Archivio News 2010-11-12

Venerdì 3 Febbraio 2012  | Dal Corriere della Sera                                       
Lo spreco milionario delle etichette salva privacy

Finalmente arriva alla ribalta dei media generalisti nazionali lo spreco delle inutili etichette della privacy da mettere sulle ricette del SSR.
La storia
La Zecca ne ha stampate 3,5 miliardi. Il presidente dell'Ordine di Milano: "vanno al macero". Dall'inizio del 2005 in Italia sono state prodotte quasi 3 miliardi e 500 mila etichette salva privacy da attaccare sulle ricette per coprire il nome dei malati: peccato che da allora praticamente nessun medico le abbia mai utilizzate. Lo confessa Roberto Carlo Rossi, presidente dell'Ordine dei medici di Milano, tra i più importanti a livello nazionale: «E' il prodotto più inutile del mondo, dice. La destinazione finale? La spazzatura». Milioni di euro buttati al vento. Soldi prelevati dalle casse pubbliche inutilmente, mentre il sistema sanitario è a corto di risorse, È uno scandalo che i medici, esasperati dagli ennesimi tagli annunciati per la sanità, trovano più che mai insopportabile. L'utilizzo È previsto su richiesta dei pazienti, ma nessuno lo fa. «Qualche dottore le usa per le vaschette dei surgelati» «Per ogni ricetta lo Stato stampa e distribuisce anche una complessa etichetta per la tutela della privacy - denuncia il medico di famiglia Francesco Carelli, docente dell'Università Statale di Milano e membro del British Medicai Council. È composta da due strati, con una pellicola di carbone. Abbiamo calcolato che in sette anni non ne sono state utilizzate più di un migliaio». Il tagliando salva privacy viene prodotto dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ed è sempre fornito insieme alle ricette. Lo prevede il decreto legislativo in materia di protezione dei dati personali del 30 giugno 2003 (il numero 196). L'obiettivo della norma, in vigore solo dal 2005, è nascondere sulla ricetta l'identità del malato e renderla visibile in caso di necessità (togliendo il primo strato adesivo). L'utilizzo è previsto su richiesta del paziente. Ma nessuno lo chiede. E neppure un medico lo usa. «Vuol dire che è inutile», è la sintesi. Per capirlo basta guardare la scrivania di Maurizio Bruni, un ambulatorio in via Procaccini e un contratto con l'Università Vita e Salute del San Raffaele: qui si sono accumulate, mese dopo mese, 52 mila etichette salva privacy. Le ultime mille le ha ritirate all'Asl di via Ippocrate ieri: «È uno spreco senza fine», sbotta Bruni. Quanti soldi pubblici sono stati spesi per quasi 3 miliardi e 500 mila etichette salva privacy? Cinque milioni di euro? Dieci? Comunque troppi, davanti alla destinazione finale dei tagliandi: «C'è anche chi li usa come etichette per i surgelati», ironizza Roberto Carlo Rossi: «Gli altri continuano a essere buttati nei termovalorizzatpri». È verosimile che entro il 2014 si abbatterà sulla sanità una scure da 17 miliardi di euro. Non solo. Già per effetto delle ultime manovre finanziarie, le risorse destinate al fondo sanitario nazionale per quest'anno sono di 108 miliardi e 780 milioni di euro, con un aumento, rispetto al 2009, che non copre nemmeno i costi dell'inflazione Istat. Di qui il giro di vite sui conti sanitari, che lo scorso agosto si è tradotto in un nuovo ticket da 10 euro per i cittadini. Il risparmio sulle etichette salva privacy può apparire una goccia nel mare. «Ma bisogna iniziare a utilizzare le risorse pubbliche in modo meno dissennato - ribadisce Bruni. Ogni segnale, in questa direzione, è importante: quello delle etichette è uno spreco di Stato che compie sette anni». E, poi, quanti altri ce ne sono che nessuno denuncia? S.Ravizza da il “corriere.it” del 03/02/12

Martedì 31 Gennaio 2012  | Ospedale S.Anna                                                     
Da domani nuovi orari per le visite ai degenti

Al Sant’Anna cambiano gli orari di visita alle persone ricoverate. Dal primo febbraio, parenti e amici dei degenti presso l’ospedale di San Fermo della Battaglia dovranno far riferimento al nuovo prospetto messo a punto dalla Direzione Medica di presidio, concordato con caposala e primari, dopo un’accurata analisi delle attività dei singoli reparti e delle esigenze dei pazienti. Ecco le fasce d’orarie d’accesso in vigore dal mese prossimo: Degenza Chirurgica 1 (Week Surgery, Ricoveri urgenti chirurgici, Ricoveri chirurgici pediatrici) Degenza Chirurgia 2 (Chirurgia maxillo-facciale, Chirurgia plastica, Neurochirurgia, Otorinolaringoiatria, Oculistica), Degenza Chirurgica 3 (Urologia, Ginecologia, Ortopedia-Traumatologia, Chirurgia Vascolare e Toracica, Chirurgia Generale), Malattie Infettive, Degenza Medica 1 (Dermatologia, Nefrologia, Oncologia e Neurologia), Degenza Medica 3 (Medicina Cardiologia, Pneumologia), Dialisi: dal lunedì al sabato 12-14 e 17.30-19.30, domenica e festivi 11-14 e 17.30-20.

Medicina 2 (Geriatria): dal lunedì al sabato dalle 11.30 alle 13.30 e dalle 17.30 alle 19.30, domenica e festivi dalle 11 alle 14 e dalle 17.30 alle 20.

Ostetricia, Patologia Intensiva Neonatale e Nido: tutti i giorni 8-20.

Pediatria: tutti i giorni dalle 11 alle 14 e dalle 17.30 alle 20.

Psichiatria: dal lunedì al sabato 11-12.30 e 17.30-19.30, domenica e festivi dalle 14 alle 19.30.

Medicina per acuti: tutti i giorni 7-8, 11-14, 17.30-19.30.

Rianimazione, Utic (Unità terapia intensiva cardiologica), Semi-Intensiva rianimatoria: tutti i giorni dalle 12.30 alle 13.30 e 18.30-20

Semi-Intensiva neurochirurgica e Stroke Unit: tutti i giorni 11.30-14.30 e 17.30-19.30.

Nelle fasce orarie indicate è ammessa, per ragioni igienico-organizzative, la presenza nella stanza di degenza di 2 o 3 visitatori al massimo per ogni paziente, come verrà indicato da cartelli che saranno posti all’ingresso dei reparti.

L’orario in vigore fino al 31 gennaio prevede la possibilità, in linea generale, di entrare nelle degenze dalle 11.30 alle 20 con una serie di eccezioni, come. ad esempio la Rianimazione.

“Dopo una prima fase sperimentale dall’apertura dell’ospedale – spiega Fabio Banfi, direttore medico del Sant’Anna – sono state rivisitate le modalità di accesso al fine di garantire al paziente le relazioni familiari e sociali, ma coniugando tali aspetti con la sicurezza, la tranquillità e le condizioni igieniche da assicurare alle persone ricoverate senza interferire con l’attività svolta dagli operatori. E questo  - prosegue - anche alla luce dell’introduzione dell’innovativo modello organizzativo per intensità di cure che presuppone un’accurata programmazione delle attività ospedaliere  e un’attenta gestione della modulazione degli interventi clinico – assistenziali all’interno dei reparti di degenza e alla necessità di assicurare la privacy ai pazienti”.

La nuova regolamentazione delle visite prevede anche la possibilità per ogni ricoverato, di qualsiasi età, di avere accanto un familiare giorno e notte.

  “Talvolta i familiari del paziente – aggiunge Banfi - desiderano stargli accanto per assisterlo ed essere mediatori del suo bisogno con il personale di assistenza anche oltre gli orari di visita. In questo caso e anche quando i familiari non possono stare accanto al loro congiunto, ma delegano personale che deve rivestire solo funzioni di supporto alberghiero, mai assistenziali o infermieristiche, tali presenze devono essere concordate con i caposala”.

Il paziente, inoltre, può rifiutare visite sgradite e il personale è tenuto a far rispettare tale scelta.

Infine, completa il nuovo quadro il divieto di accesso alle aree di degenza, per motivi di natura igienica, ai bambini di età inferiore ai 12 anni. Solo in casi particolari, con particolare riguardo al Nido, alla Pediatria e all'Ostetricia, la caposala potrà autorizzare la loro presenza, e in ogni caso essi dovranno essere attentamente sorvegliati dai genitori.

  “In sostanza – conclude il direttore Banfi – si tratta di una serie di indicazioni che, come detto, si ispirano a criteri igienici-organizzativi ma anche al buon senso. Monitoreremo nei prossimi mesi l’andamento del nuovo assetto, confidando nella collaborazione di tutti”.

Venerdì 27 Gennaio 2012  | Generici, monito dalla UE                            
2 mesi per adeguarsi a norme su autorizzazione in commercio

L'Italia “continua a venir meno all'obbligo di tutelare adeguatamente i fabbricanti” di farmaci generici. Lo afferma la Commissione Ue sollecitando il nostro Paese ad applicare entro 2 mesi le norme europee in materia. Altrimenti “potremmo deferire il caso alla Corte di giustizia europea”. La Commissione europea oggi ha chiesto formalmente all'Italia di applicare la legislazione UE relativa alle procedure di autorizzazione alla commercializzazione dei farmaci generici che, conformemente alla direttiva 2001/83/CE, recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano, prevede che "l'espletamento delle procedure di autorizzazione alla commercializzazione possa avvenire senza che su ciò incida la protezione degli interessi in tema di proprietà industriale e commerciale". “D'altro canto – ricorda la Commissione Ue - il detentore dell'autorizzazione di un medicinale generico non può immettere un prodotto sul mercato prima che sia scaduto il brevetto del prodotto di riferimento”. La Commissione evidenzia quindi come “l'Italia non ha rispettato la scadenza per l'adozione dei pertinenti emendamenti UE nel diritto nazionale e continua pertanto a venir meno all'obbligo di tutelare adeguatamente i fabbricanti. In particolare, in Italia una legge vieta ai fabbricanti di prodotti generici di presentare la loro richiesta di autorizzazione alla commercializzazione prima del penultimo anno di validità del brevetto di un prodotto di riferimento. Ad esempio, se il brevetto relativo a un prodotto di riferimento ha una validità di dieci anni i fabbricanti dovranno attendere almeno nove anni prima di poter presentare la loro richiesta di autorizzazione alla commercializzazione. A motivo di tale legge e delle lungaggini procedurali per l'ottenimento dell'autorizzazione alla commercializzazione - osserva la Commissione Europea -, i fabbricanti di medicinali generici si trovano in posizione di svantaggio sul mercato”. Per questo la Commissione ha sollecitato l'Italia ad “assicurare la piena ottemperanza alla direttiva entro due mesi. La richiesta odierna si configura quale ‘parere motivato’ in forza dei procedimenti di infrazione dell'UE. Se l'Italia non ottemperasse entro la scadenza definita, la Commissione può decidere di deferire il caso alla Corte di giustizia europea”. 26 gennaio 2012

Martedì 17 Gennaio 2012  | CUP, incontro al Dal Verme di Milano  
Sabato 21 gennaio Forum delle Professioni intelletuali
   

Assistiamo, da tempo e con preoccupazione, alla diffusione di informazioni in materia di professioni regolamentate destituite di ogni fondamento, se non palesemente asservite agli interessi di forze economiche, che hanno interesse ad appropriarsi del mercato delle attività professionali. Il tutto gabellato per apertura alle giovani generazioni e come contributo alla crescita del paese. Al fine di far sentire la voce unitaria delle Professioni ed anche di dare un vero contributo di idee e di proposte per una efficace riforma delle norme, che regolano le Professioni in un ottica di qualità della prestazione, di crescita dell’economia del paese, di contributo all’occupazione delle giovani generazioni salvaguardando la imprescindibile tutela degli interessi del singolo cittadino e della collettività, il Forum delle Professioni intellettuali Coordinamento dei C.U.P. del Nord Italia, a supporto e in programmazione della manifestazione unitaria che si terrà a Roma nella prima metà di febbraio, organizza una manifestazione che si terrà a: MILANO sabato 21 GENNAIO 2012 alle ore 10.30 presso il TEATRO DAL VERME in Via San Giovanni sul Muro A tale manifestazione è necessario assicurare una rilevantissima presenza di professionisti atteso che il teatro ha una capienza di 1.500 posti. Si sollecita l’intervento del maggior numero di colleghi possibili. L’incontro sarà incentrato su due tavole rotonde moderate dal giornalista Marco Fratini de La 7.
La prima tavola prevede l’intervento dei professionisti: Giuseppe Cappochin, Eliana Morandi, Remo Danovi e Alessandro Solidoro i quali intendono discutere con gli interlocutori della politica sui punti principali della riforma, comuni alle diverse categorie professionali, ponendo l’accento sulla qualità del servizio e sulla tutela dell’interesse del cittadino, il tutto con pragmatismo, spirito costruttivo ed innovativo, con proposte e posizioni unitarie nella consapevolezza che l’attività professionale – per garantire la tutela dei diritti del cittadino – deve svolgersi sulla base di preparazione, competenza, responsabilità ed in dipendenza, alla cui tutela sono proposti gli Ordini Professionali.
La seconda tavola rotonda prevede l’incontro con quattro politici di varie estrazioni: Tiziano Treu, Roberto Castelli, Maurizio Lupi e un quarto di area UDC. Seguirà infine una videoconferenza con vari giornalisti: Boeri, Di Vico, Meazza, Lubrano e altri opinionisti. L’intero costo della manifestazione sarà gestito dal CUP di Milano. E’ probabile che tutto venga trasmesso in diretta sul sito del Corriere della Sera. Sarà presente la Presidente Nazionale dei CUP Marina Calderone. IL PRESIDENTE DEL CUP PROVINCIALE Prof. Mario Nespoli

Giovedì 24 Novembre  2011 | Paracetamolo
S
coperto i meccanismi che alleviano il dolore

Svelati i segreti del funzionamento del paracetamolo come antidolorifico. Secondo uno studio pubblicato da Nature Communications il farmaco viene convertito dall'organismo in una molecola (NAPQI) che, attivando una proteina presente sulla superficie dei neuroni (TRPA1), riduce la trasmissione dell'impulso nervoso dai recettori del dolore al cervello. La scoperta, frutto di una collaborazione tra il King's College di Londra, Regno Unito, e l'Universita' di Lund, Svezia, apre la strada allo sviluppo di farmaci che abbiano lo stesso effetto del paracetamolo, ma siano meno tossici. La tossicita' di questo analgesico, spiegano i ricercatori, e' dovuta proprio alla molecola in cui il paracetamolo viene convertito dall'organismo, NAPQI. Tuttavia i ricercatori hanno gia' individuato delle sostanze non tossiche che possono attivare TRPA1 a livello dei neuroni producendo lo stesso effetto, ma senza effetti collaterali.

TRPA1 mediates spinal antinociception induced by acetaminophen and the cannabinoid Δ9-tetrahydrocannabiorcol

Venerdì 11 . 11.  2011 | Riscopriamo e rilanciamo ruolo medici
Fazio: da sempre in primo piano nella storia nazionale

Prima capitale italiana, Torino si ritrova in questi giorni ad essere ribalta di una serie di eventi con cui la professione medica celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia. In giorni comunque tesi per una crisi istituzionale che forse ha pochi precedenti nella recente storia repubblicana, l’Ordine dei Medici di Torino e la Federazione Nazionale degli Ordini hanno dato vita ad una tre giorni che avrà il suo culmine nel pomeriggio di venerdì 11 novembre, con un evento multiforme e ricco di significati che vedrà anche la presenza del Ministro della Salute, Ferruccio Fazio. Il tutto quasi a sottolineare che il mondo medico non fa passi indietro nei confronti di un presente che molti vorrebbero solamente incerto: la professione è presente e vuole contribuire alla ricostruzione del Paese. Con grande disponibilità, il ministro Fazio ha accettato di rispondere in questa intervista ad alcune domande in vista della sua partecipazione all’evento torinese Signor Ministro: lei parteciperà all'Evento FNOMCeO che vede a Torino i medici italiani celebrare i 150anni dell'Unità nazionale. Guardando al passato, come possiamo giudicare il ruolo dei medici in questo secolo e mezzo di "Italia", non tanto in tema di assistenza sanitaria, quanto più in generale in termini di complessivo contributo allo sviluppo sociale del Paese? Premetto che lo sviluppo del sistema sanitario è uno degli indici fondamentali con cui si misura il progresso sociale e civile del Paese, per cui è difficile scindere l’uno dall’altro. È indubbio, tuttavia, che in ogni momento fondamentale della nostra storia politica, sociale e culturale i medici hanno giocato un ruolo di primo piano. Solo per citarne alcuni, e consapevole di trascurarne molti altri, ricordo nel periodo risorgimentale il chirurgo carbonaro Leonida Montanari, poi i colleghi Ripari, Basile e Albanese, che combatterono al fianco di Garibaldi e lo soccorsero in Aspromonte; in epoca più recente vorrei citare Maria Montessori e Gina Lombroso, donne medico che hanno dato un importante contributo rispettivamente nel campo dell’educazione e del miglioramento della condizione della donna. Per l’impegno sociale e per l’influsso che ha avuto nel cambiamento dell’approccio alle malattie mentali non posso non ricordare Franco Basaglia e nel campo della letteratura Carlo Levi e Giulio Bedeschi. E ancora vorrei citare due medici che hanno dato il loro contributo anche in quanto politici: Pietro Bucalossi, che ha ispirato la legge sulla edificazione dei suoli e Benigno Zaccagnini. Per concludere questa breve carrellata di medici illustri vorrei ricordare anche Enzo Jannacci. Non so se sarà ricordato dai posteri, ma alla nostra generazione ha offerto un sorriso e numerosi spunti di riflessione. In questi anni la collaborazione FNOM-Ministero si è sviluppata su binari di grande e forse inedita collaborazione reciproca. In occasione dell'evento torinese c'è un messaggio particolare che vuole rivolgere ai componenti del Consiglio nazionale della Federazione e tutti gli Ordini provinciali? Abbiamo sviluppato, in questi anni, una proficua e leale collaborazione, che si è estrinsecata nel progetto di riforma che il Governo ha presentato al Parlamento. Punti qualificanti del disegno di legge, che la Camera dei Deputati ha già approvato, sono il rilancio della funzione di garanzia e tutela nei confronti dei cittadini, la previsione di un codice deontologico nazionale e di norme deontologiche multiprofessionali, la possibilità di istituire assemblee rappresentative per gli ordini più numerosi, la revisione della funzione disciplinare, la previsione di un livello di rappresentanza regionale ed il riconoscimento di una maggiore autonomia, all’interno della Federazione, della professione odontoiatrica. A Torino si alterneranno alcuni neo-iscritti per la lettura del Giuramento professionale. Dai giovani medici spesso giungono messaggi preoccupati per il proprio futuro: i giovani italiani devono ancora credere nella "vocazione medica"? I giovani italiani credono nella vocazione medica. Ne è testimonianza il grande numero di richieste per l’accesso al corso di laurea. Tuttavia, sono consapevole delle difficoltà che essi incontrano. Chi ha seguito le vicende degli ultimi mesi sa che il Ministro Gelmini ed io siamo fortemente impegnati sul tema dei giovani medici. Stiamo perseguendo l’obiettivo di ridurre i tempi della formazione specialistica e di introdurre la laurea abilitante, in modo da anticipare l’ingresso dei giovani medici nel mondo del lavoro. A questo proposito, sarà importante l’impegno della FNOMCeO per la revisione del decreto che disciplina l’abilitazione professionale. Inoltre, con la manovra di questa estate abbiamo modificato le norme relative al blocco del turn over nelle regioni in piano di rientro. Il contesto economico in cui si trova l’Italia è a tutti noto e, naturalmente, ciò non può non avere effetti anche sul sistema sanitario e sulla sua capacità di assorbimento di nuovi professionisti. Tuttavia, non dimentichiamo che secondo le indagini condotte da Alma Laurea le lauree sanitarie si collocano ai primi posti per opportunità di inserimento nel mercato del lavoro. Da ultimo: la crisi attuale tocca tutto il mondo e l'Italia in modo ravvicinato. Sembra ci sia bisogno di figure positive, in grado di essere protagoniste di una rinascita, di un rilancio umano, sociale, professionale. Lei crede - da Ministro, ma soprattutto da medico - che il mondo medico italiano sarà in grado di essere soggetto forte di questa ripresa? Io credo che il mondo medico può e deve fornire un contributo fondamentale sia sul piano individuale, sia su quello collettivo. La natura stessa della professione, infatti, porta il medico ad entrare in contatto con cittadini di tutte le estrazioni sociali e, non di rado, ad intercettare bisogni che non sono soltanto di natura sanitaria. Alle aziende sanitarie è affidata anche una funzione di assistenza sociale - condivisa con gli Enti Locali – che deve essere sollecitata dai medici ogni qual volta si trovano ad interagire con soggetti socialmente fragili. Ritengo che utilizzare al massimo i servizi messi a disposizione può risolvere molti problemi contingenti e, soprattutto, far sentire ai cittadini la vicinanza delle Istituzioni. In molti casi ciò è realizzabile anche in un momento di oggettiva difficoltà economica e finanziaria. La classe medica nel suo insieme è chiamata anche a dare il proprio contributo alla definizione delle politiche che devono orientare il nostro sistema di welfare. A tale proposito vorrei ricordare che la riforma della legge istitutiva degli ordini delle professioni sanitarie, attualmente all’esame del Senato, è essa stessa testimonianza di una professione non ripiegata su se stessa, ma capace di interpretare le esigenze di cambiamento e intavolare un costruttivo rapporto dialettico con le istituzioni.

