 |
|
Archivio News Scientifiche 2005-1
|
Fibrinogemia: un'analisi dal JAMA
È noto ormai da tempo che tra i fattori di rischio cardiovascolari riconosciuti è possibile annoverare anche gli elevati livelli di fibrinogeno plasmatico, precursore della fibrina, implicato nei processi di coagulazione del sangue. Un aumento della fibrinogenemia sarebbe indicativo di una condizione di più elevato livello trombofilico per maggiore viscosità ematica e aggregabilità piastrinica. Già nel 1998 una metanalisi pubblicata su JAMA aveva dimostrato una correlazione tra l'incremento dei livelli di fibrinogeno plasmatico e l'incidenza di cardiopatia ischemica con un rischio relativo calcolato in 1,8 (95% intervallo di confidenza, CI, 1,6-2,0) per 1 g/L di aumento di fibrinogenemia(1).
Un nuovo interesse
I risultati della metanalisi
Un nuovo interesse
In seguito, l'interesse per questo fattore di rischio di rilevazione laboratoristica è passato un in secondo piano, forse per la maggiore attenzione rivolta ad altri fattori emergenti come l'omocisteinemia, forse anche per l'assenza di terapie idonee e valide in grado di modificarlo in maniera significativa. Tuttavia, gran parte delle misure rivolte ad una modificazione dello stile di vita, come cessazione del fumo, attività fisica regolare, moderato consumo di alcool, riduzione del peso corporeo sono in grado di ridurre anche i valori di fibrinogenemia. Anche per questo il JAMA torna sull'argomento stata pubblicando un'interessante ed ampia metanalisi al riguardo di un gruppo di esperti della Fibrinogen Studies Collaboration. Sono stati presi in considerazione 31 studi prospettici con un totale di partecipanti di 154.211 individui esenti da precedenti malattie cardiovascolari e cerebrovascolari con un follow-up medio di 1,38 milioni di persone-anno, di popolazioni residenti in Stati Uniti, Europa, Giappone. Sono stati riscontrati nel gruppo in esame 6944 infarti miocardici non fatali ed ictus e 13.210 morti totali.
I risultati della metanalisi
I dati raccolti hanno dimostrato una associazione relativamente forte fra i livelli plasmatici di fibrinogeno ed il rischio di insorgenza di cardiopatia ischemica ed ictus in soggetti senza precedenti anamnestici per tali patologie. Per quanto riguarda la mortalità, i risultati sono stati ancor più interessanti poiché è stata registrata una correlazione significativa non soltanto con la mortalità per cause cardio- e cerebro-vascolari ma con la mortalità non derivata da cause vascolari. Tale elemento ha portato a ritenere che una iperfibrinogenemia possa essere considerata non solo un fattore di rischio vascolare ma anche un indice generico di un peggiore stato di salute in generale (indice aspecifico di flogosi, di patologia neoplastica, di immunopatia?). Si tratta per il momento di un'ipotesi, che potrebbe essere approfondita con nuovi studi. Un limite possibile di tutta questa revisione di letteratura è che non è stato possibile definire una soglia precisa oltre la quale considerare realmente a rischio i livelli di fibrinogeno, il range di cosiddetta normalità di tale dato non era ben definito e risultava in relazione all'età degli individui esaminati (i dati finali sono stati comunque corretti per sesso ed età, ed altri fattori di rischio). La popolazione in esame era stata infatti suddivisa in cinque diversi gruppi a seconda dei livelli basali di fibrinogeno plasmatico. L'indice di rischio incrementale era calcolato statisticamente in relazione ad aumenti di 1 g/l di fibrinogenemia. Un altro elemento importante è che si evidenziava una forte associazione positiva sempre fra i livelli di fibrinogeno plasmatico e numerosi fattori di rischio noti come fumo, livelli ematici di colesterolo LDL e trigliceridi, indice di massa corporea, diabete, indici infiammatori (come numero di leucociti e proteina C-reattiva) e come già citato l'età. Sarebbe invece presente una correlazione inversa tra fibrinogenemia e consumo di alcool, colesterolemia HDL e albuminemia e sono stati riportati valori mediamente più elevati nei soggetti di sesso maschile. In conclusione lo studio ha fornito la più ampia dimostrazione fino ad oggi presente, come osservazione epidemiologica, di una forte correlazione fra i livelli plasmatici di fibrinogeno e la prognosi in termini di morbilità vascolare e mortalità per tutte le cause.
A cura di Cesare Albanese
Fonti
- Danesh J, Collins R, Appleby P, Peto R.
Association of fibrinogen, C-reactive protein, albumin, or leukocyte count with coronary heart disease: meta-analyses of prospective studies.
JAMA 1998;279:1477-1482.
- Danesh J, Lewington S, Thompson SG,et al.
Plasma Fibrinogen Level and the Risk of Major Cardiovascular Diseases and Nonvascular Mortality An Individual Participant Meta-analysis
Fibrinogen Studies Collaboration*.
JAMA 2005;294:1799-1809
Il fattore VIIa ricombinante può essere utile per l’emorragia intracerebrale
Flaherty et al., Stroke, Dec. 2005;36:2660-2664.
“Storicamente c’è sempre stato un senso di scetticismo o di inutilità nei confronti della cura dello stroke, in particolare per l’emorragia intracerebrale”.
Il Dr. Flaherty e colleghi hanno valutato la potenziale applicabilità del fattore VIIa ricombinante applicando i criteri di inclusione ed esclusione di un recente trial in fase IIb ad un gruppo più largo di pazienti con emorragia cerebrale intraparenchimale.
Dei 1018 pazienti con emorragia cerebrale identificati, il 13.1% corrispondeva ai criteri dello studio e si presentava nella finestra di tempo prescritta. Un altro 4.4% sarebbe potuto essere accettato, ma il momento dell’insorgenza e i tempi della TAC non erano certi.
I più comuni criteri di esclusione applicati includevano il presentarsi tardivamente (39%), una storia di disturbo trombotico cerebrale (36%), coma profondo (22%) e valori prolungati di INR o PTT (20%).
Solo un terzo dei pazienti potenzialmente eleggibili per il fattore VIIa ricombinante si era presentato a uno dei centri di cura che aderivano allo studio. Il resto dei pazienti si era presentato ad altre sedi ospedaliere.
“Se il 17.5% delle stimate 67000 emorragie cerebrali annuali verificatisi negli Stati Uniti fosse stato trattato con fattore VIIa ricombinante e la storia naturale di questi pazienti comparata al gruppo di studio con rFVIIa, questo avrebbe significato salvare 1290 vite umane e prevenire disabilità gravi in 1876 pazienti”, scrivono i ricercatori.
“Se il rFVIIa si dimostrasse efficace per l’emorragia cerebrale, avremmo un trattamento efficace sia per lo stroke ischemico che emorragico. In entrambi i casi, il successo sarebbe altamente dipendente dalla precocità di intervento. Lo stroke dovrebbe essere trattato come un’emergenza al pari dell’infarto del miocardio o di un trauma. A questo proposito, si deve lavorare a livello di educazione sanitaria pubblica e per lo sviluppo di sistemi di emergenza sempre più efficienti. Dato il ristretto periodo di tempo in cui usare il rFVIIa, se questo trattamento dovesse funzionare, tutti i dipartimenti di emergenza che trattano pazienti con stroke dovrebbero essere pronti ad usarlo. Sfortunatamente, molti pazienti aspettano ancora troppo a lungo. Se il rFVIIa si dimostrasse efficace” conclude il Dr. Flaherty, “spero che il messaggio di una precoce valutazione e di un precoce trattamento per tutti i tipi di stroke venga accolto”.
