Morte cerebrale si traduce nel decesso dell'individuo, non c'è alcun dubbio al riguardo".

 

Sant'Anna, troppi malati immaginari
Pronto soccorso, che fatica

Luglio: quasi l’80% dei pazienti è stato rinviato al medico di base
Solo 700 i ricoveri su un totale di oltre 4000 accessi in un mese


 

Foto by Carlo Pozzoni

Pronto soccorso del Sant'Anna in affanno

Rinviato al medico di base il 78% delle persone che si sono presentate al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Anna nel mese di luglio. Su un totale di 4.421 accessi registrati il mese scorso, infatti, i pazienti ricoverati sono stati solo 732, mentre 3.477 (quasi otto su dieci) hanno potuto lasciare la struttura di via Napoleona dopo la visita e le opportune cure. Non in tutti i casi, naturalmente, si tratta di accessi impropri, ma i dati forniti dall’azienda ospedaliera fanno quantomeno riflettere. Anche perché la percentuale di persone per le quali non si è reso necessario il ricovero cresce di anno in anno, così come il numero complessivo dei pazienti visitati al Pronto soccorso. A luglio 2007 gli accessi erano stati in tutto 4.090, con 3.166 cittadini «rinviati al medico di base» (77%) e 707 ricoverati; la quota restante di pazienti (217 nel luglio 2007, 242 nel luglio di quest’anno) comprende chi è deceduto, è stato trasferito in un’altra struttura ospedaliera, si è allontanato, oppure ha rifiutato il ricovero. E si registra una crescita anche confrontando il mese di giugno di quest’anno con lo stesso periodo del 2007. Nel giugno 2008 gli accessi al Pronto soccorso di via Napoleona sono stati complessivamente 4.245, contro i 4.076 registrati a giugno dell’anno scorso, mentre i ricoveri sono passati da 718 a 693, con una percentuale che si aggira in entrambi i casi intorno al 76%. In tutto sono stati 718 i pazienti ricoverati nel giugno dell’anno scorso, mentre 693 nello stesso periodo di quest’anno.

Virus causa 3/4 parti bimbi morti sono quelli comuni, ad esempio dell'herpes (ANSA) - SYDNEY
Dei comuni virus, come quelli dell'herpes, sono coinvolti in ben tre quarti di tutte le nascite con feto morto.Lo hanno scoperto gli scienziati australiani dell'ospedale Prince of Wales di Sydney, guidati dal virologo Bill Rawlinson. La scoperta fa sperare che una buona parte dei casi, che solo in Australia arrivano a circa 2000 l'anno, potra' essere prevenuta sviluppando vaccini specifici e seguendo semplici norme d'igiene.

Farmaci: falsi 10% nel mondo, in Italia pericolo e' su web Parigi
Non solo borse e scarpe. Il mercato del falso allarga sempre di più i propri confini e si consolida stabilmente in un settore nevralgico per il suo peso economico e sociale: quello dei farmaci. Gli esperti avvertono: il fenomeno é segnalato in crescita in tutto il mondo ed è ormai globalizzato. Le ultime stime dell'Oms lo dimostrano: a livello mondiale risulta infatti contraffatto un farmaco su dieci. Neanche l'Italia si salva, ma da noi il pericolo viaggia essenzialmente via web: internet è il principale canale, non autorizzato, per l'acquisto di ogni sorta di farmaco, e spopolano quelli illegali. Per averne la prova basta fare un check alla propria mail: in media prima l'Osservatorio dei farmaci, chi ha una casella di posta riceve ogni settimana almeno tre proposte di acquisto medicine spesso di origine dubbia e proprio per fare il punto sulla situazione ne sulle contromisure per arginare il fenomeno domani dsi riuniranno a Parigi i vertici delal federazione europea delle industrie e associazioni farmaceutiche (Efpia). Ma qual è la situazione italiana? Il fenomeno, afferma il vice presidente di Farmindustria, Emilio Stefanelli, "é preoccupante e si sta allargando anche in Italia, ma da noi non riguarda la distribuzione tradizionale e legale bensì i canali 'paralleli', primo tra tutti Internet. Da noi - precisa l'esperto - la distribuzione di farmaci attraverso farmacie e corner è molto controllata, più che in altri Paesi; quindi, il farmaco contraffatto arriva da canali non ammessi, come appunto l'acquisto su internet". Il nodo è dunque intervenire sui canali di distribuzione impropri, come lo è la rete: "Come Farmindustria - sottolinea Stefanelli - stiamo lavorando con il ministero del Welfare per realizzare una tracciatura dei farmaci sempre più precisa per prevenire il fenomeno. Ma è chiaro che è necessario intensificare i controlli delle autorità di polizia per impedire la diffusione dei farmaci da canali non autorizzati. - NEL MONDO E' FALSO 1 SU 10, ALLARME 'GIALLO': le contraffazioni, rileva l'Oms, riguardano soprattutto antibiotici, 28%), ormoni (18), antiallergici (8%) e antimalarici (7%). E se il problema dei falsi farmaceutici riguarda circa l'1% del mercato dei paesi occidentali, è a livelli di guardia in quelli in via di sviluppo: il 30-50% delle medicine vendute in Africa, Asia e America Latina è infatti contraffatto. In testa ai paesi produttori dei falsi farmaci c'é la Cina, da dove provengono anche molti principi attivi non certificati: il 75% dei farmaci generici circolanti in Europa sarebbe prodotto utilizzando tali principi. - GIRO D'AFFARI DA 500 MILIONI EURO: secondo Confesercenti il giro d'affari dei farmaci contraffatti nel 2005 era pari a 500 milioni di euro con circa 800 mila confezioni di medicine sequestrate. In base ai dati Usa il giro d'affari atteso per il 2010 è pari a 75 miliardi di dollari. - IN ITALIA AL LAVORO 007 ANTICONTRAFFAZIONE: si tratta di esperti addestrati dall'agenzia italiana del farmaco (Aifa). Il gruppo rappresenta l' 'anello italiano' di Impact, la task force anticontraffazione farmaci e l'organizzazione mondiale della Sanità. - SI ESCOGITANO NUOVO METODI CONTRO FALSI: sono allo studio nuove tecniche per identificare i farmaci contraffatti. Ad esempio i test colorimetrici, messi a punto per smascherare antimalarici falsi. In sperimentazione ci sono anche sistemi identificativi a radiofrequenza per "accompagnare" i farmaci lungo tutta la catena distributiva.

