Mercoledì 23 Dicembre 2009 | News
Oltre 12 mln di ricoveri in Italia ma più brevi

Un indicatore sintetico di efficienza ospedaliera e' rappresentato dalla degenza media nei ricoveri ordinari. La durata della degenza e' pero' fortemente influenzata dalla complessita' dei casi trattati e quindi standardizzata per i raffronti regionali, rispetto alla complessita' della casistica assunta come standard di riferimento. I valori piu' elevati, circa 8 giorni, si hanno in Piemonte, Valle d'Aosta e Veneto. la degenza media dei ricoveri per acuti e' stabile e costante dal 2002 con 6,7 giorni anche nel 2007. A livello regionale i valori oscillano dal minimo in Campania (5,4) al massimo (8) in Piemonte e Valle d'Aosta. I tassi di ospedalizzazione per regione di residenza, tipo di attivita' ospedaliera, regime di ricovero e sesso, confermano la tendenza, quasi egualmente distribuita tra i sessi, alla riduzione del ricovero ordinario nelle discipline per acuti (oltre 6 per 1.000 in meno rispetto all'anno precedente) e del ricovero in day hospital (oltre 4 per 1.000 in meno). Il dato registrato a livello nazionale e', per il regime ordinario, pari a 127,3 per 1.000 abitanti e per il day hospital pari a 59,2 (considerando i soli ricoveri di residenti in Italia e solo in strutture pubbliche e private accreditate). (AGI) .
Venerdì 18 Dicembre 2009 | News
Infarto, pericolo emorragie con più antitrombotici

Nei pazienti con infarto miocardico, il rischio di ricovero ospedaliero per eventi emorragici aumenta con il numero di farmaci antitrombotici utilizzati. A stabilirlo è uno studio pubblicato su Lancet che ha considerato 40.812 pazienti (età pari o superiore a 30 anni), inclusi in un registro nazionale danese, che erano stati ricoverati, per la prima volta, tra il 2000 e il 2005. Dopo un follow-up medio di 476,5 giorni, il 4,6% dei pazienti sono stati nuovamente ammessi in ospedale a causa di episodi emorragici. L'incidenza annua di emorragia con l'aspirina è risultata pari a 2,6%; con clopidogrel 4,6%; con antagonisti della vitamina K 4,3%; con aspirina e clopidogrel 3,7%; con aspirina e agonista della vitamina K 5,1%; con clopidogrel e agonista della vitamina K 12,3% e con triple terapie 12%. In aggiunta, utilizzando come riferimento terapie con aspirina, l'hazard ratio per emorragie è risultato pari a 1,33 per clopidogrel; 1,23 per antagonisti della vitamina K; 1,47 per aspirina e clopidogrel; 1,84 per aspirina e antagonista della vitamina K; 3,52 per clopidogrel e antagonista della vitamina K e 4,05 per triple terapie. "I nostri risultati ci spingono a raccomandare l'impiego di triple o doppie terapie con farmaci antitrombotici solo dopo scrupolose e attente valutazioni dei rischi individuali" ha commentato Rikke Sørensen, principale autore dello studio (L.A.).
Giovedì 14 Dicembre 2009 | News
Cervello a rischio per le informazioni che giungono dai media

Una ricerca dell'Universita' della California riportata sul quotidiano britannico Daily Mail ha evidenziato che il nostro cervello sta cambiando e la nostra capacita' di concentrazione sta diventando sempre piu' scarsa. Questo perche' ogni giorno veniamo bombardati in media da 100.500 parole: da Internet, ai giornali, al cinema, alla televisione, alla radio, al telefono, ai videogiochi. I ricercatori hanno stimato la quantita' di informazioni a cui le persone sono esposte dentro e fuori casa. Secondo questi calcoli un adulto medio e' esposto ogni giorno a piu' di 100 mila parole e 34 gigabyte di informazioni. Il rischio per il nostro cervello e' quello di andare in tilt a causa di un sovraccaricamento di informazioni. Questo, secondo i ricercatori, avrebbe gia' modificato la struttura del nostro cervello. Susan Greenfield, una dei piu' importanti scienziati britannici, ha piu' volte avvertito che i siti di social network possono danneggiare il cervello dei bambini, riducendo ad esempio la concentrazione e incoraggiando i sentimenti di gratificazione immediata. L'uso del computer potrebbe addirittura 'infantilizzare' il cervello, rendendo difficile l'apprendimento. I ricercatori hanno inoltre spiegato che la nostra attenzione viene divisa in intervalli sempre piu' brevi, e questo non è bene per la prestazione cognitiva. Per Colin Blakemore invece, neuroscienziato della Oxford University, il cervello puo' crescere e aumentare di dimensione a seconda di come viene utilizzato. Quindi, per la sua tesi, l’accumulo di nuove informazioni provochera' forse la nascita di nuove cellule nervose.