Urologia. Cistite: ciclo antibiotico di tre giorni adeguato per la maggior parte delle donne
Il trattamento standard con un ciclo di antibiotici della durata di tre giorni per la cistite nelle donne raggiunge un livello di cura sintomatica simile a quello ottenibile con una terapia prolungata, con la quale comunque c'è un minor tasso di fallimento batteriologico. Sulla base di questi dati, comunque, la terapia di tre giorni dovrebbe essere comunque usata per le donne con cistite; nelle donne in cui l'eradicazione batteriologica è essenziale, un ciclo di sette giorni potrebbe però risultare più appropriato, come per esempio, nelle donne che hanno infezioni dolorose ricorrenti, in quelle che stanno progettando una gravidanza o in quelle a rischio di immunodepressione. La decisione dovrebbe essere presa con la paziente, bilanciando il più elevato livello di cura batteriologica con l'aumento del rischio di effetti collaterali. La maggior parte degli studi che finora hanno paragonato il trattamento antibiotico a breve ed a lungo termine sono stati di dimensioni limitate. Sono comunque necessarie ulteriori ricerche per individuare la durata ottimale del trattamento nelle donne con cistite in cui la cura batteriologica è fondamentale. (Am J Med 2005; 118: 1196-207)
Fibrillazione atriale ed insufficienza cardiaca: elevata la mortalità
I pazienti con fibrillazione atriale ed insufficienza cardiaca, ma frazione di eiezione ventricolare sinistra normale, presentano una mortalità elevata quanto quella di pazienti con le stesse malattie ma funzionalità ventricolare depressa. Nonostante la sua frequenza, il significato prognostico della fibrillazione atriale nei pazienti con insufficienza cardiaca e funzionalità ventricolare sinistra preservata non era stata finora ben definita. Il presente studio sottolinea l'importanza della coesistenza di queste due patologie: i pazienti affetti da entrambe presentano un'elevata mortalità a lungo termine, anche se la loro funzionalità ventricolare sinistra è preservata. Un uso aggressivo di terapia vasodilatatoria e beta-bloccanti in questa popolazione potrebbe portare ad un miglioramento della prognosi. (Am Heart J 2005; 150: 701-6)
Obesità aumenta il rischio di fibrillazione atriale
L'obesità è un importante fattore di rischio di fibrillazione atriale di nuova insorgenza a seguito di un intervento cardiochirurgico: sono necessari ulteriori studi che aiutino ad identificare misure in grado di ridurne il rischio. Il presente studio è il primo a dimostrare una tanto importante correlazione fra l'obesità ed il rischio postoperatorio di fibrillazione atriale: gli autori stessi sono rimasti sorpresi dall'entità dell'aumento del rischio con il livello di obesità. Gli autori suggeriscono che l'effettuazione dell'intervento in regime off-pump piuttosto che on-pump potrebbe costituire un intervento in grado di ridurre il rischio postoperatorio di fibrillazione atriale nei pazienti obesi. (Circulation online 2005, pubblicato il 15/11)
Immunologia
Lupus eritematoso sistemico: trapianto cellule staminali controlla sindrome antifosfolipidica
Il trapianto di cellule staminali autologhe risulta efficace nel trattamento della sindrome antifosfolipidica in pazienti con lupus eritematoso sistemico (LES). Tradizionalmente, l'unica terapia per questa sindrome è stata l'anticoagulazione cronica: il trapianto di cellule staminali corregge la tendenza all'aggregamento patologico che si ha nella sindrome antifosfolipidica, e permette alla maggior parte dei pazienti di sospendere l'anticoagulazione. Non è comunque ancora nota la durata dell'efficacia di questa terapia. Questa strategia è comunque innovativa, e contribuisce positivamente al dibattito sul ruolo dell'immunosoppressione nel trattamento della sindrome antifosfolipidica. (Blood 2005; 106: 2697 e 2700-9)
Tumore mammario: mammografia computerizzata migliora rilevamento
Il supporto computerizzato per la mammografia (CAD) è associato ad un aumento dei tassi di rilevamento, diminuzione dell'età alla diagnosi e dello stadio all'atto della diagnosi dei tumori mammari invasivi. Garantendo un aumento del 164 percento nel rilevamento dei tumori piccoli formanti masse di diametro massimo pari ad un centimetro in donne in media cinque anni più giovani, il CAD ha il potenziale di salvare delle vite se usata in congiunzione allo screening mammografico. Il miglioramento del rilevamento di tumori allo stadio precoce che si presentano come microcalcificazioni, come piccole masse irregolari o entrambi supporta l'ipotesi secondo cui i benefici osservati nello screening con CAD siano dovuti al miglioramento del rilevamento dei tipi specifici di tumore che gli algoritmi CAD sono stati creati per rilevare. La diminuzione dell'età della paziente alla diagnosi, inoltre, suggerisce che i benefici della procedura siano sia temporali che biologici. I tumori crescono più rapidamente nelle donne giovani, ed hanno maggiori probabilità di passare inosservati nel contesto di un tessuto mammario denso. (AJR 2005; 185: 944-50)
Batteriuria asintomatica: linee guida per diagnosi e trattamento
La batteriuria asintomatica è di riscontro frequente nella pratica e spesso evidenziata occasionalmente, durante esami di routine, in soggetti con caratteristiche eterogenee. Questa condizione è variabile per sesso, età e presenza di anomalie delle vie urinarie. La sua prevalenza, in donne sane, incrementa dal 1% dell'età scolare a >20% nelle donne anziane con età ³ 80 anni. Nelle donne giovani esiste una correlazione diretta con l'attività sessuale, confermata dalla prevalenza del 4.6% di quelle sposate in premenopausa rispetto allo 0.7% delle nubili della stessa età. Mentre la gravidanza non sembra modificare i dati di prevalenza, il diabete è una condizione predisponente (prevalenza 8-14%) e correla con la durata della malattia, le sue complicanze e il controllo metabolico.
Negli uomini giovani la batteriuria è rara e aumenta sostanzialmente dopo i 60 anni, solitamente in associazione ad una malattia ostruttiva delle vie urinarie arrivando al 6-15% della popolazione di età >75 anni. Il diabete, a differenza del sesso femminile, non modifica la prevalenza, mentre in altre condizioni croniche che inducono disabilità (cateterismo vescicale, lesioni del midollo spinale, emodialisi) è facile il riscontro di una batteriuria asintomatica, essendo le percentuali variabili dal 50% al 100%, indipendentemente dal sesso.
I nodi decisionali derivati dal riscontro di una batteriuria in un paziente asintomatico sono relativi alla sicurezza della diagnosi e all'appropriatezza del trattamento conseguente, due problemi che non trovano atteggiamenti univoci e condivisi da parte dei medici. Per offrire dei punti di riferimento supportati dall'evidenza scientifica, si propone una sintesi dei punti salienti delle linee guida pubblicate dal Clinical Infectious Disease.
- La diagnosi di batteriuria asintomatica deve essere basata su un campione di urine raccolto minimizzando le possibilità di contaminazione (A-II)
- Per le donne asintomatiche questo viene definito con 2 prelievi di urine consecutivi positivi per lo stesso batterio in concentrazione ³105 cfu/ml (B –II)
- Per gli uomini un prelievo singolo positivo per una specie batterica isolata in concentrazione ³105 cfu/ml (B – III)
- Per soggetti cateterizzati, indipendentemente dal sesso, un prelievo singolo positivo per una specie batterica isolata in concentrazione ³102 cfu/ml (A – II)
- La piuria che accompagna una batteriuria asintomatica non è un'indicazione al trattamento (A – II) …
- Le donne all'inizio della gravidanza devono essere valutate almeno una volta e trattate se l'urinocoltura è positiva (A –I)
- La durata del trattamento dovrebbe essere di 3-7 giorni ( A – I )
- Dovrebbero essere effettuati controlli periodici dell'urinocoltura dopo il trattamento ( A – III)
- Nella gravidanza avanzata, in presenza di culture negative, non ci sono raccomandazioni a favore o contro controlli periodici.