I Chirurghi Ospedalieri Italiani prendono posizione su quanto accaduto alla clinica Santa Rita di Milano

La drammatica e sconcertante vicenda della clinica Santa Rita di Milano porta  l’Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani (ACOI) a considerare con estrema attenzione le ripercussioni correlate che feriscono non solo i malati e le loro famiglie ma anche quel prevalente mondo di medici e chirurghi onesti che esplicano quotidianamente la propria professione con competenza e impegno.

I chirurghi ospedalieri sono profondamente turbati e preoccupati da quanto accaduto perché è venuto meno uno dei capisaldi della loro consuetudine professionale: il rispetto totale della persona malata che ricorre alle loro cure.

I chirurghi ospedalieri sono parte attiva e fondamentale di quel sistema complesso che è il Servizio Sanitario Nazionale, oggi improntato a criteri gestionali di tipo aziendale.

La Regione Lombardia  vanta certamente un Piano Socio Sanitario di assoluta eccellenza in grado di offrire un servizio efficiente, economicamente sostenibile e, soprattutto, vicino alle esigenze dei cittadini. Alla realizzazione di tale progetto, conciliando diritto alle cure e costi, sono chiamati anche i dirigenti medici, pubblici e privati, con le proprie competenze scientifiche e di eticità professionale.

Questo equilibrio non può essere stravolto da comportamenti spregiudicati che privilegino il business rispetto alla salute dei malati. In un tale sistema non dovrebbero evidenziarsi simili distorsioni, pena l’aumento della diffidenza dei cittadini verso le strutture ospedaliere del nostro paese, peraltro capaci di offrire prestazioni sanitarie di altissimo livello. Simili crepe di sistema non possono, pertanto, essere tollerate!

Quanto successo ha però anche evidenziato la capacità del sistema di identificare e fermare comportamenti scorretti. La Regione Lombardia è infatti anche parte virtuosa nella vigilanza e nei controlli e noi auspichiamo che quanto è avvenuto sia un caso abnorme ed isolato, ma vogliamo sperare che vigilanza e controlli siano ancora più minuziosi e presenti diffusamente su tutto il territorio nazionale.

L’Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani crede nella rilevanza sociale della professione chirurgica e nella necessità di recuperarne per intero la dignità, anche nell’ambito di un rinnovato rapporto di fiducia con i cittadini, considerando quest’ultimo patrimonio irrinunciabile del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

La nostra Associazione è da anni intenta a portare avanti progetti in tal senso:

-  la creazione della “Carta della Qualità in Chirurgia”, redatta in collaborazione con il Tribunale per i diritti del malato, nella quale dall' accoglienza nei reparti al consenso informato prima di un intervento, dalla sicurezza in sala operatoria fino alle dimissioni dall'ospedale, vengono riportate tutte le fasi del percorso di un cittadino malato cui si deve assicurare massima attenzione in termini di qualità e sicurezza.