Venerdì 15 Ottobre 2011 | Vaccinazioni. Spata, basta polemiche
L’iniezione si potrà fare dai medici di famiglia o all’Asl

Campagna antinfluenzale al via dal prossimo 24 ottobre per 150mila comaschi. Archiviate le polemiche, le vaccinazioni saranno fatte in tutti gli ambulatori dei circa 400 medici di medicina generale del territorio e in altri 100 punti gestiti direttamente dall’Asl. L’iniezione è gratuita per gli over 65, i malati cronici, i diabetici, i cardiopatici, i pazienti con problemi respiratori e tutti gli operatori che svolgano servizi di pubblica utilità. «I pazienti potranno scegliere liberamente dove effettuare la vaccinazione - dice Carlo Alberto Tersalvi, direttore sanitario dell’Asl di Como - Daremo comunque indicazioni di carattere generale per gestire al meglio l’o r ga n i z z a z i o n e. In particolare, i medici di medicina generale si occuperanno dei pazienti over 75 e delle persone che devono effettuare l’iniezione a domicilio, mentre per gli altri sarebbe opportuno utilizzare gli ambulatori individuati dall’Asl. Ribadisco però che non si tratta di un obbligo e che in tutti i casi la situazione sarà gestita con la massima elasticità». Sono circa 150mila i comaschi che hanno diritto alla vaccinazione gratuita perché inseriti nelle fasce considerate a rischio. «Lo scorso anno il 71% dei destinatari della campagna ha fatto l’iniezione - dice Tersalvi - Per quest’anno l’obiettivo minimo è il 71% ma ci auguriamo di coinvolgere nella campagna una fetta più ampia di popolazione. Lo slogan scelto per promuovere l’oper azione sarà Vaccinarsi è un bene per tutti». La campagna vaccinale proseguirà fino alla prima settimana di dicembre. «Non è necessario fare la corsa alla vaccinazione - aggiunge Tersalvi - I pazienti hanno a disposizione 6 settimane ed è bene utilizzare l’intero periodo a disposizione. Per quanto riguarda la campagna informativa, nei prossimi giorni scatterà su tutto il territorio. Nelle sedi Asl, nelle farmacie e negli ambulatori medici ma anche nei Comuni e in altri luoghi a elevata frequentazione saranno disponibili gli elenchi delle sedi vaccinali e i rispettivi orari». L’intesa con i medici di base per la campagna vaccinale è stata raggiunta mercoledì dopo settimane di polemiche per la precedente decisione dell’Asl di tagliare le spese escludendo i dottori di famiglia. «Lasciamo alle spalle tutto, l’importante è che sia stato raggiunto il risultato migliore per i cittadini - dice Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine lariano - Ora l’aspetto più importante è l’appello ai pazienti perché aderiscano alla campagna».

Lunedì 26 Settembre 2011 | Campagna influenzale a Como
Precisazioni del Presidente dell'Ordine

In riferimento a quanto pubblicato dal Corriere di Como nei giorni scorsi, a firma Anna Campaniello, il presidente dell’Ordine di Como, sottolinea come nell’articolo non emerga con chiarezza un aspetto fondamentale, ovvero la scelta del metodo, evidenziato più volte nell’intervista con la giornalista. Gianluigi Spata vuole quindi ribadire attraverso il sito dell’Ordine il concetto che resta alla base della posizione dell’Ordine: “La collaborazione che oggi viene caldamente invocata dal direttore generale della Asl Roberto Bollina, andava richiesta ai medici prima che fosse presa una qualsiasi decisione sulle vaccinazioni. Se fosse stato instaurato per tempo un tavolo sulla “campagna contro l’influenza”, certamente sarebbe stata trovata una soluzione con la collaborazione di tutti i medici di medicina generale. Nonostante questo non sia successo, i medici, ancora una volta, si stanno dimostrando disponibili a trovare una soluzione.

Venerdì 21 Ottobre 2011 | Ricerca                                                                             
Le società scientifiche intervengono. Ecco come rilanciarla
Consegnato a Fazio un documento sottoscritto da oltre cinquanta istituzioni scientifiche italiane che traccia una road map in cinque mosse: meno burocrazia e più collaborazione tra i network di ricerca. Regole omogenee per i Comitati Etici nella valutazione di studi e finanziamenti; sì alla privacy ma attenti a non esagerare trasformandola in un freno inutile alla ricerca e in un aggravio per gli ammalati; copertura assicurativa proporzionata ai rischi effettivi delle sperimentazioni; più collaborazione tra istituzioni pubbliche e promotori di ricerca per favorire la disponibilità dei farmaci per gli studi indipendenti; nuove regole per alcune tipologie di studio orfane da un punto di vista normativo. Queste le cinque proposte di riforma per la ricerca e le sperimentazioni cliniche contenute in un documento illustrato oggi al ministro della Salute Ferruccio Fazio, sottoscritto da oltre 50 Promotori di ricerca (Società Scientifiche, ivi inclusa la Federazione Italiana delle Società Medico-Scientifiche, Irccs, Università, Gruppi cooperativi, Associazioni di Malati). Il ministro Fazio ha confermato l’attenzione ai temi descritti nel documento che, dopo l’approvazione del Ddl sulle sperimentazioni cliniche attualmente all’esame del Parlamento, potranno essere sviluppati ampiamente nel testo del decreto attuativo delegato al governo.
In questa fase la Fadoi e le altre società scientifiche collaboreranno con il Ministero della Salute in questa delicata elaborazione Il documento consegnato ieri al ministro nasce dall’iniziativa della Società Scientifica Fadoi (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti), che ne ha coordinato l’elaborazione da parte di un gruppo di lavoro multidisciplinare composto da promotori di ricerca non profit (internisti, oncologi, cardiologi, farmacologi, medici di medicina generale) ed esperti con competenze legali e di management della ricerca.
Esso è rivolto, oltre che al Ministero della Salute, anche all’Agenzia Italiana del Farmaco, all’Agenas e all’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, nonché ai numerosi Comitati Etici presenti nel nostro Paese. “Il punto di vista di chi fa ricerca è importante nel momento in cui si ridiscute l’impianto normativo che la regola, così come previsto nel ddl Fazio sulle sperimentazioni cliniche – ha dichiarato Carlo Nozzoli, Presidente Nazionale Fadoi -. Soprattutto quando, come in questo caso, c’è un ampio consenso sulle proposte da avanzare e una visione condivisa da parte di numerosi enti di ricerca”. “Nella mission di FADOI, oltre alla formazione che è fondamentale in ogni ambito scientifico, c’è infatti anche la ricerca. Per questo ci stiamo spendendo così tanto per dare un contributo alla discussione e al superamento di alcune criticità che caratterizzano questo settore”.
Sintesi del documento
Sono cinque gli ambiti oggetto delle raccomandazioni contenute nel documento per una ricerca indipendente più moderna ed efficiente: - le norme che devono regolare l’attività dei Comitati Etici; - la protezione dei dati personali nell’ambito delle ricerche cliniche di tipo retrospettivo; - l’assicurazione a tutela di chi partecipa alle sperimentazioni; - la disponibilità dei farmaci per gli studi clinici; - la regolamentazione degli studi osservazionali con procedure diagnostiche aggiuntive e degli studi di farmacogenetica/farmacogenomica.

1. Regole omogenee per i Comitati Etici
Il problema. I Comitati Etici sono organismi indipendenti operanti all’interno di strutture sanitarie pubbliche e centri di ricerca privati, volti a tutelare i diritti dei soggetti che prendono parte alle sperimentazioni cliniche. Il numero di Comitati Etici presenti in Italia è nettamente superiore rispetto alla media europea, e nelle previsioni del ddl attualmente in discussione in Parlamento vi è una sensibile riduzione di tale numero. Fra i principali problemi legati all’attività dei Comitati Etici vi è peraltro l’estrema eterogeneità nelle procedure di presentazione delle richieste di autorizzazione, e nei metodi di valutazione degli studi. Ciò comporta una moltiplicazione degli sforzi di pianificazione e coordinamento da parte dei Promotori delle sperimentazioni, e determina un aggravio sul bilancio complessivo dei progetti di ricerca.
Fra le cause di questa situazione vanno annoverate l’assenza di norme per alcuni specifici ambiti di ricerca (ad esempio quello non farmacologico), e la struttura stessa di alcune parti della normativa esistente, che può essere soggetta a interpretazioni non univoche. A ciò va aggiunta la non applicazione di normative esistenti, come quella che riguarda la modulistica per le richieste di autorizzazione.
La proposta. I firmatari del documento propositivo chiedono pertanto che la documentazione da presentare ai Comitati Etici venga possibilmente semplificata, e comunque rigorosamente uniformata; propongono inoltre di adottare modelli standard di accordo economico tra le parti che intervengono nello studio, neutralizzando così uno dei punti di maggior contenzioso fra Comitati Etici e Promotori di ricerca.

2. La privacy non sia un freno per la ricerca
Il problema. I contenuti di una Deliberazione del Garante per la Protezione dei Dati Personale emanata nell’anno 2008 pongono la realtà italiana ad un livello di elevata attenzione e sorveglianza nella tutela dei dati personali dei soggetti coinvolti nelle ricerche cliniche, a carattere sperimentale o osservazionale epidemiologico. Se da un lato ciò è certamente apprezzabile, dall’altro esistono condizioni di obiettive difficoltà di applicazione delle indicazioni del Garante. Si fa in particolare riferimento ai cosiddetti studi osservazionali retrospettivi, che vengono effettuati utilizzando informazioni contenute nella documentazione clinica già esistente cartelle ospedalieri, database amministrativi etc., studi che nella gran parte dei casi non prevedono alcun contatto con il paziente nella fase di raccolta dei dati, e nei quali risulta quindi difficile realizzare la raccolta del consenso informato dei pazienti così come richiesto dal Garante. La Deliberazione del Garante consente alcune deroghe a tale indicazione, ma nella realtà queste eccezioni risultano estremamente rare e di fatto la ricerca osservazionale retrospettiva, che ha potenzialmente un elevato valore informativo ed è a basso costo, risulta non realizzabile. Tra l’altro le indicazioni del Garante per la Privacy risultano in contrasto con quelle espresse, nello stesso anno, in una Determinazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco sugli studi osservazionali. Ancor di più, per i firmatari del documento propositivo, chiedere a un paziente magari anziano di presentarsi in ambulatorio/ospedale dopo mesi o anni da un ricovero, solo per ottenere il suo consenso informato al trattamento dei dati, appare sconsigliabile sia per motivi etici che metodologici.
La proposta. Sulla base di queste considerazioni si propone un adeguamento delle previsioni del Garante alle Linee Guida AIFA per gli studi osservazionali, nel senso di esentare dal consenso dei pazienti il trattamento di dati clinici a fini di ricerca di tipo retrospettivo, fermo restando che: venga comunque ottenuto il parere positivo di un Comitato Etico; siano comunque soddisfatti gli altri obblighi previsti dalla normativa in materia di privacy; non vengano considerati i dati non strettamente necessari ai fini dello studio (principio di non eccedenza); permanga l’obbligo di informare l’interessato e di richiederne il consenso qualora, durante l’esecuzione dello studio, intervenga un contatto con il paziente; i Promotori diano comunicazione dello studio all’Autorità Garante della Privacy. In termini più generali, sarebbe inoltre auspicabile la possibilità per il paziente di sottoscrivere, all’atto del ricovero ospedaliero o dell’accesso a una prestazione sanitaria ambulatoriale, un’autorizzazione o un rifiuto al trattamento dei dati a scopo di ricerca clinico-scientifica di tipo retrospettivo.

3. Copertura assicurativa commisurata al rischio
Il problema. Ogni sperimentazione che comporti un intervento terapeutico o diagnostico aggiuntivo rispetto alla normale pratica clinica deve prevedere una copertura assicurativa per i soggetti coinvolti nella ricerca. Nonostante la normativa vigente preveda che, per gli studi non profit, tale copertura venga ricompresa nelle polizze attive presso gli ospedali ove viene eseguita la ricerca, le polizze generali di ASL e Aziende Ospedaliere hanno spesso clausole non idonee per la sperimentazione. In molti casi essa è addirittura esclusa da questi contratti. Non ultimo, esistono Regioni e Aziende Sanitarie che non considerano conveniente stipulare polizze assicurative per la pratica clinica e che scelgono di risarcire o indennizzare i pazienti in proprio. Vi è dunque l’esigenza di individuare una strategia che possa evitare, per la ricerca in generale e per quella non profit in particolare, che l’onere dell’assicurazione diventi insostenibile per il Promotore e pregiudichi quindi la fattibilità del progetto di studio.
La proposta. Fermo restando il valore del principio generale di tutela dei soggetti che partecipano alla sperimentazione, i firmatari del documento propongono che una revisione modulare della normativa, attraverso una valutazione caso per caso dei rischi legati alla ricerca. Questi ultimi potrebbero infatti risultare minori nel caso in cui i pazienti ricevano trattamenti consolidati e in condizioni sovrapponibili a quelle della pratica clinica. Per questo, si suggerisce di esentare dalla copertura assicurativa le sperimentazioni in cui i farmaci siano somministrati secondo le indicazioni per cui sono registrati, e le procedure diagnostiche e di follow-up siano sovrapponibili alla comune pratica clinica. Inoltre si propone di escludere la necessità della copertura assicurativa specifica anche per danni non direttamente riconducibili alla sperimentazione stessa; di introdurre l’obbligo della valutazione del rischio effettivo dello studio; di favorire strategie di presa in carico, da parte del Sistema Sanitario Nazionale, della copertura assicurativa per gli studi non profit.

4. Spese condivise tra promotori e Ssn
Il problema. I farmaci utilizzati in studi no profit sono spesso pagati dai Promotori delle ricerche. Ciò avviene perché il SSN non copre le spese nel caso in cui il medicinale utilizzato, seppur noto, venga somministrato nella propria indicazione terapeutica secondo schemi innovativi, oppure in fasi diverse della malattia rispetto a quelle per le quali è registrato. D’altra parte le Aziende farmaceutiche non trovano interesse nella fornitura gratuita, soprattutto quando gli studi non prefigurano una maggiore possibilità di utilizzo del farmaco stesso (quanto spesso, al contrario, una riduzione del suo impiego).
La proposta. Includere nella copertura del servizio pubblico tutti i farmaci sperimentati nella patologia per cui sono registrati, anche nel caso in cui vengano usati in combinazione con farmaci diversi, in una fase di trattamento differente o in una sottopopolazione (ad esempio: classi estreme di età, condizioni cliniche particolari, ecc).