- Negli uomini che si devono sottoporre ad una resezione trasuretrale prostatica è raccomandato lo screening e il trattamento di una batteriuria asintomatica (A –I)
- La valutazione della presenza di batteriuria permette il trattamento prima della procedura chirurgica(A –III)
- La terapia antibiotica dovrebbe essere iniziata rapidamente (A – II)
- La terapia non dovrebbe continuare dopo la procedura chirurgica a meno che il soggetto non sia cateterizzato (B – II)
- La valutazione e il trattamento della batteriuria asintomatica prima di procedure urologiche che possano condizionare sanguinamento (A – III)
- Lo screening e il trattamento non sono raccomandati nei seguenti soggetti:
- Donne non gravide in premenopausa (A – I)
- Donne diabetiche (A –I)
- Anziani che vivono in comunità (A – II)
- Anziani istituzionalizzati (A – I)
- Soggetti con lesioni al midollo spinale (A - II)
- Soggetti cateterizzati finchè il catetere rimane in situ (A – I)
- Trattamento in donne asintomatiche con batteriuria acquisita da cateterismo che persiste dopo 48 ore dalla rimozione (B – I)
- Non vengono fornite raccomandazioni su screening e trattamento della batteriuria asintomatica in soggetti sottoposti a trapianto renale o altri tipi di trapianto (C – III)
Lo scopo di queste linee guida è di fornire raccomandazioni applicabili ad una popolazione adulta maggiore di 18 anni di supporto al giudizio clinico, che rimane del medico curante. Lo screening della batteriuria asintomatica è appropriato se rappresenta un pericolo per esiti avversi evitabili dalla terapia antibiotica. Questi possono essere rappresentati con differenti livelli di gravità ed evidenziarsi con una batteriemia con sepsi a breve termine, fino ad arrivare nel lungo termine alla progressione di una malattia renale cronica o dell'ipertensione e nei casi più sfavorevoli allo sviluppo di neoplasie del tratto urinario. Ogni volta che si decide di iniziare un trattamento di una batteriuria asintomatica non bisogna dimenticare i problemi correlati che includono le resistenze batteriche, gli effetti collaterali legati al farmaco e i costi. Quindi, se la terapia non porta a benefici, lo screening di una popolazione asintomatica non è indicato a meno che questo non venga smentito da nuovi dati derivati dagli studi di ricerca sul significato biologico e clinico della batteriuria.
Attività fisica, demenza e morbo di Alzheimer
 L'attività fisica nella mezza età è associata ad una riduzione del tasso di demenza e morbo di Alzheimer. Questi dati potrebbero avere delle implicazioni per l'assistenza preventiva, dato che se un soggetto adotta uno stile di vita attivo in gioventù e nella mezza età, ciò potrebbe aumentare le sue probabilità di godere di anni vitali sia dal punto di vista fisico che cognitivo nell'età anziana. Studi epidemiologici e sperimentali suggeriscono che l'esercizio fisico possa promuovere la salute cerebrale e prevenire o rallentare il declino cognitivo e lo sviluppo della demenza, ma i risultati di tali studi sono stati a volte conflittuali. L'attività fisica regolare può invece ridurre o dilazionare la comparsa della demenza e del morbo di Alzheimer, specialmente fra i soggetti geneticamente suscettibili. Vi sono molti meccanismi possibili alla base di questo processo: recenti studi hanno indicato che l'attività fisica possa influenzare diversi trascritti genici e fattori neurotrofici che sono rilevanti per il mantenimento della funzionalità cognitiva, e che l'esercizio possa promuovere la plasticità cerebrale. L'esercizio può anche alleviare il carico di amiloide del cervello, come suggerito da uno studio su un modello murino transgenico di morbo di Alzheimer. ( Lancet Neurol online 2005, pubblicato il 4/10)
Lupus eritematoso sistemico: gravidanze a termine in aumento
 I tassi di gravidanze non andate a buon fine nelle donne con lupus eritematoso sistemico (LES) è diminuito significativamente negli ultimi 40 anni. Le madri con LES dovrebbero sottoporsi a stretto controllo per almeno sei mesi prima di prendere in considerazione una gravidanza, effettuare una valutazione pre-gravidanza ed una volta incinte essere gestite sia dal reumatologo che dal ginecologo. E' appropriato adottare una visione più ottimistica di queste gravidanze, ma bisogna anche tenere conto di controindicazioni quali la presenza nell'anamnesi di trombosi arteriosa, grave insufficienza renale ed ipertensione polmonare. ( J Rheumatol 2005; 32: 1709-12 e 1641-2)
Oncologia Colangiocarcinoma: efficaci trapianto e chemioradiazioni
Un approccio combinato basato su chemioradiazioni e trapianto di fegato risulta efficace in alcuni pazienti con colangiocarcinoma ilare. La combinazione di radioterapia preoperatoria e chemiosensibilizzazione con susseguente trapianto di fegato ottiene risultati eccellenti per pazienti accuratamente selezionati con questa patologia. I risultati iniziali superano quelli riportati con la resezione convenzionale, e possono essere favorevolmente paragonati con il trapianto di fegato per altre indicazioni. In conseguenza del presente studio, il colangiocarcinoma ilare, una volta una controindicazione per il trapianto, ora è nuovamente un'indicazione per il trapianto stesso se associata ad una terapia adiuvante preoperatoria efficace. (Ann Surg 2005; 242: 451-61)
Reumatologia
Artrite reumatoide: iniezione intrarticolare steroidi superiore all'approccio sistemico
La somministrazione della terapia corticosteroidea mediante iniezione intrarticolare (IA) piuttosto che intramuscolare (IM) è più efficace contro l'artrite reumatoide, almeno a breve termine. Con un monitoraggio più prolungato, il vantaggio in termini di efficacia della somministrazione IA scompare in larga parte, ma questo approccio sembra comunque produrre meno effetti collaterali dell'iniezione IM. Il presente studio supporta la nozione secondo cui un approccio più aggressivo al trattamento dei pazienti con artrite reumatoide basato sulla terapia farmacologica antireumatica in grado di modificare il decorso della malattia può includere anche l'iniezione poliarticolare volta ad aumentare l'efficacia del trattamento. (J Rheumatol 2005; 32: 1691-8)
Chirurgia
Trapianto di fegato possibile senza trasfusioni
In California è stato possibile portare a termine trapianti di fegato senza far uso di trasfusioni di sangue nei riceventi: effettuare questi trapianti, che sono fra i più complessi interventi addominali, senza necessità di trasfusioni significa potenzialmente poter effettuare qualsiasi intervento di chirurgia addominale senza trasfusioni. Vi sono infatti alcuni accorgimenti utili a limitare la perdita di sangue: uno di essi consiste nel conservare il sangue perduto durante l'intervento per poi reinfonderlo; un altro invece si basa sul mantenimento dell'emodiluizione normovolemica acuta tramite la ricostituzione della componente intravascolare con fluidi e collageni cristalloidi, in modo che il paziente non vada incontro a shock. Queste tecniche possono essere molto utili anche per la limitazione della perdita di sangue durante l'epatectomia in donatori viventi. La conservazione del sangue non dovrebbe essere un'arte, ma una scienza: non importa quanto sicure possano essere le donazioni di sangue, dato che vi sarà sempre il rischio di trasmissione di malattie. Entro 10-15 anni, comunque, auspicabilmente i prodotti ematici verranno completamente sostituiti da prodotti sintetici. (J Am Coll Surg 2005; 201: 412-7) Trapianti