 

Farmaci: 5 morti in Inghilterra legate a pillola antiobesità. Sarebbero cinque le morti legate al farmaco antiobesità a base di Rimonabant, il medicinale del gruppo farmaceutico Sanofi-Aventis, registrate nel Regno Unito nel 2006 dopo l'immissione in commercio da parte dell'Agenzia britannica dei farmaci. Secondo un documento pubblicato sul sito internet dell'Agenzia regolatoria dei farmaci, il medicinale antiobesità ha avuto 720 segnalazioni di effetti indesiderati e cinque casi di decessi, di cui un suicidio. Il farmaco a base di rimonabant, scoperto negli anni '90, e' presentato come in grado di trattare il sovrappeso e i disordini cardio-metabolici ad esso associati, ma ora sul gruppo gravano pesanti incertezze sul futuro della molecola sul mercato. L'Unione Europea ne ha autorizzato la commercializzazione nel giugno del 2006 con il nome commerciale di Acomplia per il trattamento di alcuni tipi di obestità ma negli Stati Uniti gli esperti hanno rigettato l'anno successivo la domanda di omologazione giudicando che il prodotto poteva provocare un aumento dei pensieri suidici anche in pazienti senza precedenti di depressione

 

 

E’ più sicuro somministrare gli estrogeni alle donne in menopausa con i cerotti
Con la terapia orale aumenta il rischio di tromboembolia E’ più sicuro somministrare gli estrogeni alle donne in menopausa con i cerotti piuttosto che con le compresse per via orale. Sono questi i risultati di una revisione sistematica e di una meta- analisi sul rischio di tromboembolia venosa nelle donne in fase di climaterio, che seguono una terapia sostitutiva ormonale, effettuata da ricercatori delle Universita' di Paris-Sud Villejuif Cedex, in Francia e di Glasgow, nel Regno Unito, che si sono basati sui dati derivanti da otto studi basati sull'osservazione e nove sperimentazioni cliniche controllate. Il rischio di tromboembolia appare aumentato nelle donne che fanno uso di estrogeni per via orale, ma non in quelle che assumono la terapia ormonale per via transdermica. In particolare, il rischio con la terapia orale e' maggiore durante il primo anno di cura, per poi diminuire fino ad equipararsi a quello delle donne che non assumono affatto gli estrogeni. L'associazione di terapia sostitutiva orale a base di estrogeni con la presenza di obesita', non fa che accrescere la probabilita' di tromboembolia venosa, mentre l'uso di cerotti agli estrogeni non sembra, al contrario, costituire di per se' un fattore addizionale di rischio. Gli autori segnalano la necessita' di indagare le variazioni di rischio nelle varie associazioni ormonali, in particolare con i diversi tipi di progestinici.