Giovedì 3 Dicembre 2009 | News
Errori medici, quasi 2000 sentenze emesse dal tribunale di Roma
Sono 1.966 le sentenze relative a responsabilità professionale medica emesse dal 2001 al 2007 dalle sezioni specializzate in colpa medica del Tribunale civile di Roma.
Con una diversa politica di gestione delle polizze assicurative stipulate dalle aziende sanitarie per la tutela di medici e personale contro il cosiddetto rischio clinico, ovvero gli errori medici in corsia, è possibile una riduzione complessiva dei costi del 20%, pari a circa 40 milioni di euro per la sola Regione Lazio. Lo studio è stato condotto dall'Iss in collaborazione con l'università Tor Vergata, l'Ordine dei medici di Roma e il Tribunale civile e penale di Roma, ed ha preso in esame circa 2.000 sentenze legate alla responsabilità professionale del medico nel periodo 2001-2007. ''I risultati - ha spiegato Garaci - mettono in evidenza che è possibile risparmiare sulle polizze sanitarie contro il rischio clinico stipulate dalle aziende sanitarie. Come? Attraverso una gestione unificata delle procedure di contratto con le assicurazioni''. Infatti, ha sottolineato il presidente Iss, ''è stata così quantificata una riduzione della spesa pari al 20%, corrispondente a 40 mln di euro per la sola Regione Lazio''. A fronte del fenomeno, secondo Garaci, fondamentale è però ''cercare di migliorare complessivamente le prestazioni, puntando a ridurre l'atteggiamento della cosiddetta 'medicina difensiva''', che porta il medico a tutelarsi spesso preventivamente rispetto all'eventuale errore sanitario.
Lunedì 23 Novembre 2009 | News
Dati di spesa nel primo semestre 2009

La spesa farmaceutica netta a carico del SSN nel primo semestre 2009 ha fatto registrare un andamento sostanzialmente stabile rispetto al primo semestre dell'anno scorso (+0,3%), a fronte di un aumento del numero delle ricette del +2,8%. Nel primo semestre 2009, le ricette sono state oltre 290 milioni, pari a 4,87 ricette per ciascun cittadino. Le confezioni di medicinali erogate a carico del SSN sono state oltre 531 milioni, con un aumento del +2,8% rispetto allo stesso periodo del 2008. Ogni cittadino italiano ha ritirato in farmacia in media quasi 9 confezioni di medicinali a carico del SSN. Nel mese di marzo 2009, la spesa farmaceutica netta convenzionata SSN è aumentata del +8,1%, con un aumento del numero delle ricette del +10,7%; nel mese di aprile del +1,3%, con un aumento del numero delle ricette del +2,5%; nel mese di maggio è diminuita del -0,9%, con un aumento del numero delle ricette del +0,5%; nel mese di giugno è aumentata del +2,7%, con un aumento del numero delle ricette del +6,7%.
L'andamento della spesa nel primo semestre 2009 è il risultato di un costante incremento del numero delle ricette e di un contestuale calo del valore medio delle ricette stesse (-3,7%): si prescrivono più farmaci, ma di prezzo mediamente inferiore. Questo risultato è dovuto alle riduzioni dei prezzi dei medicinali varate dal Governo e dall'AIFA a partire dal 2006 (da ultimo quella del 12% sui medicinali generici SSN, in vigore dal 28 maggio 2009) e al crescente impatto del prezzo di riferimento per i medicinali equivalenti a seguito della progressiva scadenza di importanti brevetti e alle misure applicate a livello regionale.