In italia quasi 200 di pancreas l'anno Roma 20 set. (Adnkronos Salute) -
Sfiorano i 200, ogni anno, i trapianti di pancreas in Italia. E i risultati, in termini di benefici per il paziente e rischio di rigetto, sono positivi al pari di trapianti di organi che, come il rene, si eseguono ormai da moltissimi anni. Parola d'esperto, ovvero di Umberto Valenti, direttore del dipartimento trapianti dell'azienda ospedaliera San Martino di Genova, che, a margine di una conferenza stampa oggi a Roma, ha spiegato come ''questa cifra comprenda, ovviamente, anche i trapianti di pancreas effettuati assieme al rene per quei pazienti, circa il 10-15% del totale e in costante aumento, che finiscono per ammalarsi di insufficienza renale a causa del diabete''. Ma aumentano i trapianti di 'solo' pancreas per i malati di diabete. Se fino a qualche tempo fa in Europa quest'organo era prevalentemente impiantato insieme al rene nei diabetici con insufficienza renale, oggi si amplia il numero dei malati che, affetti da nefropatia diabetica ma immuni da insufficienza renale, vengono sottoposti al solo trapianto di pancreas. Se in passato quest'intervento era infatti visto con scetticismo dai camici bianchi perché i rischi erano considerati troppo elevati rispetto ai benefici, oggi non lo e' piu' grazie ai progressi registrati in questo campo. Un'opzione terapeutica che, secondo Valenti, può ampliarsi ulteriormente. Ma intanto si cerca di procedere anche sul fronte della ricerca, soprattutto individuando ''la strada che consenta di bloccare il processo autoimmunitario che conduce alla distruzione delle cellule beta, produttrici di insulina'', sottolinea a margine dell'incontro capitolino Rita Bottino, ricercatrice del Children's Hospital di Pittsburgh, negli Usa. Diverse le linee di ricerca, tra cui quella finalizzata a migliorare il trapianto di insule pancreatiche e la messa a punto di nuove tecniche che consentano di identificare, meglio di quanto si riesca a fare attualmente, la predisposizione genetica al diabete. (Ile/Adnkronos Salute)
Epatite autoimmune asintomatica: terapia immunosoppressiva non necessaria
I pazienti con epatite autoimmune asintomatica (AIH) non necessitano di trattamento con terapie immunosoppressive. Benchè la storia naturale di questa malattia sia stata ben caratterizzata, poco è noto sui pazienti che si presentano privi di sintomi, e pertanto non era finora chiaro se la terapia immunosoppressiva, con tutte le sue complicazioni, fosse assolutamente necessaria o meno. In base al presente studio, i pazienti che all'atto della presentazione sono asintomatici hanno una prognosi molto buona e non necessitano di questo tipo di terapia. Al contrario, la presenza di cirrosi o la necessità di una biopsia epatica iniziale sottendono una prognosi negativa in tutti i pazienti con AIH. La terapia immunosoppressiva potrà poi essere istituita successivamente, in caso di insorgenza di sintomi. La lenta progressione e la rarità dell'AIH asintomatica rendono difficile da effettuare uno studio controllato randomizzato prospettico, ma i risultati del presente studio andrebbero quanto meno confermati su altri campioni prima che la strategia attendistica possa essere adottata su vasta scala per questi pazienti. (Hepatology. 2005; 42: 53-62)
Cardiologia
Ipertensione occulta più comune negli uomini giovani
L'ipertensione occulta, una pressione elevata che può essere osservata soltanto durante il monitoraggio ambulatoriale ma non in ambiente clinico, è associata a sesso maschile, età giovanile ed elevata frequenza cardiaca durante la veglia. In alcuni casi, essa può essere causata da un elevato livello di attività mentale diurna. Il fatto che questi soggetti abbiano caratteristiche cliniche identificabili, come anche l'apparente riproducibilità del fenomeno, garantiscono una certa credibilità all'ipertensione occulta, che potrebbe essere un'entità clinica importante. Alcuni dei pazienti con questo disturbo presentano un'ipertensione a livello clinico anche per quanto riguarda complicazioni e danno d'organo, mentre altri presentano sicuramente un aumento del rischio, ma meno del 30 percento dei soggetti con ipertensione occulta avranno una pressione normale in una sessione di monitoraggio pressorio ambulatoriale successiva alla diagnosi. Questa patologia non va presa sottogamba, in quanto molti di coloro che ne sono affetti dovrebbero essere trattati, e successivamente monitorati per controllare la risposta al trattamento. (Am J Hypertens 2005; 18: 589-93)
Neurologia
TIA e piccoli ictus: meno della metà dei pazienti libera da eventi dopo 10 anni
Solo circa la metà dei pazienti che va incontro ad un TIA o ad un ictus ischemico minore sopravvive 10 anni senza un altro ictus o evento vascolare. Questi dati implicano che possano ancora essere sviluppati ulteriori miglioramenti nella prevenzione secondaria a lungo termine delle malattie vascolari nei soggetti con ischemia cerebrale. Finora, gli esiti a lungo termine di un TIA o di un ictus minore non erano stati ancora ben definiti. Il rischio di nuovi eventi è massimale tre anni dopo l'evento primario: ciò potrebbe essere dovuto ad un declino nella compliance alla terapia, o alla riduzione dell'attenzione verso i fattori correlati allo stile di vita. Potrebbe anche darsi che la placca instabile che ha causato l'evento primario divenga stabile, e che ulteriore attenzione allo stile di vita potrebbe rallentare il processo continuo dell'arteriosclerosi. (Lancet 2005; 365: 2098-104)
Oncologia
Tumore prostatico: ritardare il trattamento non influenza esiti
Ritardare il trattamento del tumore prostatico non ne influenza gli esiti. I medici coinvolti nell'assistenza degli uomini con diagnosi di carcinoma prostatico devono valutare l'urgenza del trattamento: negli uomini che scelgono la radioterapia ad impulsi esterni (EBRT), il ritardo dal momento della biopsia a quello del trattamento potrebbe risultare stressante. Sono attualmente disponibili scarsi dati sulle conseguenze del ritardo della terapia radiante. Nei limiti del presente studio, i dati dimostrano però che anche nei pazienti ad alto rischio il ritardo del trattamento ha scarsi effetti sugli esiti clinici e biochimici. Pazienti e medici possono usare questa informazione per alleviare le preoccupazioni e l'ansia riguardanti il ritardi del trattamento allo scopo di effettuare una scelta di trattamento ben informata. I risultati dello studio, comunque, potrebbero non applicarsi a modalità di trattamento quali la radioterapia a modulazione d'intensità o la brachiterapia, nelle quali il fall-off della dose di radiazioni dalla prostata è molto più rapido. Qualsiasi estensione microscopica della malattia dovuta al ritardo del trattamento in questo ambito ha il potenziale di influenzare negativamente gli esiti, e dovrebbe essere investigata ulteriormente. (Cancer online 2005, pubblicato il 13/6)
Tumori: cancro al colon-retto per 32 mila italiani l'anno, al via campagna di screening
Roma, 16 giu. (Adnkronos Salute) - Colpisce 32 mila italiani l'anno e ne uccide 16 mila. Si manifesta con frequenza pressoche' uguale in entrambi i sessi e nel 90% dei casi riguarda gli over 55. E' il cancro del colon-retto, una malattia contro cui la profilassi e' l'unica arma davvero efficace. E' per questo che oggi a Roma, alla Camera dei Deputati, e' stata presentata una campagna di screening che coinvolgera' uomini e donne ultracinquantenni in tutta la penisola. Obiettivo: abbattere dell'80% l'incidenza della patologia.