In Italia 50 mln esami radiologici l'anno
Roma, 22 mag. (Adnkronos Salute) - Tra lastre, Tac e mammografie sono circa 50 milioni gli esami radiologici eseguiti ogni anno in Italia. Quasi uno per ogni abitante, bambini compresi. Lo rivela una stima elaborata in base ai risultati preliminari di un censimento 'ad hoc', eseguito dalla Società italiana di radiologia medica (Sirm), insieme all'Associazione italiana di neuroradiologia (Ainr) e al Sindacato nazionale dei radiologi (Snr). I numeri, frutto di una proiezione dei dati raccolti nelle prime sei Regioni e provincie autonome (Marche, Toscana, Sicilia, Valle d'Aosta, Provincia autonoma di Trento e Provincia autonoma di Bolzano), sono stati illustrati oggi nella Capitale, alla presentazione del 43esimo Congresso nazionale Sirm, al via domani alla Fiera di Roma. "Ebbene solo nelle prime regioni e provincie autonome censite, abbiamo registrato richieste per ben 8 milioni di prestazioni radiologiche", spiega Roberto Lagalla, presidente della Sirm. "Questi esami sono davvero tanti e non sempre necessari. A far crescere in modo esponenziale la domanda è il sempre maggior ricorso a quella che oggi viene definita medicina difensiva". Insomma, a volte a spingere a prescrivere questi esami è più una prudenza estrema dei camici bianchi che una reale necessità dei pazienti. "Anche se non manca una richiesta spontanea da parte dei pazienti stessi". Risultato? "A fronte di una spropositata richiesta di diagnostica per immagini - dice Lagalla - lievitano sia la spesa sanitaria che le liste di attesa. Macchinari e operatori sono presi d'assalto e il rischio è che si eseguano esami a volte inutili". "Occorre implementare la radiologia, ma anche 'calmierare' le prestazioni diagnostiche. Si tende infatti a ricorrere a indagini strumentali non sempre motivate da esigenze cliniche, ma piuttosto dalla preoccupazione di evitare possibili contenziosi". Lagalla cita il caso del Policlinico di Palermo, dove le richieste "che arrivano dal Pronto soccorso aumentano del 10% l'anno, ma gli esami non sono sempre giustificati, come si può immaginare guardando i risultati: 4-5 esiti negativi per ogni positivo". Insomma, i radiologi se la prendono con la medicina difensiva, un approccio sempre più diffuso fra i 'camici bianchi' italiani, figlio della "diffidenza fra medici e pazienti, che ha pesanti ricadute economiche e organizzative sulla sanità italiana". Cosa fare allora? La Sirm sottolinea la necessità di condividere con i medici prescrittori le linee guida in materia, e di promuovere il principio di 'giustificazione clinica' delle prestazioni. Inoltre, dicono, è fondamentale l'informazione sugli effetti indesiderati delle radiazioni ionizzanti. Il censimento, che durerà 4 anni e toccherà 1.550 strutture (di cui 950 pubbliche), fornisce anche un quadro del personale al lavoro nelle unità operative. In quelle censite finora operano 1.352 medici radiologi, di cui 161 neuroradiologi, per lo più giovani. Gli specialisti, infatti, nel 70% dei casi hanno meno di 50 anni, mentre i direttori di struttura complessa hanno nel 75% dei casi tra i 50 e i 65 anni. Le donne sono circa un terzo. Il resto del personale censito è formato da 2.251 tecnici sanitari di radiologia medica e 578 infermieri. Bene il dato dell'informatizzazione. "Nel 70% delle strutture è presente un sistema Ris (Radiological Information System)", spiegano gli esperti.

Farmaci: 8 arresti per corruzione, anche funzionari Aifa  
Otto ordinanze di custodia sono state emesse, nell' ambito di un'inchiesta condotta dalla procura di Torino, nei confronti di altrettante persone, tra cui funzionari dell'Aifa, l'Agenzia italiana per il farmaco, e rappresentanti di case farmaceutiche. Il reato contestato è quello di corruzione. Secondo quanto appreso i provvedimenti sono relativi a quattro ordinanze di custodia in carcere e quattro di arresti domiciliari. L'operazione, condotta dai Nas di Torino e di Roma, giunge dopo due anni di indagini su un presunto giro di scambi di favori ed agevolazioni tra le persone coinvolte.

Creati globuli rossi in laboratorio
Globuli rossi creati in un laboratorio dell'università della North Caroline, negli Usa. A riuscire nell'impresa, che potrebbe rivoluzionare il mondo della medicina, Joseph DeSimone, un ingegnere chimico che ha subito provveduto a presentare domanda per brevettare la scoperta.Finora in molti avevano tentato di creare globuli rossi artificiali, ma l'ostacolo inarginabile consisteva nella difficoltà a crearne di piccoli e deformabili, in modo che fossero in grado di penetrare anche i capillari più sottili. De Simone è invece riuscito a realizzare delle piccole sacche di un polimero, il polietilene glicole, della giusta misura e con le caratteristiche elastiche adatte. Si tratta di molecole in grado di rilasciare ossigeno e estrarre anidride carbonica dai tessuti. Le piccole sacche create dal ricercatore americano hanno un diametro di 8 millesimi di millimetro, e sono altamente deformabili. Inoltre, il polietilene glicole non è tossico per l'organismo e si lega facilmente con altre sostanze chimiche, caratteristica che lo rende un buon 'trasportatore' all'interno del sangue. Oltre a creare globuli rossi artificiali, l'invenzione 'made in Usa' - spiega un articolo pubblicato sul NewScientist - potrebbe costituire una nuova via per rilasciare farmaci nell'organismo o per trasportare i mezzi di contrasto di alcuni esami diagnostici come risonanze magnetiche, Tac e Pet.