5. Nuove regole per alcune tipologie di studio osservazionale
Il problema.
Allo stato attuale non esistono normative che facciano riferimento agli studi osservazionali nel caso in cui si prevedano procedure diagnostiche aggiuntive rispetto a quelle della normale prassi sanitaria, né in quelle in cui per motivi metodologici e/o scientifici si ritenga opportuno indagare alcuni caratteri genetici del paziente (studi di farmacogenomica e farmacogenetica).
La proposta. In questi casi gli estensori del documento propositivo raccomandano che le Autorità competenti possano in tempi rapidi sanare questa carenza normativa, e propongono alcune raccomandazioni di carattere generale. In particolare, i protocolli relativi a tali tipologie di studio dovranno contenere uno specifico e dettagliato capitolo dedicato all’illustrazione dei motivi scientifici per i quali vengono previste queste valutazioni non routinarie; le persone coinvolte nello studio dovranno essere informate in modo molto chiaro ed esaustivo sugli scopi, sulla natura e sulle modalità di esecuzione delle procedure aggiuntive; dovranno essere adottate opportune misure di sicurezza per la gestione dei dati di tipo genetico; i costi delle procedure aggiuntive non graveranno né sul SSN né sul paziente, ma rimarranno a carico del Promotore della ricerca.
Fonte: Quotidiano Sanità

Lunedì 3 ottobre 2011 | E' guerra tra  medici e Groupon                         
La Maddalena: le conclusioni di Amedeo Bianco

La Carta etica per il medico militare si farà. Di fatto è pronta, tuttavia ci si arriverà attraverso un percorso comune tra i vertici della sanità militare e la FNOMCeO. Il Presidente della Federazione Amedeo Bianco, nel trarre le conclusioni dei due giorni di convegno a La Maddalena, ha lanciato la proposta di “costituire, insieme, un collegio che, in modo sistematico e continuo, affronti lo sviluppo del Codice etico civile e militare”. Bianco ha poi sostenuto la necessità della formazione continua anche per i medici militari. La professione medica conosce oggi diversi snodi: “Una cosa è certa – ha detto Bianco – la nostra professione non si può esercitare senza un forte senso civile. Noi non siamo più una corporazione, siamo straordinari cittadini perché straordinarie sono le nostre responsabilità. D’altra parte la Cassazione ha affermato che il medico non deve rispondere ad alcuna regola se non a quella di garantire il bene ai cittadini”. Bianco ha poi aggiunto: “Oggi questa professione ha bisogno di rafforzare autonomia e responsabilità. Costruire una Carta vuol dire costruzione delle idee: pensate che alla base del moderno codice deontologico c’è la Carta di Norimberga. Devo condividere con voi un altro pensiero: la guerra non è lo strumento ordinario per risolvere alcune questioni, ma la guerra è invece sofferenza per i popoli, per i più deboli”. Come registrato da più di un partecipante ai lavori, il rapporto tra sanità militare e sanità civile è di grande complessità, ma il dialogo – ora – è avviato. I risultati verranno, come hanno sottolineato in modi differenti i Presidenti degli Ordini della Sardegna Agostino Sussarellu (Sassari), Luigi Arru (Nuoro) e Raimondo Ibba (Cagliari). E, ovviamente, non è casuale che un convegno così si sia tenuto alla Maddalena, da sempre sede di insediamenti militari, offrendo nuova vita a e terre che già negli anni scorsi dovevano vivere la vetrina del G8. Tutto all’insegna dei 150 anni dell’Unità d’Italia e con un ricordo vivo di Giuseppe Garibaldi che riposa a Caprera, di fronte alla Maddalena. 03/10/2011 01:18 - Autore: Orfeo Notaristefano

Martedì 13 Settembre 2011 | Fnomceo
Appello in 5 punti per futuro formazione e professione

Lo sviluppo di criteri europei per la formazione medica specialistica; maggiore uniformità dei curricula; prove di valutazione internazionali; diffusione della cultura della qualità, e infine contenuti formativi concreti e aggiornati. Sono i punti fondamentali che dovranno guidare il futuro della formazione e della professione dei medici italiani ed europei, al centro del documento finale elaborato a conclusione del workshop 'Per uno specialista europeo accreditato', promosso dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), i medici degli Ordini e delle Associazioni europee, svoltosi venerdì e sabato a Udine. Grande attenzione, da parte di esperti e addetti ai lavori, per le strategie da mettere in campo nella formazione post-laurea e per il futuro dei camici bianchi. In vista dell'entrata a regime dal 2013 della Direttiva europea sulla libera circolazione dei cittadini per motivi sanitari e della possibilità per i medici di prestare la loro opera sul territorio europeo, la Fnomceo, per salvaguardare il controllo della qualità professionale dei singoli medici, lancia un appello in 5 punti alle istituzioni nazionali ed europee: 1) Sviluppare criteri sovranazionali di riferimento per la armonizzazione della formazione medica specialistica; 2) l'uniformità dei percorsi formativi per i diversi curricula nazionali; 3) Svolgere prove di valutazione internazionali; 4) Creare e diffondere una 'cultura della qualità'; 5) Identificare contenuti formativi concreti e sempre attuali ed aggiornati. "La Fnomceo - si legge nel documento finale - si propone quale interlocutore istituzionale per garantire un'uniforme attenzione ai bisogni di salute dei cittadini europei ed una comune elevata qualità professionale, attraverso una condivisa armonizzazione dei percorsi formativi specialistici". Per questo, sottolinea la Federazione degli Ordini, "è questione centrale la definizione di nuovi e più equilibrati rapporti tra sistema professionale e sistema formativo universitario per far fronte all'emergente necessità di innovare i contenuti e le modalità della formazione professionalizzante al fine di meglio tutelare la salute dei cittadini europei". "La Fnomceo - prosegue la nota - condivide il progetto dell'European Union of Medical Specialist (Uems) che attraverso le sue sezioni specialistiche vuole sviluppare criteri sovranazionali di riferimento per la formazione medica specialistica, allo scopo di armonizzare, per ogni titolo specialistico, i diversi curricula nazionali, raccomandando l'uniformità nei percorsi formativi e lo svolgimento di prove di valutazione internazionali e ritenendo che tutto questo rappresenti, di fatto, un concreto ed efficace insieme di azioni intrapreso nella direzione della qualità formativa e professionale".

Martedì 13 Settembre 2011 | Liquidazione
Faro Assicurazione

Su segnalazione di Assimedici si informa che con decreto del 28 luglio 2011 il Ministro dello Sviluppo Economico ha disposto la revoca dell'autorizzazione all'esercizio delle attività in tutti i rami a Faro Assicurazioni 

Mercoledì 22 Giugno 2011 | Enpam  
Smentite le voci di commissariamento


Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha categoricamente smentito l'ipotesi di commissariamento per l'Enpam. La notizia, riportata da un organo di stampa, è stata definita priva di ogni fondamento da Emmanuele Massagli, rappresentante dello stesso Ministero nel Consiglio di amministrazione della Cassa dei medici e dei dentisti. Massagli - che è anche coordinatore della Segreteria tecnica del ministro Sacconi - ha chiarito la questione intervenendo durante la seduta del cda dell'Enpam avvenuta questa mattina.
La Cassa previdenziale sta intanto procedendo ai necessari accertamenti e approfondimenti sugli investimenti passati. In particolare, il Consiglio di amministrazione dell'Enpam ha incaricato il Comitato di controllo interno di fare verifiche sulle procedure adottate negli investimenti finanziari degli ultimi anni.
Se fossero verificati episodi poco chiari, il Consiglio di amministrazione della Fondazione Enpam, a tutela delle pensione dei medici e dei dentisti italiani, non esiterà a promuovere azioni legali e a costituirsi parte civile.

Marzo 2011 News
Chiarimenti sui certificati telematici

In relazione alla trasmissione per via telematica dei certificati medici di malattia (art. 55 septies del D.Igs. N. 165/2001) si rappresenta che la circolare della Funzione Pubblica N.2720107/DFP/DDI del 28 Settembre 2010, fornisce un primo chiarimento riguardante l'ambito di applicazione della disciplina che riguarda il pesonale ad ordinamento privatistico. La norma , pertanto, non riguarda il personale in regime di Diritto Pubblico di cui all'art. 3 del medesimo decreto (magistrati, professori universitari, personale appartenente alle forze armate e alle forze di polizia, corpo dei vigili del fuoco, personale delle carriere diplomatiche  e prefettizie) per i quali rimane vigente la tradizionale modalità cartacea.
Il certificato cartaceo deve contenere:
-
generalità del dipendente con data di nascita;
-
diagnosi, prognosi;
-
timbro e firma del Medico con codice regionale Asl. 
La certificazione medica, in ogni caso, non va comunicata all'INPS per evitare flusso di dati sensibili, riservati alla Polizia di Stato, verso un Ente non dovuto.

Febbraio 2011 Ricerca
Autismo, legame con testosterone utero

Il rischio aumenta con alta esposizione all'ormone. Scienziati australiani hanno trovato ulteriori prove di un legame fra testosterone e autismo, una forma psicotica che ripiega l'individuo verso la sua interiorita' separandolo dalla realta' esterna, e che colpisce in massima parte i maschi.La scoperta aggiunge peso alla teoria secondo cui il rischio aumenta con un'alta esposizione nell'utero all'ormone.L'ipotesi e' che l'esposizione al testosterone nell'utero possa regolare sia i comportamenti autistici,sia l'eta' della prima mestruazione.

Giovedì 23 dicembre 2010 Emergenza Medici
Influenza, 300mila italiani a letto

Il picco dell'influenza non è ancora arrivato ed è atteso per la fine di gennaio, ma sono già più di trecentomila gli italiani a letto con i classici sintomi del "male di stagione" e i medici registrano un boom di richieste di visite a domicilio. In calo le vaccinazioni, mentre medici di famiglia e virologi ribadiscono l'importanza della protezione: è bene che i soggetti a rischio che non lo abbiano ancora fatto si vaccinino al più presto, sottolineano, per evitare eventuali complicanze gravi. UN MILIONE DI CASI - Sarebbero oltre 300mila gli italiani colpiti dall'influenza in questi giorni, con una cifra complessiva che a fine stagione potrebbe raggiungere i 5 milioni. Dall'inizio dell'epidemia, che comprende oltre al virus "australiano" anche l'H1N1, si calcola un milione di casi ma l'incidenza si è mantenuta su livelli bassi (attorno all'1-1,5 per mille), ma nelle ultime settimane sta salendo: 2,82 nella settimana di Natale e 3,79 nell'ultima settimana monitorata, dal 26 dicembre al 2 gennaio. A essere colpiti sono soprattutto i bambini da 0 a 4 anni, che nell'ultima settimana fanno registrare un'incidenza di ben 10,2 casi per mille. Sopra la media anche la fascia 5-14 anni, con 7,9 casi per mille, mentre i 15-64enni registrano un'incidenza di 3,2, che crolla a 1,2 per gli over 65. In assoluto la regione più colpita è il Piemonte, con oltre il doppio di malati rispetto alla media nazionale (11,6 casi per mille), seguita da Liguria (6,78) e Marche (6,5). POCO TEMPO PER IL VACCINO - Le vaccinazioni sono in calo rispetto allo scorso anno. «Sembrano tenere tra gli anziani, con una media del 62% di vaccinati che resta comunque insufficiente, mentre una risposta molto bassa si registra tra i giovani di categorie a rischio, ovvero con patologie, e tra gli operatori sanitari» spiega il virologo Fabrizio Pregliasco dell'Università di Milano. A rinnovare l'invito a vaccinarsi per gli anziani e i soggetti con malattie croniche è anche Stefania Salmaso, direttore del Centro nazionale di epidemiologia dell'Istituto superiore di sanità: «Le prossime sono le ultime settimane valide, tenuto conto che sono necessari una quindicina di giorni prima che il vaccino risulti efficace. Dunque, chi vuole proteggersi deve farlo immediatamente». Il vaccino è disponibile negli studi medici e nelle Asl. Una volta contratta, l'influenza non va curata con gli antibiotici, il cui uso deve essere in ogni caso valutato dal medico. Infine la circolazione del virus A/H1N1 in Italia, seppure in ascesa, è ancora ridotta e non ci sono situazioni preoccupanti.

 

Giovedì 23 dicembre 2010 Emergenza Medici
Lauree in medicina calano del 16%

Negli ultimi tre anni sono calati leggermente i laureati in genere, anche se si registra un lieve aumento nelle lauree magistrali e a ciclo unico. A risentire di più del calo sono soprattutto le lauree mediche (-15,9%) e giuridiche (-6,5%), e in generale, a un anno dalla laurea, si registra una flessione dell'occupazione. Unica eccezione i laureati in economia e statistica (+4,8%). Lo spiega il Rapporto Stella, che ha analizzato 150mila laureati nel triennio 2007-2009 di diversi atenei italiani da nord a sud (Bergamo, Milano, Pavia ma anche Pisa e Palermo). A un anno dalla laurea, confrontando quasi 13mila interviste fatte a più del 60% dei laureati del 2009 con i dati dell'anno precedente, è emerso come l'occupazione sia passata dal 36,9% al 34,4% per i laureati triennali, dal 60 al 56,6% per i laureati magistrali e dal 53 al 49,6% per quelli a ciclo unico. A causa delle difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, nel 2009 aumentano i laureati triennali che scelgono di proseguire negli studi.
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Mercoledì  1° dicembre 2010 News

115 mila medici in pensione entro 15 anni,  emergenza formazione

Centoquindicimila medici, oggi compresi nella fascia di età tra i 51 e i 59 anni, ovvero il 38% di tutta la popolazione medica attiva, andranno in pensione nei prossimi dieci-quindici anni. Tra questi sono compresi il 48% dei medici dipendenti dei servizi sanitari regionali e Università, il 62% dei medici di famiglia, il 58% dei pediatri di libera scelta, il 55% degli specialisti convenzionati. La formazione dei futuri camici bianchi è dunque una vera emergenza, per la quale serve un progetto ad hoc. Dell'argomento discuteranno i medici italiani, riuniti il 2 e 3 dicembre a Roma, al convegno'La qualità professionale per la qualità delle cure', che si svolge nell’ambito della II Conferenza nazionale della professione medica. Un progetto efficace - si legge in una nota della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), che organizza la conferenza nazionale - richiede innanzitutto una maggiore connettività e flessibilità nelle relazioni e nelle 'regole di ingaggio' tra le Facoltà di medicina e le strutture pubbliche e private accreditate dei Servizi sanitari regionali. "Abbiamo posto il tema della qualità professionale – spiega il presidente della Fnomceo, Amedeo Bianco – nella prospettiva di rafforzare un fondamento per la sostenibilità del nostro sistema di cure e quindi di quei preziosi valori di equità, solidarietà, universalismo dei destinatari di cui, oggi, è insostituibile espressione materiale". Uno dei punti cruciali e sensibili anche per l’opinione pubblica è "il meccanismo della selezione degli accessi a Medicina che deve garantire l’individuazione equa, trasparente ed efficace delle migliori attitudini a questi studi e all’esercizio di questa professione". "La moderna formazione di un medico – continua Bianco - è una complessa 'costruzione' educativa, culturale, tecnico-scientifica, che ha ampi risvolti civili e sociali e rispetto alla quale occorre condividere le responsabilità, le esperienze, le intelligenze e le competenze di tutti i soggetti, vecchi e nuovi, con l'obiettivo di tutelare la centralità dei diritti del cittadino sano e malato".Sul piano pratico, questo significa costruire un professionista che sappia governare l’evoluzione delle conoscenze tecnico-scientifiche, avvicinando, nel curriculum formativo, all’acquisizione di tali competenze quella di contenuti più strettamente umanistici, ovvero l’attenzione alle relazioni con i pazienti e alle organizzazioni sanitarie, sempre più caratterizzate da complessità gestionali, tecnologiche e di multi professionalità. Questo messaggio è stato controllato da Sophos e ritenuto valido.

 

Venerdì 19 novembre 2010 News
Musica negli studi, dopo sentenza Milano meglio spegnere

 Se nel vostro studio diffondete musica di sottofondo per intrattenere e rilassare i pazienti, meglio staccare tutto e attendere chiarimenti. Il consiglio arriva dallo Snami dopo la sentenza del tribunale di Milano che il 16 ottobre ha condannato un odontoiatra al pagamento dei diritti a favore del Consorzio fonografici, la società che tutela autori e produttori musicali. Per i giudici, in sostanza, la diffusione di musica all'interno di studi professionali privati rappresenterebbe una forma di «pubblica utilizzazione», come definita espressamente dall'articolo 73 bis della Legge sul diritto d'autore. «Il tribunale» rimarca in una nota il Consorzio fonografici «ha stabilito che la clientela di uno studio dentistico è qualificabile come "pubblico" in quanto appare potenzialmente indeterminata sia nel numero sia nella sua composizione. Il fatto che l'accesso avvenga in maniera programmata rappresenta una mera modalità organizzativa». Di qui il consiglio che Snami Milano rivolge a tutti i medici (di famiglia e non): se nel vostro studio diffondete musica (proveniente dalla radio o da altro impianto), meglio spegnere. In attesa che arrivi qualche chiarimento. «Il fatto» osserva infatti il presidente di Snami Milano, Roberto Carlo Rossi «è che sulla questione finora i giudici si erano pronunciati in senso opposto. Ricordo per esempio una decisione del Tribunale di Torino, risalente al 2008, nella quale si sosteneva esattamente il contrario di quanto affermato a Milano: i pazienti presenti nello studio non costituiscono un pubblico indifferenziato come quello di bar, ristoranti o esercizi commerciali. Un chiarimento potrebbe arrivare dalla Corte europea, alla quale si sono rivolti i giudici di secondo grado dopo l'appello presentato dal Consorzio fonografici contro la sentenza di Torino».
 

Venerdì 12 novembre 2010 News
Giornata del diabete

Non sempre una dieta che fa bene alla salute è sinonimo di rinunce selvagge. Nella spesa per prevenire il diabete trovano posto anche il caffè e il vino, purché in modica quantità, e anche con l'attività fisica, necessaria per prevenire la malattia, ci si può sbizzarrire: vanno bene i classici come corsa e nuoto, ma anche il ballo può essere d'aiuto. Il decalogo per la corretta prevenzione della malattia è stato messo a punto dalla Società Italiana di Diabetologia per la Giornata Mondiale del 14 novembre, e contiene tutti gli elementi necessari a limitare la "pandemia" in atto, che in Italia colpisce tre milioni di persone, destinate ad aumentare del 30% nei prossimi 10 anni. In occasione della Giornata del diabete, venerdì 12 alle 18 la Palazzina Liberty di Milano, in largo Marinai d'Italia, si tingerà di blu (il programma). Nel 2008 era stato il Duomo a essere illuminato di luce blu (colore della Giornata e della Federazione Internazionale del Diabete), nel 2009 la fontana davanti al Castello Sforzesco: quest'anno è stata la volta della Palazzina Liberty, che sarà anche luogo d'incontro per una conferenza sul diabete. Gianfranco Bottazzo, direttore scientifico dell'ospedale Bambin Gesù di Roma cercherà di rispondere al quesito: è possibile prevenire il diabete dei bambini? Domanda importante, visto che in Italia sono 14mila i bambini e adolescenti affetti da diabete. Al termine del dibattito sarà proiettato "Insula", documentario di Eric Alexander, con Ambra Angiolini e Francesca Inaudi. La giornata si conclude alle 20.30 con il concerto del pianista Emanuele Scaramuzza, 17 anni, che eseguirà brani di Scarlatti, Beethoven, Chopin e Debussy. La Giornata mondiale del diabete è stata istituita dall'Onu nel 2006 per sottolineare l'importanza della ricerca su una malattia che conta nel mondo 170 milioni di pazienti, ma che ne prevede 300 milioni entro il 2025. (Fonte: Ansa)

Lunedì 8 novembre 2010 News
Rapporto Spesa Farmaceutica semestrale

Gli italiani hanno acquistato nei primi sei mesi del 2010 547 milioni di confezioni di farmaci per un valore complessivo di 17,2 miliardi di euro, hanno ottenuto dai medici di base 299 milioni di ricette, pari a cinque prescrizioni per ogni cittadino, che hanno consentito di ritirare in farmacia 9,2 confezioni per ogni assistito a carico del Servizio sanitario nazionale. E ancora, oltre due milioni di euro sono stati spesi per farmaci Otc (331 milioni di confezioni) e ammonta a 23 miliardi il valore della produzione farmaceutica delle 333 aziende di settore che operano in Italia. Il centro studi Merqurio, gruppo specializzato in servizi per la sanità pubblica e privata, ha pubblicato nel suo report farmaceutico semestrale relativo ai primi sei mesi del 2010, una metanalisi sul settore farmaceutico italiano. La spesa sanitaria, rispetto al totale, deriva per il 79% dalla componente pubblica (di cui il 12% dalla farmaceutica) e per il 21% da quella privata (di cui il 6% dalla spesa farmaceutica e per il restante 15% dalle altre voci di spesa sanitaria privata). La spesa pubblica e privata per medicinali venduti in farmacia nell’ultimo anno si aggira intorno ai 25 miliardi di euro, di cui il 74% a carico del Servizio Sanitario Nazionale; il 13% è composto da farmaci di classe C con prescrizione, il 9% da farmaci senza obbligo di prescrizione e il restante 4% da ticket. Altri Articoli La domanda di farmaci risulta, rispetto al primo semestre del 2009, in calo dell’1,4 per cento nonostante le ricette siano aumentate del 2,8 per cento. Secondo il report della Merqurio, realizzato aggregando fonti ufficiali, l’andamento della spesa farmaceutica dei primi sei mesi del 2010 continua a essere influenzato dall’incremento del numero delle ricette e dal contestuale calo del valore medio delle ricette stesse (-4,1%). In pratica si prescrivono più farmaci, ma di prezzo mediamente più basso. Gioca, evidentemente, un ruolo non secondario il “generico” la cui vendita si sta affermando sempre di più, soprattutto al Nord con il Trentino regione capofila, anche a causa dell’aumento dei ticket applicati da diverse regioni italiane. I generici in Italia rappresentano, per il momento, circa il 30% della spesa e il 50% dei consumi, un quarto dei quali è costituito da medicinali unbranded. Il generico, in questa seconda parte del 2010, continua, tuttavia, la sua crescita grazie soprattutto ai nuovi lanci di prodotti del settore e alla scadenza di ulteriori brevetti. Per quanto riguarda i costi del Servizio Sanitario Nazionale, la regione che tra gennaio e luglio 2010 ha speso di più in ricette in farmacia è la Lombardia, con un costo medio lordo di 169.369.621 milioni di euro, la più economica è la Valle d’Aosta con 2.047.648 milioni di euro. Colpisce il dato della Campania con 109.733.924 milioni di euro che si posiziona, come spesa complessiva, dopo la Lombardia e il Lazio (seconda regione con 119.656.150 milioni). La distribuzione del farmaco può contare, in Italia, su 17.796 farmacie (dato del 2009) a cui si aggiungono 273 corner nella grande distribuzione e 2415 parafarmacie. Il principio attivo più richiesto è il Ramprimil, indicato per terapie cardiovascolari; tra gli Otc il più venduto è il Diclofenac, antinfiammatorio, tra i Sop il paracetamolo. Un dato confortante, conclude il rapporto del Centro studi Merqurio, arriva dal comparto industriale,: le aziende del settore farmaceutico si rivelano trainanti per la nostra economia, ben al di sopra di altri comparti produttivi. L’Italia in questa particolare classifica è terza in Europa per numero di addetti (67.500 di cui 20.000 nelle piccole e medie imprese), dopo Germania e Francia (rispettivamente 105.843 e 103.384) e prima di Regno Unito (66.520), Spagna (40.385) e Svizzera (35.400). Il valore della produzione farmaceutica italiana è pari all’11,4% del totale europeo con un aumento delle esportazioni pari al 2,3% per un valore di circa 12,2 miliardi di euro: in pratica il 54% del totale della produzione supera il nostro confine. L’Italia, nell’ultimo anno, con un fatturato di 18,5 miliardi si colloca al terzo posto del ranking mondiale risultando come vendite quinta tra le economie avanzate. Questo messaggio è stato controllato da Sophos e ritenuto valido. .