Promotrice dell'iniziativa e' la Federazione italiana delle malattie apparato digerente, che raccoglie Aigo (Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti ospedalieri), Sied (Societa' italiana endoscopia digestiva) e Sige (Societa' italiana di gastroenterologia). Il progetto verra' finanziato grazie a parte dei fondi stanziati dal ministero della Salute e dalla Conferenza Stato-regioni (440 milioni di euro) per le campagne di prevenzione delle emergenze sanitarie. Partira' cosi' un piano di controllo sulla popolazione che coinvolgera' progressivamente tutte le Regioni italiane. Queste dovranno presentare i progetti di screening entro il 30 giugno 2005.
Il cancro colo-rettale occupa il secondo posto per frequenza fra tutte le neoplasie maligne, dopo il cancro del polmone e della mammella. Nel nostro Paese si ammalano ogni anno circa 32 mila persone. E si registrano 16 mila decessi. I sintomi sono rappresentati da perdite di sangue dal retto (75% dei casi), dolore addominale (45-78%), alterazioni del canale intestinale, perdita di peso (36-50%) e anemia. La sopravvivenza a cinque anni dipende dallo stadio della diagnosi: e' del 90% quando la malattia e' identificata in fase iniziale, mentre scende a circa il 15-20% se la diagnosi e' tardiva. La prevenzione, quindi, e' l'unica possibilita' per allontanare il rischio di ammalarsi.
''Obiettivo dello screening - spiega Franco Pacini, coordinatore della campagna nazionale e direttore del Dipartimento di Gastroenterologia dell'ospedale Careggi di Firenze - sara' quello di ridurre di oltre l'80% l'incidenza della malattia nella popolazione italiana, attraverso uno screening capillare. Un obiettivo che potra' essere raggiunto solo con una stretta collaborazione tra societa' scientifiche e medici di medicina generale, che dovranno invitare i soggetti a rischio a sottoporsi agli esami di screening. A questo scopo - prosegue l'esperto - sono stati accreditati 300 centri di endoscopia e gastroenterologia su tutto il territorio nazionale''.
In Europa e negli Stati Uniti alcuni studi hanno dimostrato che lo screening, con esami periodici del sangue occulto nelle feci o esami endoscopici, e' in grado di abbassare la mortalita' per questa patologia. ''Il test del sangue occulto nelle feci - afferma Massimo Crespi, primario dell'Istituto Regina Elena per lo studio e la cura dei tumori - ha fatto registrare una riduzione della mortalita' in una percentuale compresa tra il 18% e il 33%. Utilizzando la colonscopia, il dato statistico e' salito al 60%. I protocolli di prevenzione europei - conclude lo specialista - raccomandano di eseguire, dopo i 50 anni, l'esame del sangue occulto nelle feci ogni 12-24 mesi o, come opzione, una colonscopia ogni 10 anni''.
A conferma dell'importanza della prevenzione e' intervenuto anche Francesco Schitulli, presidente della Lega italiana per la lotta contro i tumori, il quale ha aggiunto che per il cancro colo-rettale e' utile seguire due progetti di profilassi: ''Una prevenzione primaria, basata sulla correzione dello stile di vita e sulla lotta al tabagismo, e una secondaria, che consiste in una vera e propria anticipazione diagnostica attraverso i test di screening, come appunto la ricerca di sangue occulto nelle feci e l'endoscopia colo-rettale''. (Red/Adnkronos Salute)
Cardiologia
Tutti i FANS connessi al rischio di infarto
I FANS selettivi e non sono associati all'aumento del rischio di un primo infarto miocardico. Nello scorso anno uno di questi farmaci è stato tolto dal mercato in quanto connesso ad effetti collaterali a livello cardiaco, e da allora era rimasto incerto se tutti i FANS condividano questo effetto nocivo. Data l'elevata prevalenza dell'uso di questi farmaci nell'anziano, e l'aumento del rischio di infarto miocardico con l'età, anche il relativamente elevato numero di paziento trattati per l'osservazione di un singolo danno ha implicazioni considerevoli per la salute pubblica. Secondo gli autori, sussistono abbastanza punti di insicurezza da riconsiderare la sicurezza cardiovascolare di tutti i FANS. Questi dati, comunque, vanno interpretati con cautela, dato che sono osservazionali e che altri studi hanno portato a risultati discrepanti. Ciò che ora è necessario sono meta-analisi complete, che potrebbero aiutare nel processo decisionale su punti quali la necessità di ulteriori studi allo scopo di stabilire il migliore e più sicuro trattamento per i pazienti con dolore muscoloscheletrico. (BMJ online 2005, pubblicato il 10/6)
Sindromi
coronariche acute: ictus
maggiore fattore di rischio di
decesso intraospedaliero.
Nei pazienti con sindromi
coronariche acute (ACS), l'ictus
è il più importante fattore di
rischio di mortalità
intraospedaliera: in questo
senso, gli ictus emorragici
hanno maggiori probabilità di
essere fatali rispetto a quelli
non emorragici. Ciò è coerente
con quanto rilevato sui pazienti
con infarto con slivellamento
del tratto ST, nei quali
l'introduzione della terapia
trombolitica sembra aver avuto
uno scarso impatto
sull'incidenza complessiva
dell'ictus, ma il numero di
decessi da ictus è aumentato
quale risultato dell'aumento dei
decessi da emorragia
intracranica. Date le
conseguenze potenzialmente
devastanti dell'ictus, è
importante identificare i
pazienti con ACS ad alto rischio
per questa complicazione. Fra
gli ictus intraospedalieri
predominano quelli non
emorragici, per i quali i
maggiori fattori di rischio sono
rappresentati da bypass
coronarico, fibrillazione
atriale intraospedaliera,
anamnesi di ictus, aumento
iniziale degli enzimi cardiaci
ed età avanzata. Sono necessari
nuovi approcci per ridurre il
rischio di ictus e migliorare
gli esiti intraospedalieri ed a
lungo termine dei pazienti che
vanno incontro ad ictus acuto
nell'ambito di un'ACS. (Circulation
online 2005, 111, pubblicato
il 14/6)
La glicemia all'ingresso come indicatore del rischio di morte dopo un infarto miocardico acuto in pazienti diabetici e non diabetici.
Premessa
E' noto che elevati livelli di glicemia sono di frequente riscontro nei pazienti che giungono a ricovero per un infarto miocardico acuto e sono associati con un aumento del rischio di morte, sia nei pazienti affetti da diabete mellito1-2, sia nei soggetti non diabetici3-4. Stranders et al . hanno preso in considerazione il significato prognostico a lungo termine della glicemia rilevata all'ingresso del ricovero per un infarto miocardico acuto in pazienti diabetici e non diabetici, con particolare attenzione ai pazienti che non hanno una storia nota di diabete mellito: i risultati di queste osservazioni sono stati pubblicati a metà dello scorso anno sulla rivista Archives of Internal Medicine5.
Metodi dello studio
In uno studio retrospettivo con un follow-up prospettico, 846 pazienti (737 senza storia di diabete mellito noto e 109 con una precedente diagnosi di diabete mellito) sono risultati eleggibili per il follow-up, pari a 50 mesi (mediana). E' stata considerata come endpoint la mortalità globale.
Risultati
Durante il follow-up, sono deceduti 208 pazienti non diabetici (28,2%) e 47 pazienti diabetici (43,1%) (p=0,002). Un aumento di 18 mg/dl della glicemia è risultato associato con un aumento del rischio di morte del 4% nei pazienti non diabetici e del 5% nei pazienti diabetici (p<0,05). Dei 737 soggetti precedentemente non diabetici, 101 presentavano livelli glicemici all'ingresso uguali o superiori a 200 mg/dl e la mortalità in questi pazienti è risultata paragonabile a quella dei pazienti con una diagnosi precedente di diabete mellito (42,6% vs 43,1%).