A seguito degli interventi regionali sui ticket, l'incidenza sulla spesa lorda delle quote di partecipazione a carico dei cittadini è passata dal 4,8% del primo semestre 2008 al 5,9% del primo semestre 2009. Nelle Regioni con ticket più incisivo, le quote di partecipazione hanno un'incidenza sulla spesa lorda tra il 7,1% e il 9,6%. Particolarmente evidente l'incremento dell'incidenza delle quote di partecipazione nel Lazio, dove dal 1° dicembre 2008 il ticket è di 4 euro a confezione sui farmaci coperti da brevetto di prezzo superiore a 5 euro: l'incidenza del ticket sulla spesa lorda è passata dal 2,2% del primo semestre 2008 al 7,1% del primo semestre 2009. Si segnala che il ticket è stato introdotto dall'8 maggio 2009 anche in Calabria, con un'incidenza sulla spesa lorda, nel mese di giugno 2009, pari all'8,3%. Da notare anche l'aumento medio dell'incidenza delle quote pagate dai cittadini nelle Regioni che non applicano ticket sui farmaci (dove i cittadini pagano solo l'eventuale differenza tra prezzo di riferimento e prezzo della specialità medicinale più costosa): in queste Regioni, nel primo semestre 2009 le quote di partecipazione hanno avuto un'incidenza sulla spesa lorda del 2-3%, che oscillava, però, tra l'1,5% e il 2,2% nello stesso periodo del 2008. Il maggior onere per i cittadini è dovuto in gran parte alle polemiche strumentali che hanno investito i farmaci generici, accusati di scarsa efficacia, e la sostituzione da parte del farmacista. Tali polemiche hanno fatto sì che i cittadini siano diffidenti nei confronti del generico e tendano a preferire il farmaco di marca, pur dovendo pagare la differenza di prezzo.
Giovedì
12 Novembre 2009 | News
Aids prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 44 anni

Le donne vivranno anche tra sei e otto anni di più degli uomini, ma ciò non significa che durante la loro esistenza ricevano cure adeguate. E soprattutto, la prima causa di morte e malattia per le rappresentanti del gentil sesso è l’Aids. Un dato scioccante – che va considerato ovviamente in un’ottica globale – emerso da un importante studio dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla salute delle donne (Womend and health: today’s evidence tomorrow’s agenda), il primo ad analizzare lo stato del benessere femminile in tutto il mondo.
Rapporti sessuali
In particolare sono i rapporti sessuali non protetti il principale fattore di rischio per le donne in età fertile che vivono in Paesi in via di sviluppo. Come scrive in dettaglio lo studio: «Le complicazioni della gravidanza e del parto sono la prima causa di morte per le ragazze tra i 15 e i 19 anni nei Paesi in via di sviluppo. Globalmente, per le donne in età riproduttiva, è invece l’Hiv-Aids. Le donne sono particolarmente vulnerabili all’infezione da Hiv a causa di una combinazione di fattori biologici e disuguaglianze di genere». Fattori che incidono sulla possibilità di conoscere i rischi cui si va incontro e di proteggersi. In generale, prosegue lo studio, i rapporti sessuali non protetti sono la causa di gravidanze indesiderate, aborti pericolosi, complicazioni legate alla maternità e al parto, e malattie sessualmente trasmissibili, incluso l’Hiv. A tutto ciò si aggiunge la violenza, un ulteriore pericolo per la salute riproduttiva delle giovani nonché causa di malattie mentali.
Accesso ineguale
Senza dimenticare, sottolinea lo studio, alcuni paradossi: il fatto, ad esempio, che in molti Paesi i servizi sanitari tendono a concentrarsi esclusivamente su donne sposate ignorando i bisogni delle nubili e delle adolescenti. Soprattutto, l’accesso ineguale all’educazione, al lavoro e al reddito possono costituire degli ostacoli per la salute dell’altra metà del cielo, specie in Paesi in cui la copertura sanitaria è legata alle assicurazioni o al lavoro. «Le donne - ha dichiarato ieri Margaret Chan, direttore dell’Oms – vivono di più degli uomini, ma le loro vite non sono necessariamente più sane o felici». Eppure, se si migliora la salute delle donne - conclude il rapporto - si migliora il mondo.
Martedì
10 Novembre 2009 | News
Italia
tra gli
ultimi paesi
Ocse nel
rapporto Pil

Il nostro
paese e' al
terzultimo
posto nella
classifica
sulla sanità
dei paesi
Ocse,
seguita solo
da Spagna e
Regno Unito.
L'Italia
destina una
minima quota
di Pil alla
spesa
sanitaria:
se la media
Ocse e'
dell'8,9 %,
la nostra
spesa e'
dell'8,7 %.
Dal Rapporto
Meridiano
Sanità,
presentato
oggi da The
European
House-Ambrosetti,
a Cernobbio,
emerge
inoltre che
ogni
cittadino
italiano ha
a
disposizione
447 euro in
meno (- 20
per cento)
per la cura
della
propria
salute
rispetto
alla media
degli altri
europei.