 

Italia a rischio di malattie esotiche
Dopo aver fatto capolino in Italia lo scorso anno, la Chikungunya rischia di fare il bis la prossima estate. Se nel 2007 la temibile "malattia dell'uomo che si contorce" ha colpito l'Emilia Romagna, non è da escludere che possa presentarsi in altre Regioni italiane, soprattutto quelle rimaste indietro nella guerra alla zanzara tigre. L'allarme per il nostro Paese arriva dalla sesta European Conference on Travel Medicine, in corso a Roma. "E' senz'altro la Chikungunya la malattia che mina maggiormente l'Italia - spiega a margine dell'incontro Annelies Wilder Smith, a capo della Travellers' Screening and Vaccination Clinic del National University Hospital Singapore - E' vero che la scorsa estate colpì solo l'Emilia Romagna, ma ciò non vuol dir nulla. Anche la Febbre del Nilo occidentale fece la sua comparsa negli States a New York, ma ben presto il virus ha esteso la sua presenza alla maggior parte degli Stati orientali del continente nord-americano e poi si è ulteriormente diffuso alle parti meridionali e occidentali degli Usa". Ma non è tutto. A far paura all'Italia anche la Dengue e la Febbre gialla, che potrebbero trovare, sempre nella temuta zanzara tigre, un alleato prezioso per propagarsi nel Belpaese. "Del resto la Dengue - ricorda a margine dell'incontro Max Hardiman, dell'Oms - in passato è già stata presente in Italia". "Non è da escludere, dunque - assicura Walter Pasini, direttore del Centro collaboratore dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la medicina del turismo - che alcuni casi possano essere importati da altri Paesi innescando, con il supporto della zanzara tigre, piccole epidemie locali". Più difficile, ma non impossibile, è poi l'arrivo in Italia della temutissima febbre gialla. "Ritengo sia l'emergenza principale - sottolinea Wilder-Smith - visto che è diffusa in Africa e Sudamerica, ma la zanzara che la veicola è presente anche in Asia. Con i viaggi e le migrazioni questa malattia può dunque diffondersi in tutto il mondo molto rapidamente".

Orologio fonte di infezioni in ospedale, avviso a medici e infermieri

Meglio diffidare di medici e infermieri che, in ospedale, non si tolgono l'orologio dal polso. Potrebbero essere potenziali untori di numerose infezioni batteriche. L'avvertimento proviene dal XVIII Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive (Eccimid), in corso fino a martedì a Barcellona (Spagna). Secondo uno studio condotto dai ricercatori britannici dell'università di Sheffield, infatti, camici bianchi e infermieri che lavorano in ospedale dovrebbero togliersi gli orologi per evitare che, tra cinturino e polso, si dia vita a una vera e propria coltura batterica, potenzialmente pericolosa per i malati che sono più vulnerabili alle infezioni. Prima di puntare il dito contro gli orologi da polso, gli scienziati hanno misurato la contaminazione batterica di mani e polsi di due gruppi di operatori sanitari ospedalieri. Un gruppo abituato a portare sempre con se l’orologio, l'altro a toglierlo. Ebbene, i microbiologi hanno scoperto la presenza dello stafilococco aureo nel 25% dei primi, e percentuali molto più basse nei secondi. Non solo: il polso di chi non ama separarsi mai dal proprio orologio è risultato una vera e propria coltura dei più diversi batteri. ''Che per fortuna - aggiungono - non si propaga alle mani''. Le conclusioni fanno il paio con quelle di un'altra ricerca secondo cui ''solo il 40% del personale ospedaliero rispetta le regole igieniche - prima tra tutte il lavaggio delle mani - necessarie per ridurre al minimo la possibilità di propagare infezioni opportunistiche tra i pazienti ricoverati''. Tra i comportamenti sotto osservazione, l'abitudine o meno di lavarsi le mani dopo essersi recati in bagno, che i ricercatori olandesi del Canisius-Wilhelmina Hospital hanno misurato nel personale sanitario ospedaliero e in altre due categorie di persone: i partecipanti all'Eccimid dello scorso anno, e quanti visitano i bagni pubblici delle stazioni di servizio sulle autostrade. Il risultato, poco confortante, è che medici e ricercatori che lavorano in ospedale sono risultati la categoria che si lava meno le mani (46%), rispetto ai congressisti microbiologi che, forse per deformazione professionale, nell'84% dei casi dopo essere andati in bagno usano il lavandino. Anche i comuni cittadini che vanno nelle toilette pubbliche delle autostrade sono più attenti, con una percentuale del 75% di persone che prima di uscire si lavano le mani. In questo caso, ipotizzano i ricercatori olandesi, a suggerire questa sana abitudine anche in chi non la applica nella vita di tutti i giorni potrebbero essere l'ambiente circostante, non sempre paradigma dell'igiene. Come fare per convincere o ricordare ai medici che lavarsi le mani è una misura precauzionale necessaria? Gli scienziati olandesi suggeriscono carta igienica e salviette 'promozionali', con su scritti messaggi tipo 'ricordati che devi lavarti le mani'. Laddove sono stati usati, la sana abitudine è diventata più comune. ''Con modesti investimenti finanziari'', concludono.