Conclusioni
Lo studio di Stranders et al. conferma il rapporto fra la glicemia all'ingresso e la mortalità nei pazienti che giungono a ricovero per un infarto miocardico acuto, sia nella popolazione dei pazienti diabetici, sia nella popolazione dei soggetti che non hanno una storia di diabete mellito, ed espande ulteriormente questo concetto, evidenziando il ruolo della glicemia come predittore della mortalità a lungo termine (mediana del follow-up: 4,1 anni) nei pazienti diabetici, ma soprattutto nei soggetti non diabetici. Infatti, coloro che non hanno mai ricevuto una diagnosi di diabete mellito, ma che presentano elevati livelli di glicemia a digiuno al momento del ricovero per infarto miocardico, presentano un rischio di morte aumentato in maniera simile ai pazienti affetti da diabete mellito. Ciò suggerisce che il valore della glicemia all'ingresso può servire a identificare i soggetti che presentano un rischio elevato di mortalità a lungo termine, in particolare nel gruppo dei soggetti che non presentano un diabete mellito.
Lo studio di Stranders et. al ha diverse limitazioni: la sua natura retrospettiva rende impossibile eseguire correlazioni fra la glicemia e fattori quali il tempo intercorso fra l'inizio dei sintomi e l'arrivo in ospedale, o variabili quali l'ultimo pasto assunto; di conseguenza, è improbabile che i valori glicemici considerati fossero a digiuno. Inoltre, non sono disponibili informazioni quali il tipo di diabete mellito (tipo 1 o tipo 2) e la durata del diabete per i pazienti diabetici, né sappiamo in quanti dei pazienti iperglicemici - ma senza storia precedente di diabete - fosse alla fine confermata una diagnosi di diabete mellito o di intolleranza glucidica: in particolare, non è stato eseguito il dosaggio dell'emoglobina glicata all'ingresso, né è stata eseguita una valutazione finalizzata a confermare o a escludere la diagnosi di diabete mellito o intolleranza glucidica dopo la dimissione. Infine, non siamo a conoscenza di eventuali procedure di rivascolarizzazione miocardica eseguite dopo la fase acuta e quindi non siamo in grado di stabilire il loro eventuale impatto prognostico.
Considerate tutte queste variabili non note, è estremamente difficile tentare di individuare i potenziali meccanismi fisiopatologici che stanno alla base del rapporto fra iperglicemia e mortalità nei pazienti infartuati. Ciò che probabilmente può destare maggiore interesse sono i recenti tentativi di ristabilire uno stato di euglicemia in questi pazienti con l'intento di migliorarne la prognosi: due studi hanno documentato una riduzione della morbilità e della mortalità post-infarto nei pazienti in cui la terapia insulinica riportava la glicemia nei limiti considerati normali6-7. Al momento attuale, tuttavia, non è chiaro se la riduzione della glicemia di per sé, o l'insulina, o entrambe le cose, fossero responsabili dei benefici osservati.
Da un punto di vista eminentemente pratico, lo studio di Stranders et al. ci insegna che – di fronte a un paziente che ha presentato un infarto miocardico acuto – uno dei dati da andare a ricercare nel report del ricovero, oltre alla frazione di eiezione del ventricolo sinistro, al picco degli enzimi, alle eventuali complicanze e al trattamento eseguito, è la glicemia all'ingresso. In caso di un valore elevato, il paziente va ovviamente valutato per una eventuale diagnosi di diabete mellito o intolleranza glucidica; tuttavia, anche in assenza di una tale diagnosi, la presenza di un valore glicemico elevato deve indurci a considerare attentamente il rischio globale del paziente e a mettere in atto tutti quei provvedimenti che comportano un beneficio documentato nella prevenzione secondaria della cardiopatia ischemica.
Bibliografia
- O'Sullivan JJ, Conroy RM, Robinson K, et al. In-hospital prognosis of patients with fasting hyperglycemia after first myocardial infarction. Diabetes Care 1991; 14 :758-760.
- Sewdarsen M, Vythilingum S, Jialal I, et al. Prognostic importance of admission plasma glucose in diabetic and non-diabetic patients with acute myocardial infarction. Q J Med 1989; 71 :461-466.
- Norhammar AM, Ryden L, Malmberg K. Admission plasma glucose: independent risk factor for long-term prognosis after myocardial infarction even in nondiabetic patients. Diabetes Care 1999; 22 :1827-1831.
- Capes SE, Hunt D, Malmberg K, et al. Stress hyperglycemia and increased risk of death after myocardial infarction in patients with and without diabetes: a systematic overview. Lancet 2000; 355 :773-778.
- Stranders I, Diamant M, van Gelder RE, et al. Admission blood glucose level as risk indicator of death after myocardial infarction in patients with and without diabetes mellitus. Arch Int Med 2004; 164 :982-988.
- Malmberg K, Ryden L, Efendic S, et al. Randomized trial of insulin-glucose infusion followed by subcutaneous insulin treatment in diabetic patients with acute myocardial infarction (DIGAMI study): effects on mortality at 1 year. J Am Coll Cardiol 1995; 26 :57-65.
- Malmberg K, Norhammar A, Wedel H, Ryden L. Glycometabolic state at admission: important risk marker of mortality in conventionally treated patients with diabetes mellitus and acute myocardial infarction: long-term results from the Diabetes and Insulin-Glucose Infusion in Acute Myocardial Infarction (DIGAMI) study. Circulation 1999; 99 :2626-2632.
Trombosi venosa profonda: riposo a letto nessun impatto sul rischio di embolia polmonare
Il riposo a letto non ha alcun impatto sul rischio di tromboembolia polmonare nei pazienti con trombosi venosa profonda degli arti inferiori. Tradizionalmente, molti pazienti con trombosi venosa profonda acuta vengono trattati non soltanto con terapia anticoagulante, ma anche con rigoroso riposo a letto, volto a ridurre il rischio di tromboembolia polmonare. Questo rischio, comunque, non è stato soggetto a verifica empirica. Il presente studio smentisce questa associazione, ed inoltre dimostra per la prima volta la mancanza di influenza del riposo a letto anche nei pazienti presentati con embolia polmonare acuta submassiva. (Chest 2005; 127: 1631-6)
Cardiologia Cellule staminali attive in cuori cronicamente insufficienti
Nel cuore sono presenti cellule staminali multipotenti anche in caso di cardiopatia allo stadio terminale. Questo dato dovrebbe porre definitivamente fine all'opinione secondo cui il cuore sia un organo post-mitotico, ed indica anche strategie per sfruttare le cellule staminali cardiache per la riparazione dei cuori scompensati, in quanto anche in insufficienze allo stadio terminale sono disponibili riserve cellulari efficienti e pronte per l'uso. Le cellule staminali cardiache potrebbero essere rimosse dal cuore, moltiplicate in vitro e poi ritrapiantate nell'organo, oppure potrebbe essere identificato un modo di stimolarne la crescita in situ. La perdita delle cellule staminali cardiache funzionalmente competenti nella cardiopatia ischemica cronica può essere alla base del progressivo deterioramento funzionale e dell'insorgenza dell'insufficenza terminale. (PNAS Early Edition 2005, pubblicato l'1/6)
Qualità di vita e fibrillazione atriale
Fibrillazione atriale: due strategie terapeutiche.
Lo studio AFFIRM.
Fibrillazione atriale e qualità di vita.
Fibrillazione atriale: due strategie terapeutiche.