 

Lune 25 ottobre 2010 News

Ecm, ecco le nuove regole. Privilegiata la formazione a distanza

La formazione continua è uno strumento fondamentale non solo per la qualificazione professionale degli operatori sanitari, ma anche per la crescita del Servizio sanitario nazionale'. Lo ha detto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a conclusione dei lavori della II Conferenza nazionale sulla Formazione continua che si è svolta presso il centro Congressuale Villa Erba di Cernobbio per fare il punto sullo stato dell'arte e sulle prospettive del sistema ECM. “Per far funzionare al meglio la sanità - ha detto Fazio - occorre non solo effettuare una 'manutenzione' del sistema ma anche aggiornare e informare costantemente il personale su come il sistema stesso sta cambiando e sugli obiettivi che la sanità pubblica deve raggiungere. Si tratta di un processo dinamico che riguarda tutte le regioni, anche quelle cosiddette 'virtuose', perché chi ha una buona organizzazione se non fa 'manutenzione' , rischia di tornare indietro. Detto questo dobbiamo lavorare per migliorare l'efficienza del sistema e arrivare a rendere omogenee le metodologie di Ecm delle varie Regioni”.Alla Conferenza nazionale hanno partecipato oltre 1300 addetti ai lavori che hanno risposto all'invito della Commissione nazionale formulando proposte e partecipando attivamente ai lavori e nel contempo acquisendo gli elementi necessari per procedere alla corretta impostazione delle attività connesse alla Formazione continua in qualità di Provider. Le richieste di accreditamento in qualità di Provider nazionale, sono state oltre 1.600. L'analisi delle tipologie formative ha consentito di verificare che 125 corsi per l'anno 2011 saranno erogati attraverso la Formazione a Distanza: in considerazione del fatto che questa tipologia formativa rappresenta una delle più importanti novità del Nuovo Sistema di formazione continua, ci si aspetta una risposta significativa da parte dei professionisti sanitari sia per la partecipazione a corsi che non impegnano spostamenti, e che possono essere seguiti nei tempi e nei modi che ogni professionista decide di scegliere, sia per l'abbattimento dei costi che un'offerta formativa ampia produce nel sistema dell'offerta e della domanda formativa. L'aspettativa è, dunque, una riduzione dei costi dei corsi a carico dei partecipanti e maggiore omogeneità del contenuto formativo rivolto ad una platea molto ampia di professionisti.La Commissione, in collaborazione con la Federazione nazionale degli ordini dei medici e con gli altri ordini e collegi, sta studiando delle forme di offerta formativa per sostenere le professioni più 'povere', per le quali è stato registrato un maggiore 'bisogno' di corsi, anche attraverso l'offerta diretta di corsi gratuiti con formazione a distanza. I Provider anche se hanno ottenuto l'accreditamento, saranno ulteriormente oggetto di valutazione da parte della Commissione attraverso i suoi organi: l'Osservatorio nazionale della qualità e il Comitato di Garanzia per l'indipendenza della formazione continua. Attualmente sono stati affidati loro 39 Provider per la valutazione della qualità formativa (Osservatorio nazionale); 27 Provider per la valutazione dell'indipendenza della formazione continua rispetto agli sponsor (Comitato di Garanzia). Nei prossimi mesi avremo notizie sulle valutazioni effettuate e sulla effettiva efficienza del Nuovo Sistema ECM. Il perno delle attività di raccolta delle valutazioni dei risultati a Cernobbio è stata la 'cittadella della formazione continua' dove la Commissione Nazionale ha incontrato numerosi Provider nei punti operativi contraddistinti dalle tematiche affidate alle Sezioni della Commissione stessa, e ha raccolto tutte le indicazioni e i quesiti che gli interessati intendevano fornire. La Commissione ha illustrato le novità più attese dagli operatori: i rapporti tra le Società scientifiche e le industrie del settore sanitario; la regolamentazione del divieto di reclutamento dei partecipanti ai corsi ECM da parte degli sponsor; il dossier formativo (individuale e di gruppo) quale strumento di eccellenza in favore dei professionisti sanitari per la certificazione dei crediti formativi da parte dei rispettivi Ordini, Collegi e Associazioni professionali. E' stato inoltre illustrato l'avvio del primo Bando per la Ricerca sulle sperimentazioni ECM per implementare l'offerta formativa con nuove e più aggiornate metodologie.

 

Lune 25 ottobre 2010 News

Errori di terapia in corsia ancora frequenti

Scarsamente applicate le raccomandazioni emanate dal Ministero della Salute per evitare gli errori di somministrazione dei farmaci nelle corsie ospedaliere.
Lo ha evidenziato un'indagine realizzata dallo stesso Ministero e dalla Società italiana farmacie ospedaliere (Sifo) in 94 ospedali di 17 regioni. Un ospedale su 5 ancora non ha attivato strumenti di prevenzione a riguardo.
Nei 5 ospedali, dove a giugno è stato introdotto in via sperimentale il farmacista di dipartimento, gli incidenti farmacologici sono diminuiti del 70% con un risparmio della spesa farmaceutica del 40%. Questo messaggio è stato controllato da Sophos e ritenuto valido.
 

Giove 14 ottobre 2010 News

Approvato tetravalente contro meningococco

È disponibile anche in Italia il vaccino coniugato tetravalente contro i sierogruppi A, C, W135 e Y, indicato per l'immunizzazione degli adolescenti e degli adulti a rischio di esposizione ai sierogruppi A, C, W135 e Y del meningococco. Lo ha reso noto Novartis nella conferenza di lancio del farmaco. «Il nuovo vaccino è in grado di garantire una protezione dalla meningite meningococcica maggiore e più duratura grazie all'utilizzo di una proteina carrier che, legata all'antigene polisaccaridico, il componente che evoca la risposta immunitaria del corpo all'infezione, aumenta la risposta difensiva dell'organismo» dichiara Rino Rappuoli, responsabile della ricerca di Novartis Vaccines nel mondo. L'esperto ha spiegato che il farmaco è stato sviluppato «utilizzando la tecnologia della coniugazione, messa a punto per la prima volta a Siena da Novartis Vaccines, per la realizzazione del vaccino coniugato contro il meningococco C ampiamente in uso». «I benefici di questo nuovo vaccino sono stati confermati da studi clinici condotti su adolescenti tra gli 11 e 17 anni di età. I risultati hanno dimostrato come, a un anno dalla vaccinazione, una proporzione più alta degli adolescenti ai quali era stato somministrato il vaccino coniugato conservava una risposta anticorpale protettiva maggiore rispetto a chi aveva ricevuto un normale vaccino polisaccaridico» ha concluso Rappuoli.
 

Venerdì 8 ottobre 2010 News
E’ bene conoscere il parere di federanziani sulla classe medica


Agli italiani piacciono le analisi: miliardi di euro spesi per inutili controlli. Federanziani, colpa della medicina difensiva. Gli italiani trascorrono il loro tempo negli ospedali per effettuare indagini cliniche e di laboratorio, dilapidando miliardi di euro, sprecando centinaia di migliaia di ore lavoro e ingrossando a dismisura le liste di attesa. A questa conclusione è pervenuto il centro studi Sic di FederAnziani passando al setaccio i dati delle attività clinica e di laboratorio del nostro comparto sanitario. Dai dati è emerso che nel 2009 (su dati 2007) gli italiani si sarebbero sottoposti complessivamente a ben oltre 1 miliardo 300mila prestazioni sanitarie, quasi 21,66 procapite. A guidare la classifica l'Emilia Romagna con ben 24,13 prestazioni per residente; a seguire, le Marche (24,07 per residente) mentre in fondo alla classifica vediamo la Sicilia con 18,08 prestazioni per cittadino e il Friuli con 20,54 prestazioni. La cosa che più ha colpito il Centro studi Sic di FederAnziani è che scomponendo il dato procapite i dati peggiorano. Infatti nelle fasce d'età 1-25 il ricorso alle attività cliniche e di laboratorio diminuisce mentre aumenta di un terzo in quelle 26-40, del 50% nella fascia 41-50 del 50% tra i 51-65 e triplica nella fascia over 65. Quest'enormità di prestazioni è generata dal fenomeno emergente del consumismo sanitario, cioè dalle prescrizioni facili, infatti FederAnziani ricorda che il cittadino non prescrive ma subisce la prescrizione. Alcuni fattori determinano quest'enormità di prestazioni: la medicina difensiva, il ricorso alla specialistica per almeno il 50% dei casi, infine la totale "gratuita'" delle prestazioni.  Tutto ciò secondo FederAnziani è all'origine delle interminabili liste d'attesa. L'area più interessata dal fenomeno delle liste d'attesa è la diagnostica con il 51% delle segnalazioni, seguita dalla specialistica con il 23% e dagli interventi chirurgici con il 20%. FederAnziani è concorde con il ministro della Salute Ferruccio Fazio che ha lanciato un piano da discutere con le Regioni per evitare liste d'attesa lunghissime per ottenere prestazioni sanitarie nell'attività istituzionale dell'orario di lavoro e invece abbreviate nell'attività intramoenia, come purtroppo accade. Secondo il presidente di FederAnziani "solo una presa di coscienza dei medici potrebbe portare a un'inversione di tendenza, ma sicuramente
ciò sarà impossibile perché poco gradito alla loro professione, e per la intramoenia, per la medicina difensiva e per il turismo congressuale, per restare nell'ambito del lecito. In compenso però si sta per discutere un ddl vergognoso per la coscienza civile dei cittadini, ovvero la depenalizzazione della malpractice medica".

 



Lunedì 27 settembre
2010 News

Medici, sempre più no alle visite degli informatori.


E le aziende ricorrono all'e-detailing e al web marketing per aggirare l'ostacolo Informatore e medico, un rapporto sempre più complesso. Diminuisce in misura preoccupante, infatti, il numero di professionisti disposti a incontrare regolarmente gli informatori con un trend in costante incremento. È il risultato di un’indagine condotta dalla ZS Associates, una società internazionale di consulenza che si occupa di analizzare il comportamento dei medici prescrittori nei confronti degli informatori delle aziende farmaceutiche. Lo studio nello specifico ha analizzato le interazioni tra gli isf e oltre 500.000 medici, infermieri e altri medici prescrittori con le vendite ricavate di oltre 41.000 rappresentanti farmaceutici. Dal rapporto di ZSAssociates, dal titolo “The Doctor Won't See You (Mr. Pharma Rep), Now”,è emerso che solo il 58% dei medici è ben disposto alle visite degli informatori, e di questi il 70% riceve l’informatore con un calo del 18% rispetto al 2008.Invece i medici che rifiutano completamente di incontrare gli informatori rappresentano il 9% del totale rispetto al 6% dello scorso anno. In un anno, dunque, la percentuale è raddoppiata. Ma non è tutto. I medici che ono disposti a incontrare gli isf sono sempre più esigenti: vogliono innanzitutto che gli Informatori, quando entrano nel loro studio, portino con sé un valore aggiunto, ossia ottenere una completa e esaustiva spiegazione del prodotto promosso. Inoltre quasi tutti, il 94 % degli MMG e l'83% degli specialisti, non sono disposti ad incontrare gli stessi isf più di una volta al mese, nemmeno coloro che ritengono più interessanti. Secondo questi dati raccolti da ZSAssociates, si stima, quindi, che circa 8 milioni di visite degli isf sono inutili. Per dirla semplicemente, si tratta di uno spreco di tempo e di denaro, quantificabile in una perdita di 1 miliardo di dollari l'anno. "I rappresentanti farmaceutici oggi operano in un ambiente sempre più ostile", ha dichiarato Chris Wright, principale leader della ZS Associates. "Il numero di medici che si rifiutano di vedere eventuali isf è in aumento e il numero dei medici che invece accettano d’incontrarli è costante declino. Le aziende farmaceutiche devono prendere atto di ciò e che poiché non è più possibile raggiungere i professionisti semplicemente attraverso gli isf, ma è necessario una cambiamento di rotta da parte dei manager. Ovvero le aziende devono rivedere il loro marketing plan, al fine di creare un’interfaccia concreta con ogni singolo medico”. Molte di queste aziende hanno risposto con l'adozione di nuova strategia di distribuzione della forza vendita chiamata "differential resourcing." A differenza dei tradizionali modelli di vendita a squadre, il "differential resourcing" consente alle aziende di adattarsi ai cambiamenti del mercato anche quelli più sottili, come quelli che comportano un mutamento della volontà del medico d’incontrare i rappresentanti di vendita. Questa strategia prevede un nuovo modo di dotare gli isf, assegnando loro solo i medici disposti all’incontro face-to face, in un modo da ridurre la forza vendita e le spese improduttive; i professionisti che non intendono, invece, ricevere gli Isf verranno contattati via web, in quantoil numero di medici che si rivolgono alle riviste online e ai siti web, per ottenere informazioni utili alla loro pratica clinica sono in netta crescita. In altri termini si va verso un notevole incremento dell’e-detailing e del web marketing per aumentare l’impatto delle azioni promozionali e migliorare l’accesso ai medici con ripercussioni positive sulle vendite. E-Detailing ha migliorato, infatti, il rapporto medico-azienda farmaceutica che viene percepito dalla classe medica come mezzo rapido e efficace, utile per ottenere informazioni fondamentali alla propria pratica professionale, mentre al tempo stesso consente alle aziende farmaceutiche un taglio dei costi. Ma sono i numeri che parlano: Pfizer ha aumentato la sua spesa per la promozione online di oltre il 90% rispetto allo scorso anno, secondo uno studio, segno che la casa farmaceutica sta spingendo verso il marketing alternativo
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Mercoledì
22 settembre 2010 News
Nuove linee guida europee per la fibrillazione


Sono state presentate a Stoccolma, nel corso del Congresso annuale della Società europea di cardiologia (Esc). Molti i nuovi concetti classificativi, come spiega Antonio Raviele, direttore del Dipartimento cardiovascolare dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre Nel corso del recente Congresso della Società europea di cardiologia (Esc)conclusosi nelle scorse settimane a Stoccolma, sono state presentate le nuove linee guida Esc sulla fibrillazione atriale. Abbiamo chiesto ad Antonio Raviele, direttore del Dipartimento cardiovascolare dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre una sintesi dei contenuti principali. «Nella distinzione tra i vari tipi di Fa, si introduce quella persistente di lunga durata (almeno un anno), in cui si può decidere una strategia di controllo del ritmo, in particolare un tentativo di ablazione transcatetere» dice Raviele. «È una forma non equivalente alla permanente, o cronica, che ora identifica i casi in cui medico e paziente decidono di accettare la condizione della Fa e di non operare alcun tentativo di cardioversione. Restano invariati i tipi parossistico e persistente». Con la distinzione tra sintomatica e silente, invece, si evidenzia come, in molti pazienti, la Fa può non essere avvertita con disturbi soggettivi, mentre rimane considerevole l'esposizione ad alti rischi, primo tra tutti quello tromboembolico. «Quindi in determinate categorie di pazienti predisposti, come per esempio ipertesi, obesi, anziani, si raccomanda di effettuare un monitoraggio elettrocardiografico ambulatoriale, soprattutto dopo una cardioversione o un'ablazione, per cogliere eventuali episodi asintomatici dell'aritmia» prosegue ancora Raviele. Innovativa è la scala Ehra (European heart rhythm association) sull'entità dei sintomi: classe I (sintomi assenti), II (lievi), III (severi), IV (disabilitanti). «È importante per decidere la strategia - commenta Raviele. «Se i disturbi sono rilevanti, si punta al controllo del ritmo; se invece sono assenti o lievi, al controllo della frequenza». Anche la stratificazione del rischio tromboembolico è stata perfezionata. «Con il punteggio Chads2 finora usato spesso c'era un'ampia sezione di pazienti classificati con rischio intermedio, rendendo difficile stabilire se fosse opportuno somministrare un anticoagulante orale o l'acido acetilsalicilico. Con l'inserimento di tre nuovi parametri, ora si individuano più facilmente i pazienti ad alto rischio». Per il calcolo del rischio emorragico in caso di terapia anticoagulante da adottare, è stato introdotto il sistema Hasbled che, sulla base di sette fattori, prevede uno score da 0 a 9: se è > 3, il rischio è alto. Dal punto di vista farmacologico, poi, si registrano tre novità. In terapia antiaritmica, tra i farmaci per la profilassi delle recidive, è entrato il dronedarone, approvato da Fda, Ema e Aifa; efficace in soggetti con recidive e sicuro come il placebo, è in grado di ridurre ospedalizzazioni, mortalità cardiovascolare e il numero di ictus cerebrali in pazienti già in terapia anticoagulante orale. «È un'opzione di prima scelta in tutte le indicazioni cliniche tranne nello scompenso Nyha 3 o 4 o recente». In terapia antitrombotica va segnalato il dabigatran, inibitore diretto della trombina che, nello studio RE-LY, si è dimostrato, al dosaggio più basso, di pari sicurezza ma più efficace del warfarin e, al dosaggio più alto, di pari efficacia ma più sicuro del warfarin. Il farmaco è attualmente in corso di valutazione da Fda, Ema e Aifa. «Nell'ambito della cardioversione farmacologica - ricorda Raviele - accanto a flecainide, propefanone e amiodarone ora si aggiunge vernakalant, un'arma in più a disposizione, che ha ottenuto l'approvazione europea». Riguardo l'ablazione transcatetere, infine, si registra un nuovo orientamento. «In pazienti giovani, con tentativo fallito di trattamento mediante farmaci e senza cardiopatia, questa tecnica è ora considerata una possibilità di prima scelta con raccomandazione IIa» conclude Raviele. Questo messaggio è stato controllato da Sophos e ritenuto valido.