6 Novembre 2009 | News
Io, medico e la febbre di mia figlia

Il pneumologo Harari: l’influenza arriva a casa, assalito dai dubbi. «Ho chiamato di nascosto il pediatra. E all’ospedale rassicuravo i pazienti»
Non bastavano i malati in ospedale, torno a casa e mia figlia, due anni e mezzo, ha la febbre a 39; è giovedì sera. Niente, tutto in fumo. Venerdì mattina vado in ospedale, non facciamo che rispondere alle domande di chiarimento dei nostri pazienti con problemi respiratori sul vaccino per l’influenza H1N1, «Lo devo fare? È proprio necessario? ma mi hanno detto che..., ho letto su internet...». Un vero delirio, non abbiamo tempo per dilungarci in spiegazioni con tutti, il telefono non cessa di squillare, quando rispondiamo la domanda è sempre la stessa: «E il vaccino?». Anche nei corridoi veniamo fermati dai malati che cercano risposte. Poi ci sono i pazienti che le polmoniti da influenza A ce l’hanno davvero e il nostro tempo è per loro, vengono ricoverati e cominciano i dubbi: quando fare il tampone per la conferma diagnostica del virus? Cominciare a trattare in attesa dell’esito o aspettare il risultato? E per quanti giorni trattare? Ci telefoniamo tra colleghi: tu quanti casi hai visto? Come sono andati? Ma hai messo in isolamento il malato? Per quanti giorni? I dubbi e le domande sono molti più delle certezze che le diverse indicazioni operative regionali e ministeriali vorrebbero trasmettere.
I dubbi - Torno a casa, è venerdì sera, mia figlia ha sempre 39 e la febbre non scende, non mangia e beve poco, mi appello alla mia razionalità di medico e cerco di non preoccuparmi, con mia moglie non accenno al dubbio che sia la nuova influenza, non voglio agitarla anche se lei mi sembra molto più tranquilla di me, ma lei non è medico, appunto. Sabato idem, chiamo una amica pediatra vergognandomi un po’, mi tranquillizza e rifiuto con un gesto di superiorità del quale mi pento subito la sua offerta di visitarla a casa. Ausculto la piccola, mi sembra vada tutto bene, febbre a parte. Comincio a rompere il velo del silenzio con mia moglie e accenno alla possibilità che sia la nuova influenza, ho qualche esitazione nel nominarla, quasi che evocarne il fantasma possa farla materializzare; 25 anni di medicina e tutto il mio illuminismo scientifico si stanno sbriciolando nel giro di poche ore. La giornata è costellata di telefonate di amici e pazienti con febbre, naturalmente tranquillizzo tutti. Intanto studio gli ultimi lavori usciti sulla pandemia, leggo dei decessi tra i bambini e tra le persone sane, pochi, certo, ma ci sono. Mi sfiora un dubbio: e se l’avessi passata io l’influenza a mia figlia? In ospedale vediamo decine di malati al giorno, ho chiesto di essere vaccinato ma ancora il vaccino non è arrivato, meglio non pensarci per non aggiungere la colpa alla preoccupazione.
La Pediatra - È domenica, Anna ha ancora 39, nascondendomi in bagno mando un sms alla mia amica pediatra, «la bambina ha ancora la febbre, la porterei in ospedale a farle dare un’occhiata», e annuncio i miei irragionevoli propositi a mia moglie che continua a essere molto più tranquilla di me. L’amica mi risponde come speravo, verrà a vedere la bambina, accenno a un educato rifiuto, ma mi dice che è sulla sua strada e non lascia spazio a repliche. Arriva e mi rendo conto, essendo questa volta dall’altra parte, come la presenza di un medico possa rassicurare, solo a vederla entrare sto meglio. Tutto bene, acqua e zucchero, qualche consiglio e un po’ di pazienza e tutto passerà. Chiacchieriamo un po’, mi racconta della baraonda nelle sale d’attesa, delle riunioni di aggiornamento sulla pandemia strapiene e mal organizzate e con informazioni confuse. Squilla il telefono, è un collega che dirige una pneumologia alle porte di Milano, è stanchissimo, hanno 4 casi di polmonite da H1N1, deve curarli e contemporaneamente perdere tempo a giustificarsi con la sua Asl che protesta per l’eccessivo consumo di antivirali. La domenica trascorre tra telefonate e piccole commissioni. Anna finalmente si sfebbra. Domani è lunedì, si torna in ospedale, il caos dell’influenza mi aspetta ma almeno mia figlia sta bene
4 Novembre 2009 | News
Giovani Medici a Congresso: "Meno politica, più merito"

3 Novembre 2009 | News
Influenza A, vaccinazioni al via per le persone più a rischio

2 Novembre 2009 | News
Medici ospedalieri in pensione a 70 anni, emendamento in Commissione Camera