La fibrillazione atriale è l'aritmia più frequente e diffusa ed è responsabile di un elevato numero di ricoveri ospedalieri; si calcola che negli Stati Uniti ben 2 milioni di persone sono affette da questo disturbo ed i ricoveri ospedalieri per questa causa raggiungono il numero di circa 365.000 all'anno. Talora tale aritmia è responsabile di sintomi, quali palpitazioni, astenia, intolleranza allo sforzo fisico, affanno, ma frequentemente è asintomatica e non provoca alcun disturbo apparente. La fibrillazione atriale è però anche a volte associata ad importanti problemi clinici come scompenso cardiaco, ictus, sincope ed alcuni studi hanno dimostrato in passato una riduzione della sopravvivenza generale ed una peggiore qualità di vita nei soggetti affetti da questa aritmia.
Per questi motivi negli ultimi anni l'approccio dei medici nei confronti di questa patologia è consistito fondamentalmente nel cercare quanto più spesso possibile di ripristinare il normale ritmo sinusale. Nella terapia della fibrillazione atriale esistono infatti due sostanziali linee terapeutiche rappresentate dal ripristino del ritmo sinusale (controllo del ritmo), che si avvale di mezzi farmacologici (sostanze ad azione antiaritmica), cardioversione elettrica, tecniche di ablazione con cateteri intracavitari, defibrillatori impiantabili, e la seconda dal controllo della frequenza ventricolare per mezzo solitamente di farmaci e talora in associazione ad impianto di elettrostimolatori cardiaci, accompagnata da idonea terapia antitrombotica per evitare il rischio di cardioembolia. La prima fino ad alcuni anni fa costituiva quindi l'opzione di prima scelta, da perseguire nella maggior parte dei pazienti ed anche con tentativi successivi in caso di recidiva.
Lo studio AFFIRM.
Nel 2002 un importante e vasto trial veniva pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine, lo studio AFFIRM, e le precedenti convinzioni erano soggette ad un'analisi più approfondita. Infatti in questo studio multicentrico, di ampie proporzioni, si dimostrava che in due gruppi di confronto di pazienti con fibrillazione atriale sottoposti ad una terapia di ripristino del ritmo sinusale o controllo della frequenza ventricolare con relativa anticoagulazione non vi erano sostanziali differenze in termine di prognosi a distanza, sia per sopravvivenza che per ricorrenza di eventi cardiovascolari maggiori. Le conclusioni dello studio non hanno comunque portato ad una completa revisione delle linee di condotta terapeutiche in materia, poiché nonostante tutto quando possibile si è continuato giustamente a ritenere utili i tentativi di ripristino del ritmo sinusale, soprattutto in condizioni particolari, come ad esempio soggetti giovani, fortemente sintomatici o con segni anche iniziali di scompenso cardiaco e senza significativa dilatazione delle cavità atriali ed in altre situazioni selezionate.
Fibrillazione atriale e qualità di vita.
Un sottostudio interessante dello stesso studio AFFIRM è andato a verificare nella maggior parte dei pazienti arruolati anche la differenza della qualità di vita nei gruppi sottoposti alle due diverse strategie terapeutiche. Sono stati ovviamente esclusi i pazienti fortemente sintomatici per l'aritmia in corso e sono stati quindi considerati nel braccio di cura con controllo della frequenza quei soggetti con aritmia stabilizzata e controllata ed in buon compenso emodinamico. La qualità di vita è stata misurata con questionari ormai noti e convalidati, forniti ai pazienti e quindi poteva essere valutata dallo stesso soggetto la sua condizione di benessere psico-fisico all'inizio dello studio ed in tempi successivi (dopo 2 mesi, un anno ed annualmente fino a 4 anni). Anche la qualità di vita, come prima era stato dimostrato per la prognosi, non era sostanzialmente differente nei due gruppi. Da questi dati gli Autori dello studio traggono la conclusione che la strategia di ripristino del ritmo sinusale non determina un miglioramento significativo della qualità di vita nella maggior parte dei pazienti con fibrillazione atriale stabilizzata, non sintomatica; i benefici del ripristino del normale ritmo cardiaco potrebbero infatti essere controbilanciati da altri fattori, come gli effetti collaterali dei farmaci antiaritmici che vengono prescritti per il mantenimento del ritmo, successivi ricoveri per eventuali recidive dell'aritmia ed altro.
A cura di Cesare Albanese
Fonte
Quality of Life in Atrial Fibrillation: The Atrial Fibrillation Follow-up Investigation of Rhythm Management (AFFIRM) Study
Am Heart J. 2005; 149 (1): 112-120 Oncologia. RM e mammografia migliore strategia di screening in donne a rischio
La combinazione di RM con mezzo di contrasto e mammografia è il miglior modo di rilevare tumori mammari in donne geneticamente predisposte a sviluppare la malattia. Le donne con mutazioni BRCA1 e BRCA2 sono ad alto rischio di sviluppare tumore mammario in età giovanile, nella quale un seno denso può inficiare la sensibilità della mammografia. Uno screening annuale che combini queste due tecniche rileverebbe la maggior parte dei tumori in questo gruppo ad alto rischio. E' importante notare come la biopsia chirurgica non porti ad un aumento del numero di casi diagnosticati rispetto ai programmi di screening mammografici nelle donne al di sopra dei 50 anni. La RM rileva il doppio dei casi rispetto alla mammografia nelle donne a rischio molto elevato in base a fattori genetici ed anamnesi familiare. Benchè le donne nel presente studio fossero al di sotto dei 50 anni, sono stati riscontrati in altre ricerche risultati simili in donne ad alto rischio più anziane. Saranno comunque necessari diversi anni per capire se questo rilevamento più precoce significhi anche un aumento delle possibilità di cura per queste donne. In attesa di questa risposta, però, medici e pazienti potrebbero voler comunque utilizzare l'opzione RM per la sorveglianza, presumendo che possa salvare delle vite: il lato negativo di questo approccio sono i costi molto elevati ed il tasso di falsi positivi relativamente elevato. (Lancet online 2005, pubblicato il 17/5)
Trombofilia, fattori clinici, ed eventi trombotici venosi ricorrenti
(Christiansen et al., JAMA 2005;293:2352-61)
I dati sulla frequenza di ricaduta di eventi trombotici venosi e l’effetto di alcuni fattori di rischio, quali trombofilia, sono ancora controversi. Il potenziale beneficio dello screening per la trombofilia rispetto alle strategie profilattiche e alla durata del trattamento con anticoagulanti non è ancora noto.
Obiettivo dello studio: Stimare la frequenza di ricorrenza di eventi trombotici in pazienti dopo un primo evento trombotico e i fattori determinanti, anomalie trombofiliche incluse.
Caratteristiche dello studio e pazienti
Studio prospettico di follow-up di 474 pazienti consecutivi dai 18 ai 70 anni, senza tumori maligni noti, trattati per un primo evento trombotico oggettivamente confermato presso cliniche specializzate olandesi. Lo Studio Leyden per la Trombofilia (LETS) è stato condotto dal 1988 al 1992 e i pazienti sono stati seguiti fino al 2000.
Principali fattori emersi
Evento trombotico ricorrente basato su fattori di rischio trombofilici, sesso, tipo iniziale di evento trombotico (idiopatico o provocato), uso di contraccettivi orali, elevati livelli di fattore VIII, IX, XI, fibrinogeno, omocisteina, e carenza di fattori anticoagulanti.