Lunedì 6 settembre 2010 News
Farmaci biosimilari, sconosciuti per un malato di cancro su due

Il primo sondaggio sui pazienti rivela che solo la minoranza sa cosa siano e l'85 per cento non vuole cambiare il proprio farmaco «originale» NOTIZIE CORRELATE Farmaci biosimilari: non sono solo copie Sì ai farmaci biosimilari, ma con precise garanzie Nuovi farmaci mirati: quanto costa sbagliare bersaglio Gli specialisti: in Italia servono linee guida Farmaci biosimilari, sconosciuti per un malato di cancro su due Il primo sondaggio sui pazienti rivela che solo la minoranza sa cosa siano e l'85 per cento non vuole cambiare il proprio farmaco «originale» MILANO - I farmaci biosimilari, che sono già una realtà nella pratica clinica, restano un’incognita per la metà dei malati di cancro. Sei pazienti su dieci non sanno dire se queste molecole (simili, non uguali, all’originale biotecnologico) siano già disponibili in Italia e il 46 per cento ignora i possibili effetti collaterali. Comunque, in mancanza di informazioni certe, solo il 15 per cento sarebbe disposto a cambiare il farmaco biologico che assume con una «copia» se il medico glielo proponesse. E soltanto l’8 per cento dei malati ritiene il minor costo un motivo valido per sostituire la propria terapia. Sono alcuni dei numeri emersi dal primo sondaggio nazionale sui pazienti promosso dalla Fondazione dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), in collaborazione con la Società italiana di nefrologia (Sin), la Federazione italiana delle associazioni di volontario in oncologia (Favo) e l’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), presentato a Roma. I BIOTECH, ECCO COSA SONO - Dall’indagine (condotta nel giugno 2010, a cui hanno aderito 356 pazienti, 639 oncologi e 211 nefrologi) emerge inoltre che 9 malati su 10 ritengono utile che venga indicato chiaramente sulle confezioni e sulle ricette che si tratta di un farmaco biosimilare e non del prodotto originale. «I pazienti esigono risposte e si stanno documentando – spiega Francesco De Lorenzo, presidente Favo e Aimac –: oggi il 54 per cento sa che non sono copie esatte come i generici, il 60 crede che duplicare un biologico non sia come replicare una molecola chimica e il 40 per cento è consapevole che sono sotto stretta sorveglianza per la sicurezza». Se, infatti, i farmaci generici sono riproduzioni non di marca del tutto equivalenti alla loro versione originale, per i biosimilari la faccenda si fa più complessa: sono copie simili ma non identiche, meno costose ma sicure dei moderni farmaci biotecnologici. Insomma, nel caso dei generici, riprodurre l’«illustre» parente di marca è facile: una volta scaduto il brevetto basta utilizzare lo stesso principio attivo e gli stessi eccipienti. Un medicinale biologico, invece, viene costruito grazie anche a organismi viventi, che creano una parte o l’intera molecola, grazie a tecniche molto sofisticate. E per ottenere un biosimilare occorre replicare esattamente il complesso processo produttivo biotecnologico. Ogni minima variazione rispetto a un protocollo già convalidato, in una qualsiasi delle sue fasi, potrebbe modificare il prodotto finale, rischiando che sia meno efficace o, peggio, che risulti più tossico. Servono, poi, studi pre-clinici e tossicologici a tutela dei malati e test che prima dell’immissione sul mercato confrontino la copia biosimilare con il medicinale biologico originale, per valutarne l’efficacia. Studi che vanno ripetuti per ogni indicazione con cui si vuole utilizzare il farmaco. UNA POSSIBILE SOLUZIONE «ECONOMICA» - Per quanto recenti (sono stati introdotti nella pratica clinica negli anni Ottanta) anche per i primi farmaci biologici sta scadendo la copertura brevettale, inclusa quella delle prime molecole di target therapy utilizzate in oncologia. Oggi il 50 per cento delle proteine terapeutiche utilizzate per curare diverse malattie sono modificate con le biotecnologie e, in totale, sono circa 250 i farmaci biotech in commercio, il 40 per cento dei quali viene impiegato contro il cancro (come, ad esempio, imatinib, bevacizumab, trastuzumab). Tutti costosissimi: spesso si tratta di terapie da 4-5mila euro al mese per ciascun paziente. Motivo per cui negli ultimi anni hanno inciso parecchio sui bilanci di molti ospedali, obbligando medici, Regioni e Servizio sanitario nazionale a fare i conti con sempre maggior attenzione e obbligando a una rigorosa selezione dei pazienti a cui somministrare questo genere di medicinali. In questo quadro, dunque, le copie biosimilari rappresenterebbero una grande opportunità, soprattutto per il controllo della spesa sanitaria. SERVONO LINEE GUIDA NAZIONALI - Il sondaggio rientra in un percorso di sensibilizzazione sui biosimilari che va avanti dal 2008 con buoni risultati: è migliorata tra le gli specialisti la conoscenza su cosa siano, quali caratteristiche presentino e quali siano i possibili rischi. Per questo, l’85 per cento degli oncologi è d’accordo con la norma (già approvata in alcuni Paesi europei) che impedisce la sostituibilità automatica, come accade invece per i farmaci generici. «La campagna informativa funziona, ma resta molto da fare se un clinico su cinque ancora non sa darne una definizione o li confonde con gli equivalenti o i generici» dice Francesco Boccardo, presidente della Fondazione Aiom, presente al convegno. Attualmente in Italia l’unico disegno di legge in merito è fermo gli esperti chiedono linee guida nazionali da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), in accordo con le società scientifiche, per scoraggiare il comportamento più disparato delle Regioni. Il 94 per cento degli oncologi e l’85 per cento dei nefrologi, infatti, ritiene sempre più urgente la creazione di un tavolo di lavoro comune sui biosimilari tra Istituzioni sanitarie, associazioni mediche, pazienti, aziende produttrici. Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

Venerdì 13 Agosto 2010 News
Ricette "sgonfiate": più dei rimborsi costano le indagini

Ad un medico era stato contestato un danno di 88mila 684 euro: tre anni di indagine e posizione archiviata. Ad un altro la procura della Corte dei Conti aveva chiesto 191mila euro per un totale di oltre 5mila ricette gonfiate. Dopo cinque anni le ricette cosiddette gonfiate sono risultate essere sette (sette in tre anni di lavoro) e la cifra da ridare si è ridotta a 800 euro. Un altro ancora si è ritrovato una contestazione di 208mila euro: il suo caso si è chiuso con 3.500 euro. La lista di queste sproporzioni è lunga, tanti quanti sono i medici di famiglia che hanno chiuso il contenzioso e definito la loro posizione davanti alla corte dei conti. Tanto da far dire alla Fimmg, associazione di categoria: «È uno scandalo. Il costo dell'inchiesta è ben superiore ai soldi recuperati». L'inchiesta era quella condotta dalla guardia di finanza sui cosiddetti medici iperprescrittori. Partita da una segnalazione nel 2005, aveva coinvolto 564 medici di famiglia. La faraonica indagine sulla carta avrebbe dovuto recuperare qualcosa come 25.428.830,58 euro. «Oggi, a distanza di cinque anni, e alla luce delle ultime sentenze della Corte dei conti si possono cominciare a tirare un po' le somme - spiega l'avvocato Fimmg Paola Ferrari -. La procura ha recuperato solo il 3 per cento delle somme contestate e ciò dimostra la correttezza dei medici di famiglia. Francamente dire che sei ricette sbagliate in tre anni siano colpa grave mi sembra quantomeno eccessivo. A seguito delle istruttorie molti medici hanno patteggiato per evitare ulteriori oneri, qualcuno è riuscito a ottenere l'archiviazione e solo due sono oggi a giudizio innanzi alla Corte. I medici hanno smontato, una a una, le contestazioni, producendo migliaia di documenti a difesa. Lavoro diabolico che poteva essere evitato con un minimo di istruttoria alla fonte e per tempo, da parte delle Asl». Ma c'è di più. «Spesso il costo delle consulenze pagate dalla Procura nei confronti dei medici è superiore al denaro recuperato - sottolinea Gennaro Messuti, avvocato Snami -. Vuole un esempio? A uno dei miei clienti erano stati contestati 90mila euro. È stato condannato a pagarne 2.800 a fronte di una relazione tecnica pagata dall'Asl di 3.700 euro. Se facciamo una media scopriamo che solo per le consulenze hanno speso 200mila euro. E sa quanti ne hanno recuperati? 130mila. Se questo non è sperpero di denaro pubblico. Adesso aspettiamo di mettere la parole fine a tutti i procedimenti e poi presenteremo una controdenuncia contro quei funzionari che hanno fatto dilapidare il denaro pubblico montando accuse che si sono dimostrate in gran parte infondate o che comunque hanno portato a procedimenti che appaiono assolutamente antieconomici rispetto ai risultati ottenuti». In un documento pubblicato sulla pagina del sito lo Snami parla di «indebite pressioni» e di «medici di famiglia messi alla gogna». Se la stragrande maggioranza di questo tipo di «indagini» finiscono in niente, a chi giova tutto questo? Aggiunge Roberto Carlo Rossi presidente Snami Lombardia: «C'è da capire chi ripagherà ora il "danno morale" subito da quei medici che si sono visti contestare centinaia di migliaia di euro e anche chi ripagherà il costo delle indagini svolte se l'esito, per l'Erario, è stato così modesto».

Venerdì 30 Luglio 2010 News
I dieci fattori di rischio per l'ictus
Tutti conosciamo (o crediamo di conoscere) i "big killer" per l'infarto o l'ictus: a più riprese pressione alta, stress, fumo e compagnia sono stati accusati di provocar danni. Adesso arriva la "top ten" dei fattori di rischio che più sono legati alla comparsa di un ictus: l'hanno stilata sulle pagine di Lancet Martin O'Donnell e Salim Yusuf dell'università di Hamilton, in Canada, e i loro collaboratori del progetto Interstroke. AMPIO STUDIO - Il progetto è il fratello gemello dell'analogo Interheart, che ha messo nero su bianco i dieci fattori di rischio più importanti per l'infarto. Per individuare quelli che sono maggiormente responsabili dell'ictus i ricercatori hanno analizzato i dati di 3 mila pazienti e 3 mila "controlli" (persone sane che servono per il confronto) da 22 Paesi nel mondo: ognuno è stato sottoposto a una visita e agli esami del sangue e delle urine, rispondendo inoltre a un questionario specifico per indagare lo stile di vita. I risultati rivelano che i fattori di rischio più spesso responsabili dell'ictus sono, nell'ordine: l'ipertensione, il fumo, l'obesità addominale (la "pancetta", in altri termini), una dieta inadeguata, l'attività fisica insufficiente, i grassi nel sangue, il diabete, il consumo di alcol, lo stress e la depressione, le malattie cardiache. In totale questi dieci elementi rendono conto del 90 per cento di tutti gli ictus ischemici (quelli causati da un coagulo di sangue che va a occludere un vaso del cervello). Per l'ictus emorragico, in cui un vaso cerebrale si rompe, sembrano contare soprattutto pressione, fumo, obesità addominale, dieta e consumo di alcol, mentre pare meno importante il rapporto fra grassi buoni e cattivi nel sangue. PRESSIONE - Molti fattori sono correlati fra loro, ma uno emerge su tutti gli altri: la pressione alta. È associata a un terzo dei casi di ictus e da sola aumenta di due volte e mezzo il rischio. In seconda posizione il fumo: le sigarette raddoppiano il pericolo di ictus, tanto che un paziente su cinque è un fumatore. «Sapevamo che l'ipertensione è il maggior fattore di rischio per l'ictus nei Paesi ricchi, questi dati confermano che lo stesso vale per i Paesi in via di sviluppo - ha commentato Jack Tu, del Sunnybrook Schulich Heart Centre di Toronto, in un editoriale che accompagna lo studio -. Significa che le politiche sanitarie devono, anche in quei Paesi, cercare di fare screening della pressione nella popolazione, offrire terapie adeguate a chi soffre di ipertensione, ridurre il contenuto di sale negli alimenti sul mercato». «È la prima volta che viene condotto uno studio così ampio che coinvolge anche i Paesi poveri, dove gli ictus sono purtroppo molto frequenti - spiegano gli autori -. I primi 5 fattori di rischio della "classifica" sono associati all'80 per cento dei casi di ictus; ne abbiamo aggiunti altri 5 arrivando a coprire il 90 per cento dei casi. È importante notare che nove di questi dieci fattori di rischio (unico escluso, le malattie cardiache) sono anche nella "classifica" dei fattori di rischio per l'infarto stilata attraverso il progetto Interheart: cambia solo l'importanza relativa, perché appunto per l'ictus risulta più determinante l'ipertensione, mentre nel caso dell'infarto il "colpevole" numero uno è un'elevata quantità di grassi nel sangue». Intanto, è in partenza la fase due di Interstroke: saranno arruolati 20mila partecipanti, con lo scopo di valutare eventuali differenze dei fattori di rischio fra persone che vivono in aree diverse di uno stesso Paese, fra gruppi etnici e fra i diversi sottotipi di ictus ischemico; saranno anche valutate le eventuali associazioni fra alcuni geni e il rischio di malattia. Elena Meli

Mercoledì 28 Luglio 2010 News
L'amore è come una droga quando finisce si soffre davvero


Nel cervello gli stessi segnali della sindrome d'astinenza Uno studio scopre gli effetti dell’abbandono sentimentale L'amore è come una droga quando finisce si soffre davvero.
Attenzione ai facili amori estivi: se sono, come spesso accade, destinati a finire dopo le vacanze, rischiano di esporre i neo-innamorati a un'esperienza che, dal punto di vista neurochimico, non è tanto diversa da quella del tossicodipendente che resta senza la sua dose. Nel cervello di chi perde il suo oggetto d'amore, infatti, si accendono le medesime aree cerebrali coinvolte nella sindrome di astinenza da droga. L'hanno dimostrato i ricercatori dell’Università di New York e della Rutgers University del New Jersey diretti da Helen Fisher, utilizzando la risonanza magnetica funzionale in dieci uomini e cinque donne fra 18 e 21 anni, single da due mesi dopo un rapporto che durava da un paio d'anni e selezionati in base alla semplice domanda: «Ti ha lasciato/a e tu non riesci a far a meno di lui/lei?». La ricerca, pubblicata sul Journal of Neurophysiology, non vuole certo giustificare comportamenti estremi come lo stalking o la soppressione fisica di sé o dell'ex, ma potrebbe comunque aiutare a capire i meccanismi neurochimici che stanno alla base di questi fenomeni. Nello studio, i ricercatori hanno fatto compilare ai partecipanti la Passionate Love Scale (PLS), un test che valuta il grado di coinvolgimento amoroso e hanno poi utilizzato come stimolo una serie di fotografie. Mentre la risonanza fotografava l'attività dei circuiti cerebrali, ai soggetti venivano mostrate foto di ragazzi o ragazze simili ai loro ex, foto di personaggi noti e quelle dei loro partner. Quando vedevano l'ex, i partecipanti all’esperimento riferivano sentimenti d'amore, disperazione, ricordi belli e brutti, ma le aree che si accendevano nel loro cervello erano quelle notoriamente correlate al guadagno e alla perdita economica e quelle del desiderio intenso e irrefrenabile, il cosiddetto «craving»: il tegmento e lo striato ventrali, la corteccia prefrontale e orbitofrontale e il giro cingolato. Queste aree, le stesse che si attivano nella sindrome d'astinenza, inoltre, restavano "accese" a lungo. Secondo i ricercatori, infatti, l'amante rifiutato continuerebbe a restare innamorato dell'ex, che in termini neuropsichici rappresenta la ricompensa al suo amore. Ma poiché questa tarda ad arrivare, i neuroni del sistema della ricompensa, gli stessi che si attivano con la droga, ma anche col cibo o le sigarette, prolungano la loro attività. Commenta Donatella Marazziti del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Pisa, studiosa della neurobiologia dell'amore e autrice di importanti ricerche in questo settore: «Questo studio conferma ciò che Andreas Bartels, dell’University College di Londra, individuò per primo nel 2000 con la stessa tecnica, quando confrontò le aree cerebrali dell'innamoramento e dell’amicizia e ipotizzò una specializzazione funzionale corticale per gli stati affettivi, che rende l'amore unico e speciale». «Ma, come abbiamo appena scoperto con uno studio pubblicato sull'ultimo Physiology & Behaviour - prosegue la specialista -, nella donna lo stato ansioso legato alla rottura del rapporto amoroso ha motivazioni ancor più biologiche: la perdita del contatto con i feromoni del maschio. Questi feromoni hanno, infatti, su di lei un effetto anti-stress, che modifica la sua naturale impulsività e rafforza il suo attaccamento affettivo. È bastato mettere 100 nanolitri di estratto ascellare maschile fra narici e labbro superiore delle donne coinvolte nella nostra ricerca, per veder cambiare il loro atteggiamento nei confronti del rapporto d'amore: più sicure, meno timorose, più determinate. Contemporaneamente, si è riscontrata una variazione dei livelli del neurotrasmettitore serotonina. Si tratta di risultati preliminari su pochi soggetti, ma la caccia al feromone anti-abbandono amoroso è aperta». Cesare Peccarisi

Martedì 13 Luglio 2010 News
Farmaci + 60% in 10 anni. Aumento annuo costante del 5%

Un 'boom' del consumo di farmaci pari al 60% in 10 anni, non del tutto giustificato dall'invecchiamento della popolazione italiana, bensì provocato da scarsa appropriatezza prescrittiva e da motivazioni culturali. E' quanto registra il rapporto Osmed 2009, elaborato dall'Istituto superiore di sanità in collaborazione con l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), e presentato in questi giorni a Roma. Fra il 2000 e il 2009, dunque, il report rivela un aumento annuo costante del 5% nel consumo di medicinali. "I motivi demografici - ha spiegato Roberto Raschetti, responsabile del rapporto - possono giustificare solamente una parte, diciamo l'1%, di questa progressiva crescita dei consumi di farmaci, che è ormai un trend consolidato caratterizzato da ampia variabilità a livello regionale". Nel 2009 mercato farmaceutico totale, comprensivo sia della prescrizione territoriale sia di quella erogata attraverso le strutture pubbliche, risulta di oltre 25 miliardi di euro, di cui il 75% a carica del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Come negli anni precedenti, i farmaci cardiovascolari, con oltre 5 miliardi di euro, sono la categoria più utilizzata, con una copertura di spesa da parte del Ssn di circa il 94%. Al secondo posto i farmaci per il sistema gastrointestinale (12,7%), quelli per il sistema nervoso centrale (12,5%) e gli antineoplastici (11,7%), i quali sono erogati quasi per intero (98,8% della spesa) dal Ssn e, insieme ai cardiovascolari, rappresentano un terzo della spesa farmaceutica pubblica. I farmaci dermatologici (88% della spesa), quelli del sistema genito-urinario, gli ormoni sessuali (57%) e i farmaci dell'apparato muscolo scheletrico (53%) sono invece le categorie maggiormente a carico dei cittadini. Quanto alla spesa farmaceutica territoriale complessiva, pubblica e privata, il valore risulta in leggera crescita rispetto all'anno precedente (+1,4%) mentre quella a carico del Ssn diminuisce dell'1,7%. Un trend che si spiega in larga misura con l'aumento delle compartecipazione da parte dei cittadini (ticket +33,3%), dello sconto (+25,6%) e con una diminuzione dei prezzi (-3,2%). Come nel 2008, la Regione con il valore più alto di spesa pubblica per farmaci di classe A è la Calabria, con 275 euro pro capite, mentre il valore più basso si registra nella Provincia Autonoma di Bolzano con circa 149 euro pro capite. La sostanza più prescritta è risultata, nel 2009, il ramipril (antipertensivo) con 47 dosi giornaliere per 100 abitanti (Ddd). Altre sostanze rilevanti per consumo sono l'acido acetilsalicilico usato come antiaggregante piastrinico (42 Ddd) e l'amlodipina (27 Ddd).