"Grazie all'approvazione di due emendamenti da noi proposti" al disegno di legge sul cosiddetto Governo clinico, "si è finalmente rimediato a una discriminazione di cui sono stati vittime i medici ospedalieri e altri dirigenti sanitari, la cui età pensionabile sarà ora equiparata a quella dei medici universitari, ovvero a 70 anni". E' quanto affermano Domenico Di Virgilio, relatore del provvedimento, e Giuseppe Palumbo, presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, dove oggi si è concluso, dopo "un lavoro lungo e difficile", l'esame degli emendamenti al provvedimento sulle attività del governo clinico. Il Ddl "così come è stato emendato - secondo Palumbo e Di Virgilio - va incontro alle reali esigenze presenti nel Servizio sanitario nazionale con il ripristino di un corretto e non secondario ruolo dei medici". "L'altro emendamento importante, approvato oggi - proseguono Di Virgilio e Palumbo - riguarda la regolamentazione definitiva della libera professione che, a differenza di quanto affermato falsamente dall'opposizione, rispetta il criterio di giustizia e la libertà dei cittadini, dei medici e di tutti gli operatori sanitari, e che sarà rispettosa delle normative vigenti e in accordo con le organizzazioni sindacali e le amministrazioni delle aziende ospedaliere".
26 Ottobre 2009 | News
Cerchi un bravo medico? Speriamo che sia femmina

Una ricerca inglese evidenzia il primato delle «dottoresse. Meno contenziosi e reclami, più lavoro di équipe. Prima l'ingresso in sordina, poi un'entrata in scena con la forza di un uragano. Le donne medico sono aumentate di giorno in giorno fino a diventare oggi quasi le protagoniste di un mestiere un tempo soltanto maschile; erano il 57 per cento dei laureati in medicina nel 2000, il 62 per cento nel 2006 (ultimi dati disponibili). Altro che quote rose: siamo di fronte ad un'invasione in rosa, che oltre a femminilizzare la professione, la sta ingentilendo, «migliorando».
L'INDAGINE - Sì perchè le donne in camice funzionano meglio dell'analogo dell'altro sesso: lo rivela in modo clamoroso (ed inaspettato) una ricerca del dipartimento di valutazione clinica del Servizio sanitario britannico, l'NCAS, acronimo di National Clinical Assessment Service, su un campione di 5.000 medici e dentisti sia ospedalieri che di medicina generale, condotta nell'arco degli ultimi otto anni. Nell'indagine sono stati registrate le segnalazione arrivate all'amministrazione dell'ospedale o dell'health district (il corrispettivo della nostra Asl) in seguito a contenziosi sulla qualità delle prestazioni, sugli errori clinici (di diagnosi o di trattamento) sui comportamenti all'interno dell'équipe, su eventuali sospensioni dal lavoro e non ultimo, sul livello di gradimento dei pazienti. Problemi coniugati quasi esclusivamente al maschile, visto che le segnalazioni riguardano 3635 uomini e un modesto numero di donne: soltanto 873. La popolazione femminile col camice nel servizio sanitario inglese rappresenta il 40 per cento della forza lavoro, ma prende «brutti voti» un modesto 20 per cento.
LE RAGIONI DEL «PRIMATO» - Una promozione importante, tale da catturare l'attenzione della rivista Lancet che in uno degli ultimi numeri ospita una riflessione dal titolo significativo: «Le donne sono medici migliori?», che è, in realtà, un inno ad un cambiamento che sembra portare solo novità positive. «Sono dati che non mi meravigliano — commenta Ornella Cappelli, presidente dell'associazione italiana donne medico, specialista in microbiologia ed igiene di Parma — ; la donna è per talento e per esperienza storica molto più capace dell'uomo di organizzare il lavoro di gruppo; estranea al concetto di gerarchia tipicamente maschile, ha una maggiore propensione alla collaborazione. Un atteggiamento che si rivela proficuo in una struttura complessa come quella ospedaliera, ad esempio nella gestione del personale paramedico». «C'è poi la grande capacità femminile — prosegue la dottoressa Cappelli — di essere caregiver, come si dice oggi, ovvero di prendersi cura degli altri: il che spiega come mai la donna medico spesso (non sempre, peraltro) ha una maggiore attenzione del collega maschio ai bisogni complessivi del malato e alla comunicazione». Il che si traduce in una capacità di ascolto e di dialogo che allenta le tensioni e riduce le incomprensioni: ecco perché sono un numero decisamente inferiore i reclami dell'utente nei confronti del medico donna rispetto al collega maschio.
DIPENDE DALL'ETÀ - Attenzione però a non fare della donna il «santino» della professione medica, sottolinea Giovanna Vicarelli, professore di sociologia alla facoltà di economia dell'università politecnica delle Marche, autrice di Donne di medicina (Il Mulino editore), la prima analisi attenta di questo nuovo fenomeno: «È un universo variegato quello delle donne medico, con differenze significative fra le generazioni: la creatività sul piano organizzativo e l'attenzione al paziente nella sua globalità caratterizzano il modo di lavorare nelle donne fra i quaranta e i cinquant'anni; molto meno quello delle più giovani, fra i trenta e i trentacinque, che sembrano assai più competitive rispetto a quelle che le hanno precedute: puntano soprattutto alla carriera». Ma qual è l'identikit della donna medico oggi in Italia? La risposta viene da due ricerche condotte nel 2004 (una su 1160 medici di medicina generale, l'altra su quelli iscritti all'Ordine di Torino, Cosenza e Ancora, 714 per la precisione) e riportate nel libro della professoressa Vicarelli: in media ha un'età fra i 43 e i 48 anni, proviene da una famiglia di ceto medio-alto, è sposata con un uomo che appartiene alla sua stessa classe sociale, ha figli. Ha intrapreso la professione perché animata dalla passione per la ricerca scientifica (ma in Italia avrà incontrato non poche delusioni) e da una forte predisposizione alla cura degli altri, ha scelto una specializzazione dell'area medica. Svolge l'attività professionale per lo più in forma dipendente, senza ricoprire incarichi manageriali a livello di organizzazione sanitaria, è iscritta alle società scientifiche e al sindacato. Sul piano privato, il tempo libero è ridotto all'osso, va poco al cinema e a teatro. Ma non se ne lamenta. Come la maggior parte delle donne che hanno una famiglia e un lavoro oggi in Italia.
Franca Porciani
fporciani@corriere.it
20 Ottobre 2009 | News
Cimo, serve riforma codice penale su errori medici

Adesso davvero basta: o si cambiano le regole, e quindi una riforma del codice penale per gli aspetti relativi al rischio medico, o i medici non avranno più la serenità e la tranquillità di svolgere la loro professione. E non certo per colpa loro". Parola di Riccardo Cassi, presidente nazionale Cimo-Asmd, intervenuto a Nola a una tavola rotonda, organizzata da Cimo Campania, sul contenzioso medico legale. "Il rischio professionale - ha aggiunto Cassi - spesso dipende da una serie di conseguenze dove lo stesso medico entra solo marginalmente, a livello di responsabilità, o non c'entra affatto: disfunzioni organizzative, strumentistiche obsolete, sale operatorie dove il medico diventa esso stesso vittima di gravi carenze, tecnologia che da sola non migliora l'efficienza del reparto. Oltre alla rapida approvazione della legge sul rischio clinico, occorrono quindi modifiche che lascino al giudice penale la competenza dei soli casi più gravi, lasciando ai collegi di conciliazione e ai tribunali civili la definizione del contenzioso con tempi rapidi per il risarcimento ai cittadini, come avviene negli altri Paesi europei". Secondo il numero uno della Cimo, occorre che si arrivi a breve a una riforma del sistema giudiziario, "che preveda anche l'abrogazione dell'obbligatorietà dell'azione penale. Per questo - ha concluso - ci batteremo da subito in ogni sede politica e istituzionale per una riforma in favore certamente della salute del malato e della sua sicurezza ma anche di quella di chi è pagato per curarla".