Mercoledì 7 Luglio 2010 News
Fazio, non escludo famacie on-line

Non escludo l'ipotesi che anche l'Italia, a fronte di precise garanzie, possa dare via libera alle farmacie on-line, solo ed esclusivamente per la vendita di farmaci senza ricetta". Lo ha detto all'ANSA al suo arrivo a Bruxelles il ministro per la Salute, Ferruccio Fazio, in occasione del Consiglio dei Ministri della Salute europei, sotto la neopresidenza Belga dell'Unione Europea. La regolarizzazione delle farmacie on-line in Europa è in discussione informalmente in sede comunitaria oggi a Bruxelles. La posizione dell'Italia, prima di netta chiusura, "potrebbe quindi ammorbidirsi". Perplessità vengono espresse da Federfarma. "I cittadini italiani - commenta la presidente Annarosa Racca - hanno già una grande offerta per l'acquisto di farmaci. Nel nostro Paese c'è infatti un regime di ampia concorrenza, grazie alle 17.500 farmacie diffuse capillarmente sul territorio nazionale, e i corner e le parafarmacie che possono vendere farmaci da banco senza ricetta". "Inoltre abbiamo lavorato molto anche sugli orari delle farmacie - continua - per ampliarli e renderli più flessibili, e contro la contraffazione". E sull'ipotesi di aprire nuove farmacie online per i medicinali senza ricetta, aggiunge: "non so quanto possa essere utile acquistare un analgesico per il mal di testa che magari viene recapitato 2-3 giorni dopo, quando il disturbo è passato. Generalmente le farmacie online, aperte all'estero, esistono per vendere farmaci per cui serve la prescrizione e che magari il medico non dà". Se invece l'idea del ministro Fazio fosse quella "di consentire alle farmacie esistenti di vendere anche online - conclude Racca - allora siamo disponibili ad aprire una discussione". Parere positivo giunge invece dall'Aduc. Se si arrivasse alla legalizzazione del commercio online di farmaci a livello europeo, afferma l'associazione di consumatori, l'Italia dovrebbe porre fine all'attuale divieto, e ne deriverebbero benefici notevoli per i consumatori italiani. "Innanzitutto aumenterebbe la concorrenza e diminuirebbero i costi dei farmaci: si potrebbe così scegliere - continua l'Aduc - fra un numero potenzialmente illimitato di farmacie in tutta Europa, evitando i costi legati alla distribuzione ogni volta che ci si reca fisicamente in farmacia. Soprattutto, si offrirebbe un canale regolamentato e controllato di vendita online, già oggi molto utilizzato in Italia con tutti i rischi e pericoli legati alla situazione di illegalità. Ci auguriamo che il ministro Fazio non ceda alle inevitabili pressioni delle lobby dei farmacisti e si adoperi per offrire ai consumatori uno spazio dove acquistare farmaci online in sicurezza". Fazio comunque non ha ancora consultato i farmacisti. "Adesso - prosegue il ministro -, ma anche in passato, ho avuto molto pressioni per allinearci sulle posizioni della maggioranza degli altri Stati membri. Tutto sommato stiamo valutando una posizione più moderna: quella di aprire probabilmente ai farmaci senza ricetta". Sulla questione, il Parlamento europeo si pronuncerà il prossimo novembre in sessione plenaria. "La posizione prevalente è di apertura e vorrei ricordare - ha proseguito Fazio - che alcuni paesi come la Gran Bretagna hanno già delle farmacie on line regolate dalla legislazione nazionale. Noi non le abbiamo, ma per i farmaci non prescrivibili potrebbe essere una soluzione". Del resto, ha proseguito il ministro, questa misura si porta dietro dei meccanismi di anticontraffazione, quindi di sicurezza", che potrebbe indurci a modificare la nostra posizione di totale chiusura, ma solo - ribadisce - per i farmaci non prescrivibili".

Giovedì 1°  Luglio 2010 News
L'iPad debutta in corsia a Monza, test anche al Niguarda

In corsia le informazioni viaggiano in versione 'bit'. Succede in Lombardia, dove l'iPad ha fatto il suo ingresso negli ospedali. Pioniere l'ospedale San Gerardo di Monza, prima struttura sanitaria italiana a usare il nuovo Apple iPad per prescrivere farmaci in tempi record, con un'applicazione iPad nativa, ossia costruita appositamente sulla 'tavoletta' e per la 'tavoletta' e 'interfacciabile' anche con apparecchiature elettromedicali. Sulla stessa strada anche l'ospedale Niguarda di Milano con il suo 'iClinic', un progetto per consultare la cartella clinica elettronica su iPhone e iPad.A Monza la sperimentazione è in corso: con un investimento di poco più di 10 mila euro e 6 di questi mini-pc da gestire con il 'touchscreen', i camici bianchi del reparto Malattie infettive diretto da Andrea Gori da alcuni giorni prescrivono farmaci ai pazienti e ne monitorano le terapie, con un semplice clic. Gli iPad protagonisti del progetto pilota sono collegati tra loro mediante una rete wi-fi protetta, l'applicazione che usano si chiama 'iTherapy' e consente fin da subito, spiegano gli esperti dell'ospedale in una nota, "importanti evoluzioni di utilizzo. Sarà possibile estenderla in futuro ad altre aree sanitarie, integrarla con archivi, cartelle cliniche preesistenti e apparecchiature elettromedicali". L'iPad, proseguono, "è attualmente utilizzato in Day hospital e velocizza i tempi burocratici dei medici e degli infermieri a vantaggio dell'assistenza del malato". Il Niguarda ha puntato su una soluzione di telemedicina che renda disponibili al letto del paziente tutte le funzionalità necessarie a medici e infermieri per la cura. La sperimentazione è pronta al debutto e prevede l'uso di iPhone, iPad e Portale Clinico (cartella elettronica del Niguarda). L'attenzione è rivolta in particolare all'uso del diario clinico durante il giro visite, alla visualizzazione di dati clinici anche complessi e di immagini ad alta definizione. Per la semplicità d'uso in modalità touchscreen e la sicurezza garantita, iClinic, assicura l'ospedale, è candidata a diventare "uno strumento essenziale nella quotidianità di medici e infermieri". Sarà valutata anche la possibilità di usare 'iClinic' in assistenza domiciliare.

Giovedì 24 Giugno 2010 News
Clopidogrel e inibitori di pompa protonica

L'impiego degli inibitori di pompa protonica (PPI) associati al clopidogrel è comune nella pratica clinica con la finalità di ridurre il rischio di emorragie gastroduodenali. Tale associazione è stata però messa in discussione in quanto esiste la possibilità che gli inibitori di pompa riducano l'efficacia antiaggregante del clopidogrel, agendo mediante una inibizione competitiva a livello del citocromo P450 2C19, che interviene anche nel metabolismo del clopidogrel trasformandolo nei suoi metabolici attivi. Due studi, recentemente pubblicati, sono discordanti rispetto alla valutazione di questo problema.
Ray e collaboratori hanno valutato retrospettivamente 20.596 pazienti che assumevano clopidogrel, ospedalizzati per infarto miocardico acuto, rivascolarizzazione coronarica o angina instabile; di questi, 7.593 pazienti assumevano anche PPI, mentre 13.003 non li assumevano. Il gruppo che assumeva PPI ha avuto un'incidenza di ospedalizzazione per episodi di sanguinamento acuto gastrointestinale inferiore del 50%. Non si sono avute al contrario variazioni nei 2 gruppi per quanto riguarda il rischio di gravi recidive cardiovascolari.
In un altro studio di tipo retrospettivo, condotto da Stockl e collaboratori, è stato confrontato un gruppo di 1.033 pazienti dimessi dopo ricovero per infarto miocardico o posizionamento di stent coronarico e in trattamento con clopidogrel e PPI, verso un campione eguale per numerosità e patologia ma curato solo con clopidogrel. Dopo 1 anno i pazienti che assumevano clopidogrel associato a PPI avevano un rischio di riospedalizzazione per infarto miocardico più alto del 93% e più elevato del 64% per il rischio combinato di riospedalizzazione per infarto miocardico o posizionamento di stent.
In conclusione, il problema se sia indicato associare o no PPI al clopidogrel ancora non è risolto.

Wayne A. Ray et Al. Ann Intern Med. 2010;152:337-345.
Karen M. Stockl et Al. Arch Intern Med. 2010;170(8):704-710.


Venerdì 4
Giugno 2010 News
Errori medici: arriva il «conciliatore»

Diventa obbligatorio per legge il tentativo di trovare un accordo tra cittadini e sanitari Il chirurgo nel richiudere il taglio dopo un’operazione all’addome si è scordato di togliere una garza. Poche settimane dopo il paziente avverte dei dolori e si scopre che all’origine c’è proprio quel pezzettino dimenticato. È uno dei casi più eclatanti di errore medico. L’esito è un lungo contenzioso legale tra famiglia e sanitari, anni di battaglie in tribunale. Dalla primavera del prossimo anno prima di arrivare davanti ai giudici sarà obbligatorio un tentativo di conciliazione come prevede un decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 4 marzo scorso che da seguito alle disposizioni di una legge del 2009 sulle controversie civili e commerciali. La finalità è abbreviare i tempi e favorire il dialogo, lo scambio, l’ascolto tra medico e malato. La mancanza di contatti «è molto spesso alla base del conflitto» è convinto Italo Partenza, avvocato civilista. Una novità che potrà incidere in modo sensibile sul modo di gestire le denunce in ambito sanitario, in continuo aumento. FENOMENO IN AUMENTO - Oggi questi fascicoli rappresentano il 5% dell’intero ramo della responsabilità civile trattato dalle assicurazioni italiane. Crescono soprattutto i casi intentati contro i singoli medici. In 14 anni sono saliti del 200%, mentre sono circa 30 mila all’anno le denunce raccolte dall’Ania, l’associazione delle imprese di assicurazione. E ad andare in crisi più di quanto già avvenga è il rapporto tra dottori e familiari, uno dei problemi della medicina del Duemila. Secondo il 60% dei medici l’obbligo del tentativo di conciliazione è un’opportunità per cercare di recuperare questo rapporto. Se ne è parlato oggi al convegno organizzato a Roma dalla Fondazione Previasme, organizzazione con scopi di promozione civile, solidarietà sociale e mutualità. Un confronto tra categorie mediche, assicuratori, sindacati. «È un meccanismo che riguarderà tutti gli eventi di responsabilità civile, anche mortali o che si presume abbiano danneggiato bambini. L’obiettivo è raggiungere un accordo tra le parti, cioè tra il cittadino e il medico oppure l’azienda ospedaliera. Credo che un elemento chiave per la riuscita della conciliazione sarà l’ascolto. Il conflitto in genere è determinato dall’assenza di contatti tra chi si sente danneggiato e chi è accusato di averlo fatto», dice Partenza. LA NUOVA FIGURA DEL MEDIATORE - È prevista la nascita di una nuova figura. Il mediatore che dovrà essere disegnata. Potrà essere un avvocato, un medico o un ex giudice di pace appositamente formati. Il nuovo sistema dovrebbe portare con se dei vantaggi dal punto di vista dell’impegno necessario per raggiungere un accordo. La finalità non sarà quella di ottenere sconti di pena ma di favorire una soluzione meno dispendiosa sul piano del tempo e dell’emotività. Secondo un’indagine di Assomedico (che studia pacchetti di polizze in ambito sanitario) l’88,5% dei medici sono favorevoli all’introduzione di un processo di mediazione 0erchè porterà ad una riduzione di costi e tempi rispetto all’iter giudiziario. La crescita delle denunce è accompagnata dall’aumento dei premi assicurativi pagati da Asl e singoli medici. Dai circa 35 milioni del ’94 si è passati ai 453 milioni del 2007. Roberto Manzato, direttore Danni non auto e vita di Ania fa notare che non tutte le aziende o i singoli professionisti scelgono la strada di una polizza: «Questi numeri non fotografano il fenomeno in modo completo – dice -. La stipula di un’assicurazione tende a mantenere intatto il patrimonio dei cliente, in caso di risarcimento. Ci sono però anche grandi aziende, ad esempio il policlinico Umberto I di Roma, che si auto assicurano e provvedono per conto proprio. Lo stesso può succedere per il medico». Manzato giudica positivamente il tentativo di conciliazione «ma attenzione al risvolto della medaglia, alla nascita di nuove figure che chiameremo cacciatori di ambulanze, interessati a spingere perché vengano presentate denunce infondate. Non sono inoltre del tutto sicuro che questo nuovo meccanismo mitighi il costo delle polizze».

Giovedì 13 Maggio 2010 News
Otto medici su dieci prescrivono esami inutili per paura di contenziosi legali

Sono sempre di piu' i medici che prescrivono consulti superflui, piu' esami del necessario o ricoveri al posto di interventi in ambulatorio. Tutto questo per evitare contenziosi legali con il paziente, una pratica nota come 'medicina difensiva'.
Gli esperti dell'Universita' Cattolica di Milano hanno raccolto in un volume le loro proposte per superare questo fenomeno, causato soprattutto dal timore del medico di ripercussioni legali. Il libro nasce dagli sforzi del Centro Studi 'Federico Stella' sulla giustizia penale e la politica criminale (Csgp) della Cattolica, su proposta e con la consulenza della Societa' italiana di Chirurgia. L'indagine documenta che quasi otto medici su dieci (77,9%, su piu' di 300 chirurghi intervistati) hanno assunto un atteggiamento di medicina difensiva nell'ultimo mese di lavoro. Tra questi, sette su dieci (69,8%) hanno proposto il ricovero di un paziente che si poteva gestire in ambulatorio, il 58,6% ha richiesto un consulto non necessario ad altri specialisti e il 26,2% ha escluso da alcuni trattamenti dei pazienti 'a rischio'. A utilizzare la medicina difensiva sono soprattutto i dottori piu' giovani, il 92,3% dei camici bianchi di età compresa tra i 32 e i 42 anni contro il 67,4% di quelli tra 63 e 72 anni. Secondo gli esperti del Csgp, che comprendono chirurghi e giuristi, un sistema professionale come quello medico, a rischio continuo di indagine penale, non e' un sistema piu' attento e diligente ma riduce i rischi di chi agisce cercando maggiori tutele formali, a scapito dell'utenza. Da qui la loro proposta di riforma legislativa, che organizzi sistemi per la registrazione e gestione degli errori medici, al fine di aumentare la sicurezza del paziente e di ridurre il rischio, ma anche che tratti dal punto di vista normativo le criticita' del sistema sanitario e che permetta a tutti i livelli di poter imparare dai propri errori, senza che i medici abbiano l'ansia costante di una causa legale. 

Martedì 4 Maggio 2010 News

Al via rivoluzione Ecm, convegni medici con nuove regole

La tanto attesa rivoluzione del sistema Ecm (Educazione continua in medicina) diventa realtà. Da sabato tutti i congressi medici e gli eventi di formazione medico-scientifica dovranno fare i conti con le nuove regole messe a punto dalla Commissione ministeriale sull'Ecm. Finora il nuovo sistema aveva interessato solo gli eventi di formazione a distanza (Fad), l'e-learning, ma dal primo maggio cambia tutto anche per gli appuntamenti residenziali. Nuove regole su accreditamento dei provider, pubblicità, sponsorizzazione, conflitto di interessi e tanto altro ancora. Novità accompagnate da qualche polemica. A tuonare contro il nuovo sistema è Federcongressi. "Queste nuove disposizioni - sottolinea il presidente di Federcongressi Paolo Zona - sono penalizzanti nei confronti degli sponsor commerciali. Mettono a rischio i congressi medici". E non solo. "Penalizzano l'intera filiera della meeting industry, mettendo a rischio di sopravvivenza soprattutto le numerose aziende di dimensioni medio-piccole che operano prevalentemente nel settore medico-scientifico".Non la pensa così il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) e vicepresidente della Commissione ministeriale sull'Ecm, Amedeo Bianco. "Mi sembra una preoccupazione esagerata e una visione eccessivamente commerciale", dichiara all'ADNKRONOS SALUTE. "Abbiamo cercato di rendere il sistema più trasparente. D'altronde - aggiunge - in un settore così delicato l'attenzione deve essere salvaguardata. Dovevamo scegliere tra un sistema con poche regole ma chiuso e uno con più regole ma aperto". Da sabato, quindi, si cambia. Le nuove regole riguardano ad esempio il processo di accreditamento dei provider. Viene stabilito che l'ente accreditante, entro sei mesi dalla domanda, verifichi l'idoneità della documentazione e l'attività Ecm svolta dal provider, effettui visite in loco per accertare la corrispondenza dei requisiti, aggiorni l'Albo nazionale dei provider Ecm. E ancora, può ammonire, sospendere e revocare l'accreditamento.Novità anche in materia di pubblicità. Il regolamento della Commissione stabilisce che la pubblicità e le attività promozionali di qualsiasi genere (inclusi quindi pasti, attività sociali e altro) non debbano interferire né disturbare sotto qualsiasi forma l'attività Ecm. E' inoltre vietata la pubblicità di qualsiasi tipo per specifici prodotti di interesse sanitario (farmaci, strumenti, dispositivi medico-chirurgici, etc.) nelle sedi di attività Ecm, mentre è consentita in sedi adiacenti. Per quanto riguarda lo sponsor commerciale, vale a dire il soggetto privato che fornisce finanziamenti, risorse o servizi a un provider Ecm in cambio di spazi di pubblicità, il nuovo sistema stabilisce che può essere indicato, in modo discreto, nell'ultima pagina di depliant e programmi. Fissate anche una serie di regole di trasparenza. Ad esempio non possono esserci interferenze dello sponsor nel reclutamento dei partecipanti. Soprattutto è stabilito che nessun soggetto che produce, distribuisce, commercializza e pubblicizza prodotti farmaceutici, omeopatici, fitoterapici, dietetici, dispositivi e strumenti medici, possa organizzare e gestire, direttamente o indirettamente, eventi e programmi Ecm. La riforma non sembra però piacere a tutti. Zona, il presidente di Federcongressi, è preoccupato per il contraccolpo che queste nuove regole avranno sull'intero settore della meeting industry, e si rivolge con una lettera al ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. "La prevista destituzione dello sponsor commerciale da ogni funzione imprenditoriale e di immagine - si legge nella lettera - non contrasta soltanto con l'evidenza storica dell'organizzazione degli eventi ma, molto più gravemente, porta inesorabilmente al blocco di quegli investimenti etici e trasparenti che avranno drammatica ripercussione sia sulla qualità sia sulla quantità dell'attività formativa e congressuale". Secondo il numero uno di Federcongressi, "l'interruzione di queste attività non riguarderà solo gli incontri educazionali-formativi disseminati su tutto il territorio nazionale ma, in scala geometrica, coinvolgerà il congressuale nazionale e internazionale, penalizzando quindi l'intera filiera della meeting industry e mettendo a rischio di sopravvivenza soprattutto le numerose aziende di dimensioni medio-piccole che operano prevalentemente nel settore medico-scientifico".Di tutt'altro avviso il vicepresidente della Commissione ministeriale sull'Ecm, Bianco, che difende la riforma. "Stiamo parlando di regole sopportabili che non penalizzano il sistema. Mi sembra ci sia una preoccupazione eccessiva". Anche riguardo i tempi di attuazione delle nuove regole, il vicepresidente della Commissione tranquillizza tutti gli operatori del settore. "La data di partenza è fissata per il primo maggio ma - spiega - ci siamo preoccupati di creare un 'cuscinetto'. Stiamo infatti lavorando a una fase intermedia per gestire gli eventi già accreditati con le vecchie regole. Queste deroghe - conclude Bianco - potranno valere per l'anno in corso, dopodiché tutto il sistema dovrà funzionare a regime".