19 Ottobre 2009 | News
Invecchia il medico di famiglia

I medici di famiglia italiani sono sempre più 'vecchi'. Gli under 40 sono appena 234 su un totale di 43.985 camici bianchi del settore. Ben 36.504 hanno tra i 46 e i 60 anni, mentre 5.509 hanno tra i 60 e i 70 anni. In compenso, si contano solo 4 'enfant prodige' tra i 28 e i 30 anni che sono riusciti ad inserirsi in tempi record nella professione per la quale, dopo la laurea, sono necessari 5 anni di formazione ad hoc. E' una categoria dai capelli grigi quella che si delinea dai dati dell'ente di previdenza dei camici bianchi, l'Enpam, sui medici di medicina generale ancora in attività. "La maggior parte dei medici di famiglia è in età matura", ammette Giacomo Milillo segretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), a margine del congresso del sindacato in corso a Santa Margherita di Pula (Cagliari). Un fenomeno ben chiaro che, se non affrontato in tempo con una programmazione, a livello di formazione universitaria e di organizzazione del lavoro medico, "entro 10 anni potrebbe avere effetti pesanti - avverte Milillo - con una serie difficoltà nel 'ricambio' dei professionisti". Oggi i medici di famiglia "non mancano", secondo il leader della Fimmg, ma il futuro è una scommessa. "Attualmente le università non riescono a garantire la formazione che serve", aggiunge Milillo, sottolineando che bisogna lavorare per una programmazione globale, attenta e mirata della formazione "sia del numero dei laureati in medicina sia degli specializzati nelle diverse discipline".
16 Ottobre 2009 | News
Boom della chirurgia estetica per le under 18

"Mi vede, dottore? Cosa mi rifarebbe?". Sembra assurdo, ma a pronunciare questa frase sono sempre più giovani, sia maschi sia femmine. Anche sotto i 18 anni. Ed è spesso la Tv a convincere i ragazzi che 'rifatto e' bellò, tanto che le più giovani arrivano dal chirurgo con le riviste alla mano, per chiedere di somigliare alla super-maggiorata Cristina del Grande Fratello. E se in Libano i trattamenti estetici per le giovanissime sono l'ultima moda, tanto da far fiorire i centri estetici under 14, in Italia il passo della gamba è ancora più lungo: si prova ad arrivare direttamente alla sala operatoria. "I ragazzi prima si abbruttivano con piercing e tatuaggi - spiega Franz Baruffaldi Preis, responsabile chirurgia plastica all'Istituto Galeazzi di Milano, che alcuni mesi fa ha curato una delle vittime dell'esplosione di un treno merci a Viareggio - e il fatto che ora tornino a voler essere seducenti e belli non è di per sé negativo. Però va analizzata l'esigenza, se è per veri dismorfismi o se è solo un capriccio". A richiedere interventi non necessari sono sempre più giovani tra i 12 e i 16 anni, che chiedono soprattutto una 'revisione' di seno, grasso corporeo (liposuzione), naso e orecchie. "Negli ultimi 3 anni - aggiunge Preis - la percentuale di ragazzi che si presentano con problemi 'irreali' é aumentata almeno del 20%. Sono quattro mesi che ricevo ragazzine con foto di Cristina del Grande Fratello: ma io perdo tempo, e mi fa piacere perderlo così, per spiegare loro che non é questa la bellezza, perché è sproporzionata, non è armonica". I numeri salgono ancora di più a cavallo tra Milano e Napoli, dove lavora Alfredo Fonzone, specialista in chirurgia plastica nelle cliniche Città di Milano (Milano) e Villa del Sole (Napoli). Le under 18 che chiedono un intervento 'inutile' "prima erano 10-12% del totale dei pazienti che ricevevo in un anno - spiega l'esperto - ora sono almeno il 40%. Tra le richieste, oltre a seno e bocca, c'é anche il rifacimento dei genitali, per modificare l'aspetto delle piccole labbra. Vedo ragazze già dai 15 anni, spesso vengono in studio da sole. A volte portano i genitori ma come se li trascinassero, e fanno di tutto per obbligarli a farsi concedere l'intervento. E' in aumento anche la richiesta tra i maschi, che vorrebbero rifarsi pettorali, la liposuzione all'addome per avere la 'tartaruga', così come le labbra o le orecchie un po' a sventola". I chirurghi plastici, in generale, sono concordi: gli interventi sui minorenni si fanno solo se necessari, ad esempio in caso di malformazioni o seri problemi psicologici e di relazione. E così la maggior parte dei ragazzi che si rivolge al chirurgo viene 'rimbalzata', non prima però che il medico abbia loro spiegato, caso per caso, i motivi della mancata operazione. Sia Preis sia Fonzone, però, lo sottolineano: finché il messaggio che passa in Tv è quello del successo grazie a un seno o a un naso rifatto, difficile che i ragazzini smettano di chiedere aiuto al chirurgo.
In Libano fioriscono istituti di bellezza per bambini
Basta un gelato mangiato in fretta, ed ecco un bambino ricoperto di cioccolata. Ma per Amira, che ha sette anni e vive a Beirut, non si tratta di un gioco, quanto di un serissimo trattamento di bellezza. La maschera al cioccolato, che idrata e rende luminosa la pelle, è infatti una delle opzioni che le piccole ma esigenti clienti del primo centro estetico per bambini in Libano, lo Spa-tacular, possono scegliere per la cura della persona. Nel Paese dei Cedri, dove il culto per l'immagine femminile é notoriamente molto diffuso, i trattamenti estetici per le giovanissime sono l'ultima moda. In soli quattro mesi, nella capitale libanese, sono nate tre Spa per la clientela under 14. Lo Spa-tacular ha avuto oltre cento clienti in tre mesi. Una mezza dozzina di 'mini-miss' in accappatoio rosa, ospiti del centro Bellàs, nel lussuoso quartiere di Verdun, si confronta sul colore dello smalto o sulle nuove acconciature dei personaggi Disney come Hannah Montana. Il trattamento base, che comprende manicure, pedicure, 'trucco e parrucco', costa 15 euro. Si spende un po' di più per una permanente, un pediluvio con oli essenziali o un trattamento del viso. "Sono i giochi più adatti alla loro età e le bambine ne vanno matte", ha spiegato all'ANSA uno degli animatori del centro. Dopo l'entusiasmo iniziale non sono mancate le critiche da parte di alcuni intellettuali libanesi. "Queste attività creano uno stereotipo di donna perfetta che deve per forza soddisfare le aspettative maschili", ha affermato Lynn Darwich, membro del collettivo femminile di Beirut secondo la quale quest'ultima moda è sintomo di un problema sociale più grave. "Fanno sembrare la mia attività qualcosa di eccessivo e sbagliato", ha risposto la proprietaria di Spa-tacular, Maya Hilal, che si è rifiutata di commentare le altre obiezioni. Intanto, sempre più bambine, attratte dalla pubblicità, chiedono di festeggiare il compleanno nel salone di bellezza in miniatura di Verdun, arredato con mini specchi a forma di stella, tappeti viola, guardaroba e scaffali colmi di prodotti estetici. Al posto del tradizionale clown coi palloncini, un team di cortesi estetiste munite di limette e smalti accoglie le ospiti. E dopo "essersi messe in tiro", le mini-miss possono fare un salto nella discoteca della ludoteca. A pochi palazzi di distanza da Chez Lulu, con 28 euro ciascuna, le giovani principesse possono trascorrere due ore a farsi belle. Il prezzo non include la torta che, se non fosse per la proverbiale golosità dei bambini che resiste a ogni moda, resterebbe intatta perché, si sa, che i dolci fanno ingrassare.
Ppiscoterapeuta, è errore morale - "Credo che sia un errore morale soprattutto perché si parla di bambini il cui corpo è ancora in pieno sviluppo". Questo il commento di Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell'età evolutiva, alla notizia del boom dei centri di bellezza per under 14 in Libano. "Il corpo - ha riferito all'Ansa l'esperto - è lo strumento di elezione delle emozioni da parte dei giovani e dei ragazzi ed é dunque uno strumento fortissimo, attraverso il quale passa di tutto, dalla depressione all'euforia. Dai primi risultati di un sondaggio da noi condotto su 18mila giovani - ha spiegato - è emerso che l'11% ha grandi problemi con il proprio corpo". "Vero è - ha precisato Bianchi di Castelbianco - che in Libano le donne si sposano a 15 anni e l'età in cui si diventa donne, per un discorso culturale, è molto più bassa. Ma istituti del genere in Italia sarebbero sbagliati". Secondo lo psicoterapeuta, "il perfezionismo e il raggiungimento dell'impulso alla magrezza si ha tra 12 e 14 anni, mentre già a 16 anni questo perfezionismo non viene più perseguito. Il punto é che l'età in cui si presta più attenzione al proprio corpo e all'immagine è scesa negli ultimi anni. Fino agli anni Novanta, infatti, era intorno ai 16-17". Una situazione che nasce da "un'insicurezza di fondo sociale - ha spiegato Bianchi di Castelbianco - non del singolo individuo, ma della società che costringe i ragazzi ad un senso di inadeguatezza". In questa situazione i genitori hanno un ruolo cruciale. "La percentuale di genitori che si preoccupa dei figli - ha dichiarato lo psicoterapeuta - è del 20%, mentre molti sono quelli che non sanno cosa fanno e non si interessano alla loro vita nascondendosi dietro una finta responsabilizzazione".

