 

Mercoledì 28 Aprile 2010 News
Censis, gli italiani contenti del medico di famiglia

Italiani soddisfatti dei servizi sanitari, emerge dall'indagine realizzata dal Censis, e il giudizio migliore spetta alle farmacie, i cui servizi sono di buona qualità per il 62% degli italiani, sufficienti per il 35%, mediocri o scarsi solo per il 2%. Il medico di medicina generale (per il 92% qualità buona o comunque sufficiente, inadeguata solo per l'8%) continua a rappresentare un elemento cardine. Positive anche le opinioni sui pediatri di libera scelta (promossi dal 90%). Seguono i laboratori di analisi pubblici (84%), ambulatori e consultori pubblici (84%), ospedali e pronto soccorso (81%), strutture di riabilitazione pubbliche (73%), assistenza domiciliare (72%).E' pari al 64,4% la quota di italiani che ritengono che i servizi amministrativi della propria Asl siano efficienti e ben organizzati, contro il 35,6% che si esprime in termini opposti. Questa opinione positiva trova d'accordo soprattutto i residenti del Nord-Ovest e del Nord-Est (rispettivamente il 73,9% e l'83,7%), ma diminuisce nettamente nel Mezzogiorno (54,3%) e al Centro (51,5%). Ma restano non pochi i problemi legati al territorio. Il sistema di offerta è ancora disomogeneo a svantaggio delle regioni meridionali soprattutto con riferimento a ospedali e pronto soccorso (in questo caso il giudizio negativo supera il 26% contro una media nazionale del 19%), assistenza domiciliare (scarsa per il 34% a fronte del 28% registrato a livello nazionale) e strutture di riabilitazione (34% contro 27%).

 

Lunedì 19 Aprile 2010 News
Sempre più care polizze per rischi sanitari

Costa caro ai medici assicurarsi contro i rischi sanitari. Secondo una stima dell'Amami, l'Associazione per i medici accusati di malpractice ingiustamente, negli ultimi 15 anni le compagnie di assicurazione hanno aumentato il costo dei premi per le polizze del 250% Un costo che per alcuni camici bianchi diventa un vero e proprio 'salasso', ad esempio per i ginecologi e i chirurghi plastici. «Questi specialisti possono arrivare a pagare fino a 10 mila euro l'anno. Dieci volte di più di quanto paga un medico di famiglia o uno pneumologo». Parola di Maurizio Maggiorotti, presidente Amami, che traccia all'AdnKronos Salute una stima sui costi delle polizze assicurative contro i rischi professionali dei medici. Al primo posto in questa speciale classifica ci sono quindi i ginecologi e i chirurgi plastici. «Questi ultimi - spiega Maggiorotti - non solo pagano premi altissimi, ma hanno anche difficoltà a trovare una compagnia disposta ad assicurarli. Spesso si ritrovano costretti a rivolgersi all'estero o a compagnie poco affidabili». A completare il podio dei camici bianchi che pagano di più per le assicurazioni troviamo gli ortopedici e i chirurghi. «Mediamente un ortopedico - spiega il numero uno dell'Amami - paga almeno 4 volte di più, ad esempio, di un dermatologo. Diciamo che grosso modo il premio può variare dai 3 ai 5 mila euro l'anno». Ma lo stesso vale anche per i professionisti del bisturi. «Anche per i chirurghi i prezzi delle polizze sono 'pesanti'. Soprattutto per i cardiochirurghi e gli specialisti della chirurgia vascolare», sottolinea Maggiorotti. A fare i conti con polizze costose anche i radiologi. «Per loro i prezzi possono variare dai 3 ai 5 mila euro l'anno. Per questi specialisti - aggiunge l'esperto - il rischio è legato soprattutto alla mancata diagnosi». Secondo i dati pubblicati sul sito dell'Ania, tra il 1994 e il 2007, il numero dei sinistri denunciati alle compagnie di assicurazione per le due coperture assicurative (responsabilità civile delle strutture sanitarie e responsabilità civile dei medici professionisti) si è più che triplicato, passando da circa 9.500 a quasi 30 mila. In particolare, se le denunce relative alle strutture sanitarie sono rimaste pressoché invariate negli ultimi quattro anni, quelle riguardanti i singoli medici hanno mostrato una costante crescita in quasi tutto il periodo di osservazione e particolarmente nell'ultimo anno a disposizione: 13.415 (+12,2% nel 2007). A pagare il dazio di questa situazione sono anche i cittadini. «Per evitare di incorrere in denunce o contenziosi infondati - spiega Maggiorotti - i medici oggi tendono a cautelarsi prescrivendo ricoveri, esami e farmaci in eccesso (i cui costi ricadono sulla collettività) o peggio tendono a evitare di trattare casi a rischio di insuccesso. Ne consegue - conclude - che il danno costituito dalle denunce infondate dirette ai medici finisce per ricadere anche sui cittadini».


Giovedì 18 Marzo
2010 News

Dentisti in tempo di crisi, sabato convegno a Cernobbio

Come cambia la figura del dentista in tempo di crisi economica. E' questo il tema del terzo workshop di economia in odontoiatria promosso dall'Andi (Associazione nazionale dentisti italiani), in programma sabato a Cernobbio (Como). I lavori, introdotti dal presidente nazionale Roberto Callioni e dal presidente di Como-Lecco Paride Zappavigna, saranno aperti dal direttore del Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell'assistenza sanitaria e sociale dell'università Bocconi), Francesco Longo, che affronterà il tema: 'Concentrazione dell'offerta e della domanda in odontoiatria: quale trend e con quale velocità'."Lo scenario che si presenta in questo 2010 - affermano in una nota Callioni e il segretario sindacale Gianfranco Prada - è caratterizzato da una serie di importanti elementi innovativi in campo professionale: la profonda crisi economica e sociale, le nuove modalità di esercizio professionale, l'avvento dei fondi sanitari integrativi sono elementi che determinano turbamento tra i professionisti, legati al modello tradizionale dello studio singolo o associato, che tanto ha offerto in termini di qualità delle cure, di soddisfazione professionale, di fondamentali rapporti umani, di gratificazione economica". Per Callioni e Prada, "è solo con lo sforzo congiunto tra Istituzioni, professionisti e loro associazioni che si potrà concretizzare un qualche sviluppo equilibrato, orientato all'allargamento della domanda e alla soddisfazione di bisogni sinora rimasti esclusi. Inoltre - aggiungono - è sulle fasce deboli e sulle prestazioni essenziali che occorrerà concentrare le risorse attraverso iniziative comuni tra liberi professionisti, utenti e terzi paganti (fondi, casse, assicurazioni, eccetera). L'odontoiatria libero-professionale si è dimostrata capace di adattarsi al ciclo economico: si contrae quando le risorse si fanno carenti e si espande quando le medesime crescono. L'essere una libera professione - concludono Callioni e Prada - e operare in un contesto che, pur non essendo tale, somiglia al mercato, finisce col rappresentare un punto di forza".
 

Lunedì 15 Marzo 2010 News

Trapianti: 112 nel 2009 da staminali cordonali

Sono stati 112 i trapianti realizzati lo scorso anno in Italia con cellule staminali prelevate da sangue di cordone ombelicale (da non consanguinei) provenienti da biobanche italiane o estere. A fornire il dato è il direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), Alessandro Nanni Costa, ieri durante la presentazione della campagna promossa dalla Federazione nazionale Associazioni donatori cellule staminali (Adoces) per la corretta informazione sulla donazione solidale di sangue da cordone. In generale, ha spiegato Nanni Costa, nel 2009 i trapianti con cellule staminali emopoietiche da persone non consanguinee sono stati 653, di cui 194 da cellule di midollo osseo, 347 da sangue periferico e 112 da cordone. Sempre nel 2009 le 18 biobanche italiane pubbliche hanno, invece, consegnato 116 unità di cellule per questi trapianti, di cui 88 sono state inviate all'estero: 61 in Europa, 18 negli Stati Uniti, 4 in Canada, 2 in Egitto, 1 in Brasile e 1 in nuova Zelanda.

 

Venerdì 5 Marzo 2010 News
Dal medico di famiglia 1 su 3 con dolore cronico


Negli ambulatori dei medici di famiglia quasi 1 paziente su tre soffre di dolore cronico. Il 27% degli assistiti soffre infatti di una malattia importante associata a dolore cronico: artrosi (20,45%), artrite reumatoide (0,85%) o tumori (6,07%). E' quanto emerge dall'indagine 'Il comportamento prescrittivo dei medici di medicina generale', promossa dalla Società italiana di medicina generale (Simg) con il supporto del Centro studi Mundipharma. Lo studio ha coinvolto 500 medici italiani, per un totale di 789.284 pazienti. «Il medico di famiglia - sottolinea in una nota Claudio Cricelli, presidente Simg - è dunque il primo interlocutore per la cura del dolore, uno dei fattori più importanti che condizionano la qualità di vita delle persone». Lo studio ha quindi analizzato le diverse scelte del medico per il trattamento del dolore. Secondo l'indagine, il 36,9% delle prescrizioni riguardano i Fans (farmaci anti-infiammatori non steroidei), il 9,5% analgesici oppiacei e il 3,9% il paracetamolo. «Dai risultati dello studio - si legge in una nota del Centro studi Mundipharma - emerge ancora una volta che la percentuale di prescrizioni degli oppioidi nel trattamento del dolore è molto contenuta in Italia: fatto che pone il nostro Paese in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Questo aspetto emerge anche dai nostri dati secondo i quali a settembre 2009 l'Italia si classificava ultima in Europa per spesa pro capite destinata agli oppioidi, con un valore pari a 0,83 euro, contro una media europea di 3,87 euro (valore massimo della Germania: 8,42 euro)». «Oggi - spiega Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e le cure palliative - grazie a un'ordinanza ministeriale del 20 giugno 2009 è stato abolito il ricettario speciale per la prescrizione dei farmaci oppioidi che ne limitava di fatto l'utilizzo. Questo provvedimento mira a rendere più accessibili ai tanti malati con dolore cronico le cure più idonee, attraverso l'impiego di terapie a base di morfina, ossicodone, fentanyl o buprenorfina, farmaci fino a poco tempo fa poco accessibili. Oggi il medico ha dunque a disposizione più possibilità di cura, che dovrebbe sfruttare al meglio per garantire la migliore assistenza al proprio paziente».

«Le nuove norme - aggiunge Cricelli - favoriscono e facilitano la prescrizione dei farmaci oppioidi e permettono oggi di superare le antiche barriere burocratiche e ideologiche che ne impedivano la diffusione. Eppure, al fine di sfruttare queste nuove opportunità terapeutiche, è anzitutto necessario che il medico di medicina generale abbia la possibilità di seguire un adeguato percorso formativo sull'utilizzo di questi farmaci e le loro potenzialità». Sempre secondo i dati del Centro studi Mundipharma, qualche segnale di 'inversione di marcia' si riscontra se si analizza la percentuale di variazione dei consumi tra settembre 2009 e lo stesso periodo dell'anno precedente: «con +16,4%, infatti, l'Italia è il Paese che ha registrato il maggior incremento in Europa, facendo ben sperare per un adeguamento agli standard europei». L'impiego di analgesici oppiacei è maggiore nelle regioni del Centro (11,10%) e del Nord (10,49%), rispetto al Sud d'Italia (7,7%): la regione più virtuosa risulta essere la Toscana (17,2%), mentre il Lazio, con l'8,6%, registra la prevalenza d'uso più bassa.
 

Giovedì 4 Marzo 2010 News
Madri in rivolta contro business staminali cordonali

Una madre ha lanciato una dolorosa denuncia: esistono banche di sangue cordonale che potrebbero essere utili a molti bambini malati ma l'ombra di un business o peggio, di una truffa, potrebbe bloccare la loro speranza di guarigione. Luca, bolognese, 6 anni il prossimo agosto, dall'autunno del 2008 lotta contro il cancro. Soffre di leucemia ma continua a sorridere nonostante la chemio, la nausea, i capelli che cadono, gli occhi rimasti senza ciglia. Per i bimbi come lui un trapianto di staminali da cordone, stoccate in biobanche grazie alla generosità di genitori che al momento del parto accettano la donazione solidaristica di queste cellule, può fare la differenza tra la vita e la morte. «Ma le difficoltà sono tante», denuncia la madre Barbara Bettucchi, 39 anni, maestra elementare. «In Italia la rete di raccolta ha troppi 'buchi' e la disinformazione dilaga», veicolata da mamme vip che «nelle interviste raccontano di come conserveranno all'estero il cordone del loro bimbo», per poterlo usare nel caso in cui il figlio si dovesse ammalare un giorno, e «di come questo gesto sia assolutamente da imitare se si è dei genitori responsabili». Barbara non ci sta e affida all'AdnKronos Salute la sua disperazione, quella del marito Fabrizio e di tutte le madri che combattono contro il tumore dei figli. Giovani vite che rischiano di spezzarsi nelle corsie di un ospedale. «Queste signore, spesso ricche, madri di bambini che probabilmente e per fortuna non si ammaleranno mai, non hanno la più pallida idea di quello di cui parlano. Perché anche nella sfortunatissima ipotesi che ai loro bimbi accada ciò che è accaduto a Luca - avverte Barbara - di quel cordone», negato a persone già malate che potrebbero beneficiarne subito, «non se ne farebbero proprio niente». E mentre è ancora calda la denuncia lanciata negli Usa da Irving Weissman, esperto di medicina rigenerativa all'università di Stanford in California, convinto che dietro il business della raccolta di cellule cordonali per uso autologo si nasconda «una grande truffa», un business che può costare alle famiglie «fino a 150 mila dollari», contro i 'signori delle staminali' le mamme italiane si alleano su Facebook. «Sulla mia pagina ho pubblicato una lettera - dice la madre coraggio - In Rete ho raccolto tante storie come la nostra», ma anche vicende «altrettanto drammatiche» di persone che si sono ammalate in età adulta. «Altri genitori li ho conosciuti in reparto, al Centro di oncoematologia pediatrica 'Lalla Seragnoli' del Policlinico Sant'Orsola-Malpighi di Bologna, dove Luca è in cura. Cerchiamo di fare informazione per un futuro migliore, perché la nostra sofferenza possa servire a qualcuno».
 

Martedì 16 Febbraio 2010 News
Tumori: un super-raggio per «bruciarli» con i protoni
Tumori: un super-raggio per «bruciarli» con i protoni
Apre il centro di adroterapia di Pavia. È il quarto al mondo. Servirà nei casi non operabili. È un super-raggio invisibile che arriva fin dentro il Dna delle cellule del tumore e lo distrugge. A produrlo è un complicato sistema di macchine acceleratrici e di linee di trasporto che portano, direttamente sul paziente in sala operatoria, fasci di particelle subatomiche, capaci di aggredire anche quel 5 per cento di tumori non operabili o resistenti alle normali radioterapie. La nuova terapia è adesso disponibile anche in Italia, a Pavia, dove è stato inaugurato ieri, alla presenza dei ministri Ferruccio Fazio, Giulio Tremonti e Umberto Bossi, il primo Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (gli adroni sono appunto le particelle utilizzate, protoni e ioni di carbonio), il quarto al mondo, dopo quelli di Chiba e Hyogo, in Giappone, e di Heidelberg, in Germania.
SINCROTRONE - A produrre e ad accelerare gli adroni è un sincrotrone realizzato dall’Istituto italiano di fisica nucleare. «Si tratta di un acceleratore di particelle — spiega Sandro Rossi, direttore tecnico della Fondazione Cnao — con due sorgenti che generano ioni carbonio e protoni. Questi ioni girano nel sincrotrone a una velocità iniziale di circa 30 mila chilometri al secondo e vengono, poi, accelerati fino all’energia desiderata, scelta dal medico in base alla profondità del tumore». Il fascio viene poi avviato alla sala di trattamento (ce ne sono tre, mentre una quarta servirà per la ricerca): in quella centrale si trova «sospeso» un magnete di 150 tonnellate che serve a curvare di 90 gradi il fascio di particelle e a dirigerlo, dall’alto, sul paziente. Possono bastare 2-3 minuti per l’irradiamento e, in media, una decina di sedute per completare il ciclo di terapia. «Questo trattamento, però — ricorda Roberto Orecchia, direttore scientifico della Fondazione Cnao — non sostituisce la radioterapia convenzionale, ma è un’arma in più». Alcune delle forme «difficili» che si potranno trattare con la adroterapia sono i sarcomi, i tumori del sistema nervoso centrale, quelli della testa e del collo, i melanomi dell’occhio, ma anche tumori cosiddetti non a piccole cellule del polmone o le neoplasie primitive del fegato. A oggi, in tutto il mondo, 50 mila pazienti sono stati trattati con protoni e oltre 6 mila con ioni carbonio con ottimi risultati. Una particolarità di questa terapia è, infatti, la capacità di penetrare in profondità, ma salvaguardando i tessuti sani. Il centro pavese avvia ora la sua fase di sperimentazione, che si concluderà nell’ottobre del 2011, e da allora comincerà la vera e propria attività di cura routinaria. Lavorerà a pieno regime nel 2013, quando sarà in grado di curare circa 3000 pazienti in un anno.

 

Martedì 9 Febbraio 2010 News

 

Venerdì 5 Febbraio 2010 News
Vaccinazione? No, grazie

Da un’estesa ricerca Key-Stone per la prima volta in Italia indagati atteggiamento e comportamenti delle famiglie e le ragioni della rinuncia alla vaccinazione. Nonostante il 17% dichiari che l’Influenza suina abbia contagiato almeno un componente della propria famiglia e abbia coinvolto oltre il 50% delle scuole frequentate dai figli, il 97% è contrario alla vaccinazione. Ma sono cambiate le abitudini igieniche nel 60% dei casi. Conclusa un’ampia ricerca Key-Stone svolta su un campione rappresentativo di 600 famiglie italiane.Dalla ricerca, pubblicata su Il Sole 24 Ore Sanità del 12-18 gennaio 2010 emergono alcune evidenze, riportate anche dall’agenzia ANSA, che mostrano come gli Italiani hanno reagito con maturità e consapevolezza, senza atteggiamenti irrazionali.
No al vaccino per il 97%. Anche se scopo preventivo sono cambiate le abitudini igieniche, resta forte l’opposizione alla vaccinazione; solo nel 5% delle famiglie almeno un componente si è sottoposto al vaccino e l’intenzione a effettuarlo in futuro è quasi irrilevante (2%). A pesare sulla decisione di non vaccinarsi soprattutto la sfiducia nei confronti dei vaccini in generale (25%) o di questo in particolare di cui non si è certi di sperimentazione e sicurezza (24%) e parere contrario del medico (21%), nonostante le indicazioni ricevute dal Ministero della Sanità.
Nell’informazione spicca il ruolo del medico per il 29%. La TV come sempre è canale fondamentale d’informazione, ma spicca il ruolo del medico che per dei casi. Al 29% anche giornali e riviste e Internet al 17%.
Niente panico per l’80%. Le reazioni alle notizie sono state principalmente di calma e fiducia, e solo il 20% ha manifestato preoccupazione o paura. La tranquillità si riscontra maggiormente tra chi ha chiesto informazioni al proprio medico.
Informati e consapevoli nell’85% dei casi. Ma le informazioni contrastati ricevute dai diversi mezzi hanno portato all’idea, ampiamente condivisa, di un allarmismo eccessivo per il 71% degli intervistati probabilmente creato per “interessi” di vario genere per il 98% di questi.
Per il 60% più igiene. La diffusione del virus ha inciso sui comportamenti preventivi di tipo igienico sanitari per il 59% delle famiglie, di cui l’80% ha aumentato l’acquisto di disinfettanti per le mani. Invece le abitudini sociali sono cambiate solo per il 12%, evitando luoghi affollati, mezzi pubblici, ecc.
Reazioni a sintomi influenzali senza paura per il 96%. Nel 69% delle famiglie si sono presentati sintomi di malattie influenzali (non solo da H1N1), ma ben il 43% ha pensato si trattasse di una normale influenza lasciandola al suo decorso e solo il 4% ha provato realmente timore recandosi, in rarissimi casi (1%), al pronto soccorso.
Almeno un caso di infezione da H1N1 nel 17% delle famiglie. La malattia ha riguardato nel 79% dei casi i bambini. E sempre riguardo i più giovani, nonostante sia stata riscontrata la presenza del virus nel 52% delle scuole frequentate dai figli degli intervistati, solo il 4% ha avuto paura del contagio e tenuto a casa i bambini.

In conclusione, gli Italiani hanno dimostrato un atteggiamento maturo e consapevole, anche le famiglie con figli minori, che presentano maggiori rischi di contagio. Comportamenti di tranquillità ma tutt’altro che superficiali, che nella maggioranza dei casi hanno visto l’adozione di adeguate precauzioni senza farsi prendere dal panico. Il tutto agevolato dagli effetti obbiettivamente “benevoli” nella stragrande maggioranza dei casi, di una pandemia certamente sopravvalutata dagli enti preposti a livello internazionale, OMS in primis.

L’articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore Sanità con la ricerca integrale su:
http://www.key-stone.it/press_adv_pdf/Sole_24_ore_2010_01.pdf

 

Lunedì 1 Febbraio 2010 News
3 grammi al giorno di sale  in meno per far crollare ictus e infarti


Negli Usa si avrebbero a 99 mila infarti in meno, 66 mila ictus in meno, 92 mila morti in meno ogni anno

Se si riuscisse a convincere le persone a ridurre l’assunzione giornaliera di sale di appena tre grammi, si potrebbe evitare un gran numero di ictus, infarti del miocardio e decessi correlati agli eventi cardiovascolari, ottenendo anche un enorme risparmio nei conti della sanità. Lo afferma uno studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine ad opera di Kirsten Bibbins-Domingo dell’University of California di San Francisco e dei suoi collaboratori. Lo studio ha anche effettuato un calcolo di quanti sarebbero gli eventi sfavorevoli che la riduzione di sale potrebbe evitare in un paese come gli Stati Uniti: fino a 99 mila infarti in meno, 66 mila ictus in meno, 92 mila morti in meno. Basterebbe comunque anche la riduzione di un solo grammo di sale al giorno per garantire una drastica riduzione di tali eventi sfavorevoli, con un miglioramento significativo della salute pubblica.

CHI NE GODREBBE DI PIÙ - Lo studio americano indica poi quali sono le fasce di popolazione che potrebbero giovarsi maggiormente di tale riduzione del sale nei cibi. Ad esempio, tra le donne ci sarebbe circa il 15 per cento in meno di ictus; tra le persone di età compresa fra i 35 e i 64 anni la mortalità si ridurrebbe del sei per cento. È anche interessante notare che la riduzione di tre grammi del sale assunto giornalmente avrebbe lo stesso beneficio sulla mortalità della popolazione del trattamento farmacologico dell’ipertensione di tutti i soggetti affetti da questa condizione. Un cambiamento nello stile di vita che avrebbe dunque lo stesso effetto di una vera e propria cura medica.

COME RIUSCIRCI - Purtroppo, però, riuscire a raggiungere questo obiettivo non è facile quanto potrebbe sembrare, dal momento che i cambiamenti degli stili di vita di una popolazione sono abbastanza complessi da raggiungere. Sarebbero necessarie azioni multiple e contemporanee: a livello del singolo individuo, ma anche azioni di sensibilizzazione sociale, oltre che nuove norme, ad esempio per i produttori di cibi confezionati. Si sa infatti che ben oltre la metà del sale ingerito da ciascuna persona proviene da cibi preparati dall’industria e solo una piccola parte viene invece aggiunta durante la lavorazione casalinga. E comunque le papille gustative dell’intero mondo occidentale sembrano essersi talmente abituate al sapore del sale, che i consumi individuali possono arrivare a superare anche i 10 grammi al giorno, quando la dose raccomandata sarebbe di poco oltre i cinque grammi, che diventano addirittura circa tre e mezzo per chi soffre di ipertensione o per chi ha comunque superato i 40 anni.

ABITUDINE - Ma una speranza forse c’è, come ha dimostrato un programma di riduzione del dieci per cento del sale presente nei cibi confezionati, realizzato in Gran Bretagna in un periodo di quattro anni. E non c’è stata la temuta riduzione del consumo di questi cibi: sembra che alla fine le persone abbiano finito per abituarsi al sapore leggermente più insipido, fino a considerarlo normale.

Lunedì 25 Gennaio 2010 News
Pronto regolamento Ecm, può partire nuovo sistema


Il nuovo sistema per l'educazione medica continua può partire. E' stato infatti approvato dalla Commissione nazionale Ecm il regolamento applicativo della nuova fase dell'aggiornamento obbligatorio degli operatori sanitari, come previsto dall'accordo approvato a novembre scorso dalla Conferenza Stato-Regioni. Si tratta di un 'manuale' per i provider che, dopo, diverse limature e aggiustamenti per la complessità della materia, permetterà ora di ripartire sulle nuove linee previste. In arrivo, inoltre anche un altro documento, preparato dalla Commissione Ecm, che indica le sanzioni per le violazioni, a seconda che siano lievi, gravi o molto gravi, e che è già alla firma del ministro della Salute Ferruccio Fazio. La nuova Ecm, insomma, è pronta a entrare a regime. E nei prossimi mesi sono previsti - a quanto apprende l'Adnkronos Salute - anche gli incontri con le parti sociali per la definizione di eventuali incentivi ai diversi operatori della sanità. Il nuovo sistema, ricordiamo, introduce alcuni elementi fortemente innovativi a partire dall'accreditamento dei provider e non più degli eventi come invece è stato nella lunga fase sperimentale, partita nel 2002. Si inserisce e si regolamenta, inoltre, la formazione a distanza e si dà forza a quella 'sul campo' mentre un nuovo organismo, il Comitato di garanzia, servirà ad assicurare l'indipendenza dell'Ecm dal sistema di sponsorizzazione. Sono previsti, poi, obiettivi di formazione nazionali e regionali. Su tutto questo interviene il regolamento appena approvato, che offre dettagliatissime indicazioni su "come, chi e dove" della formazione continua e 'guida' i provider in tutte le procedure. Ma non sarà però un testo 'intoccabile'. E' previsto infatti l'aggiornamento periodico, in base alle esperienze legate alla sua applicazione. Oltre a definire i principi e i ruoli, il manuale precisa nel dettaglio le modalità di accreditamento del provider, la tipologia di ente (aziende sanitarie, università, società scientifiche, Ordini professionali, eccetera), i requisiti minimi del provider, gli obiettivi formativi, il numero di crediti, le regole per gli sponsor e la pubblicità e contro i conflitti d'interesse. La Commissione nazionale ha prodotto anche due documenti specifici: uno per la formazione sul campo, l'altro sui criteri per l'assegnazione dei crediti.

 

Venerdì 22 Gennaio 2010 News
Condanna MMG per irragionevolezza prescrittiva


La Corte dei Conti Lombardia, attraverso una disamina analitica (rappresentata nel testo della sentenza) di singole prescrizioni effettuate su determinati pazienti, ha condannato un medico di base al pagamento di euro 2.840,10 per irragionevole prescrizione di medicinali posti a carico del Servizio Sanitario Nazionale. La prescrizione di un farmaco è appropriata se la sua efficacia è provata nella specifica indicazione e riconosciuta in scheda tecnica e se i suoi effetti sfavorevoli sono "accettabili" rispetto ai benefici. Queste caratteristiche, che descrivono l'appropriatezza clinica e professionale, devono essere integrate dall'aspetto sanitario e gestionale, che considera anche l'efficacia dell'intervento nelle popolazioni e il "consumo" di risorse che esso comporta. Pertanto, affinché la prescrizione di un farmaco sia appropriata, è necessario che: i benefici attesi o probabili sulla base delle prove di efficacia siano superiori ai possibili effetti negativi e ai disagi derivabili dal suo impiego (rapporto beneficio/rischio favorevole);  il costo o l'impiego certo di risorse che ne deriva sia pari o inferiore a quello di altri interventi di pari efficacia o in relazione ai benefici che altre decisioni permetterebbero di conseguire combinando diversamente lo stesso ammontare di risorse; siano rispettate le preferenze e le aspettative  del paziente. Il medico sceglie il farmaco più appropriato tenendo conto dei risultati degli studi clinici e dopo aver valutato se le loro conclusioni sono valide e applicabili alla realtà clinica del singolo paziente, che va correttamente diagnosticata. Nel trarre questa deduzione, il medico deve integrare i dati della doverosa conoscenza degli approdi della letteratura scientifica con le peculiari caratteristiche dei singoli pazienti, quali l'anamnesi farmacologia, le interazioni farmacologiche, la comorbilità e le politerapie, e deve interagire con la loro idea di vita, con lo stile di vita, i valori, la spiritualità e la storia individuale. Il Sistema Sanitario Nazionale [SSN]  rimborsa i trattamenti sulla base della dimostrata efficacia in studi clinici e di criteri economici. In altre parole, il SSN sceglie i farmaci che dimostrano un vantaggio su popolazioni selezionate a costi accettabili. Il medico di medicina generale è pertanto chiamato a valutare a norma e a decidere se la soluzione più appropriata per la sanità pubblica è applicabile alla realtà clinica del singolo malato. Se il paziente soddisfa queste caratteristiche, il trattamento è prescrivibile e rimborsabile, e ciò è ritenuto giusto e corretto. (Avv. Ennio Grassini - www.dirittosanitario.net)

Lunedì 11 Gennaio 2010 News
Lo studio, se cuore non tiene il ritmo la causa è nel Dna

Se il cuore non tiene il ritmo giusto, la colpa è nel Dna. O meglio: alcune varianti genetiche sono responsabili dell'aumento dell'intervallo Pr, il parametro che, durante l'elettrocardiogramma, misura la velocità della conduzione elettrica nel nodo atrio-ventricolare, fondamentale per la diagnosi precoce di aritmie importanti. Come la fibrillazione atriale che colpisce il 10% degli over 70 e minaccia anche gli over 40. E' quanto emerso da uno studio condotto dal consorzio internazionale 'Charge' che coinvolge 65 ricercatori di 48 centri di ricerca europei e americani e più di 28.000 volontari. Dal 2005 questo progetto conduce lo studio di associazione dell'intero genoma, Gwas (Genome wide association study). All'interno di Charge è presente anche il progetto ProgeNIA dell'Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Inn-Cnr), con l'analisi dell'intero genoma di circa 4.000 volontari sardi dell'Ogliastra. Con la ricerca sul ritmo cardiaco, spiega Serena Sanna dell'Inn-Cnr, responsabile della parte statistica del progetto, "sono state identificate alcune varianti del Dna comuni in nove geni che predispongono coloro che ne sono portatori a cambiamenti della conduzione atriale, con aumento dell'intervallo del Pr di circa 19 millisecondi". I primi sei, continua la ricercatrice, "hanno funzioni importanti nello sviluppo dell'apparato cardiaco nell'uomo e pertanto persone portatrici di queste mutazioni possono avere malformazioni del setto atriale o della giunzione atrioventricolare"."I ricercatori - dichiara Manuela Uda dell'Inn-Cnr, coordinatore del progetto - hanno quindi testato il ruolo dei geni individuati tramite i Gwas in circa 5.700 pazienti affetti e 4.000 individui sani. Cinque delle nove varianti comuni studiate mostrano in effetti un lieve aumento del rischio di manifestare fibrillazione atriale. Questi risultati migliorano le conoscenze scientifiche sulla fisiologia e patofisiologia delle condizioni cardiache, e suggeriscono dettagli importanti per lo sviluppo di nuove terapie farmacologiche e per la prevenzione". Studi successivi analizzeranno il meccanismo biologico con cui questi geni agiscono nel prolungare l'intervallo Pr, dal momento che le conseguenze cliniche di un valore anomalo in questo parametro non sono trascurabili. "Il 10% di italiani ultra 70enni - conclude Sanna - è colpito da fibrillazione atriale e sono sempre più gli under 40 ad esserne minacciati, con notevoli ricadute in termini di costi sanitari".

 

Lunedì 11 Gennaio 2010 News
Artrite reumatoide: «conflitto di interessi» tra farmaci e vaccino


Chi soffre della malattia autoimmune è in cura da pochi mesi con un farmaco biologico risponde meno bene alla profilassi influenzale che rimarebbe però da consigliareIl vaccino antinfluenzale funziona solo parzialmente nei pazienti affetti da artrite reumatoide che lo assumono dopo 6-10 mesi dall’inizio del trattamento con il farmaco biologico rituximab, mentre non funziona affatto se somministrato nei primi mesi di terapia con questo farmaco. La segnalazione viene da uno studio pubblicato di recente sulla rivista
Arthritis & Rheumatism.
RISPOSTA ALLA VACCINAZIONE – Nello studio, condotto da ricercatori dell’Università di Groningen nei Paesi Bassi sono stati considerati tre gruppi di pazienti: 23 soggetti con artrite reumatoide in terapia con il rituximab, 20 pazienti in cura con il metotressato e 29 individui sani. I pazienti del primo gruppo sono stati a loro volta suddivisi in due sottogruppi: a 11 è stato somministrato il vaccino antinfluenzale 4-8 settimane dopo l’inizio della cura con il rituximab e i rimanenti sono stati vaccinati 6-10 mesi dopo l’inizio della cura con il biologico. La vaccinazione di tutti i partecipanti dello studio è stata eseguita tra l’ottobre del 2007 e il gennaio del 2008. I ricercatori hanno quindi valutato le reazioni delle diverse tipologie di pazienti: la risposta anticorparle è risultata evidente per tutti i ceppi influenzali testati sia nei pazienti in cura con metotressato sia in quelli sani, mentre nei pazienti in terapia con rituximab è stata osservata solo una risposta parziale, più bassa nel sottogruppo di soggetti in terapia con questo farmaco da meno tempo. Dallo studio è inoltre emersa una migliore risposta alla vaccinazione nei pazienti in terapia con rituximab che si erano vaccinati negli anni precedenti. I ricercatori hanno valutato anche la sicurezza della vaccinazione e su questo fronte hanno avuto un riscontro positivo in tutti i partecipanti. Infine la vaccinazione non ha influenzato negativamente l’attività di questa malattia autoimmune.

POSSIBILI SPIEGAZIONI - «L’efficacia del rituximab nell’artrite reumatoide si basa sul suo effetto selettivo sui linfociti B, le cellule immunitarie che producono gli anticorpi – spiega Maurizio Cutolo, direttore dell’Unità operativa di reumatologia, Dipartimento di medicina interna, Università di Genova -. In pratica questo farmaco bloccando i linfociti B mira alla radice della malattia: l' artrite reumatoide infatti è causata dall'erronea produzione di anticorpi contro i tessuti delle articolazioni. Il risvolto della medaglia è che questa azione, particolarmente marcata nei primi mesi di terapia, in caso di vaccinazione antinfluenzale riduce la produzione di anticorpi anche contro i virus influenzali compromettendo in parte l’efficacia di questa pratica. In altre parole si crea un conflitto di interessi: da una parte si immunosopprime per evitare la formazione di autoanticorpi e così controllare l’artrite reumatoide, dall’altra si vuole stimolare la produzione di anticorpi contro i virus influenzali». Anche se la vaccinazione funziona meno bene in chi è in cura con il rituximab, l’effetto protettivo c'è lo stesso: il vaccino rimane infatti in grado di difendere, almeno in parte, i malati dall'influenza stagionale.

CONSIGLI – Sebbene la terapia con rituximab possa diminuire l’efficacia della vaccinazione antinfluenzale, questa rimane tuttavia da consigliare, sostengono gli autori dello studio, perché chi soffre di artrite reumatoide, come del resto le persone affette da altre malattie croniche (per esempio, quelle cardiovascolari e l’asma), è più a rischio di complicazioni in caso di influenza. «Qualsiasi tipo di prevenzione di malattie batteriche e virali – aggiunge Cutolo - è da consigliare in chi soffre di artrite reumatoide in quanto l’effetto delle diverse misure, da quelle igieniche alle vaccinazioni, riduce anche la possibilità di un peggioramento dell’artrite stessa».