Risultati
Un totale di 474 pazienti è stato seguito per una media di 7.3 (± 2.7) anni e il follow-up è stato completato per 447 pazienti (94%). La ricorrenza di eventi trombotici si è verificata in 90 pazienti su un totale di 3477 pazienti/anni di follow-up. La frequenza dell’evento trombotico ricorrente è stata di 25.9 per 1000 pazienti/anni di follow-up (95% dell’intervallo di confidenza (IC), 20.8-31.8 per 1000 pazienti/anni di follow-up). La frequenza di ricorrenza è stata più alta nei primi 2 anni (31.9 per 1000 pazienti/anni di follow-up, 95% IC, 20.3-43.5 per 1000 pazienti/anni di follow-up). Il rischio di ricorrenza dell’evento trombotico è stato di 2.7 volte (95% IC, 1.8-4.2 volte) più alto negli uomini che nelle donne. I pazienti il cui evento trombotico iniziale era idiopatico hanno avuto un più alto rischio di evento trombotico ricorrente rispetto ai pazienti il cui evento iniziale è stato provocato (rapporto di rischio (HR) 1.9; 95% IC, 1.2-2.9). Le donne che usavano contraccettivi orali durante il follow-up hanno avuto una più alta frequenza di ricorrenza di evento trombotico (28.0 per 1000 pazienti/anni di follow-up; 95% IC, 15.9-49.4 per 1000 pazienti/anni di follow-up) rispetto a quelle che non ne facevano uso (12.9 per 1000 pazienti/anni di follow-up;95% IC, 7.9-21.2 per 1000 pazienti/anni di follow-up).
Conclusioni
Le anormalità protrombotiche non sembrano avere un ruolo importante nel rischio di ricorrenza di un evento trombotico. L’analisi di difetti protrombotici ha una conseguenza minore rispetto alle strategie profilattiche. I dati clinici sono probabilmente più importanti delle anormalità dei valori di laboratorio nel determinare la durata della terapia anticoagulante.
Cardiochirurgia Infarto: PTCA migliora funzionalità e sopravvivenza dopo sei mesi
Il ripristino del flusso ematico in un'arteria occlusa da un infarto migliora gli esiti clinici e la funzionalità ventricolare sinistra anche sei mesi dopo l'infarto stesso. Ciò dovrebbe essere tenuto in considerazione nel processo di decisione clinica, e supporta l'ipotesi secondo cui la ricanalizzazione delle arterie occluse dall'infarto, esattamente come la riperfusione tardiva, prevenga l'espansione dell'infarto e la dilatazione del ventricolo sinistro, nonché migliori la sopravvivenza. I dati del presente studio suggeriscono che il miocardio colpito dall'infarto rimanga disponibile per diversi mesi dopo quest'ultimo, e mentre la chirurgia non ripristinerebbe la funzionalità di un'area sottile e cicatriziale del miocardio, i pazienti il cui miocardio sia ben supportato da vasi collaterali potrebbero beneficiare in modo particolare da una angioplastica coronarica percutanea transluminale (PTCA) tardiva. In considerazione di questi effetti benefici, dovrebbero essere effettuati tutti gli sforzi possibili a livello clinico e diagnostico per identificare i pazienti che potrebbero guadagnare di più da una strategia basata sulla riapertura di un'arteria cronicamente occlusa a causa di un infarto. (Heart 2005; 91: 646-51)
Malattia celiaca con presentazione atipica: una diagnosi da tenere sempre a mente
La malattia celiaca (MC) è una intolleranza permanente al glutine che comporta una atrofia dei villi intestinali con conseguente malassorbimento di varie sostanze nutritive. La descrizione "classica" (che risale a Samuel Gee nel lontano 1888) caratterizzata essenzialmente da diarrea e perdita di peso è andata incontro tuttavia in tempi recenti a numerose modificazioni sicché oggi è sempre più evidente che la malattia si manifesta in una elevata percentuale di casi con un quadro clinico atipico ed eterogeneo, caratterizzato per esempio solo da sintomi extraintestinali, o addirittura silente.
D'altra parte, l'impiego sempre più diffuso degli anticorpi anti-endomisio ed antitransglutaminasi per lo screening della MC permette di individuare con maggiore facilità le presentazioni atipiche della malattia ed accresce, di pari passo, le nostre conoscenze su una intolleranza alimentare assai comune, tanto è vero che sua prevalenza nel mondo occidentale è pari a circa un caso ogni 200 abitanti.
Due recenti segnalazioni apparse sul British Medical Journal permettono di mettere a fuoco ulteriori aspetti significativi di questa patologia multiforme. La prima è una descrizione di quattro casi clinici riguardanti donne obese (con BMI oscillante fra 38 e 43) nelle quali il dosaggio degli anticorpi antiendomisio, motivato dalla presenza di una anemia micro- o macrocitica o, in un caso, da una semplice familiarità per MC, ha dimostrato l'esistenza di una intolleranza al glutine. Considerando che malassorbimento e sovrappeso appaiono a prima vista due elementi in antitesi, gli autori suggeriscono la possibilità che questi pazienti, affetti da una modificazione patologica limitata essenzialmente al primo tratto dell'intestino tenue (duodeno e prima pozione del digiuno), abbiano sviluppato col tempo la capacità di compensare il malassorbimento prossimale con meccanismi di adattamento a livello dell'intestino distale, allo scopo di preservare costante il proprio introito energetico, come espressione di una tendenza "ereditaria" alla obesità.
Casi come questi, d'altra parte, pongono delicati problemi di ordine terapeutico, poiché l'istituzione di una dieta senza glutine, determinando un miglioramento generale del malassorbimento, può ulteriormente incrementare il peso corporeo, laddove la mancata attuazione della dieta può aggravare l'infiammazione intestinale ed accrescere il rischi legati al deficit di sostanze nutritive (anemia, osteoporosi, disturbi neurologici) o alla comparsa di un linfoma intestinale.
La seconda segnalazione pubblicata dalla prestigiosa rivista britannica si riferisce invece ad una diagnosi di MC effettuata in un paziente di 79 anni, giunto alla osservazione del medico di medicina generale per l' improvvisa comparsa di stanchezza e dimagrimento accompagnate da difficoltà digestive ingravescenti.
In questo paziente la ricerca iniziale di una MC, attraverso l'esecuzione dei testi sierologici e della gastroscopia con biopsie, aveva dato esito negativo e solo un riesame successivo, motivato dall'aggravarsi dei sintomi, era riuscito ad individuare finalmente una positività degli anticorpi antiendomisio ed una atrofia dei villi, trattata quindi con successo mediante una dieta senza glutine.
L'eterogeneità di presentazione della MC è dunque in continuo aumento e per la sua diagnosi sono indispensabili un elevato indice di sospetto, da estendere anche ai pazienti apparentemente borderline, una valutazione particolarmente critica dei test diagnostici e, quando questi siano contrastanti o poco chiari, la volontà di riaprire anche casi apparentemente "chiusi".
A cura di Giancarlo Bausano
Approfondimenti
R M Furse, A S Mee. Atypical presentation of coeliac disease BMJ 2005;330:773-774
Sanders DS, Hurlstone DP, McAlindon ME, Hadjivassiliou M, Cross SS, Wild G, Atkins CJ. Antibody negative coeliac disease presenting in elderly people-an easily missed diagnosis BMJ 2005;330:775-776
R G Peter Watson Diagnosis of coeliac disease BMJ 2005;330:739-740
Sono circa un milione l'anno i turisti italiani colpiti dalla 'vendetta di Montezuma'.
''Diarrea, febbre, crampi addominali, nausea e vomito possono rovinare una vacanza nei Paesi caldi, ma anche esporre viaggiatori anziani e bambini ai pericolosi rischi legati alla disidratazione'', sottolinea Walter Pasini, direttore Centro collaboratore Oms per la medicina del turismo. ''Secondo le stime - spiega l'esperto, nel corso di un incontro a Milano sulla salute in viaggio - su 25-27 milioni di viaggiatori italiani il 15-18% si reca nei Paesi a rischio''.
La diarrea del viaggiatore può avere diverse cause, la più diffusa è il batterio Escherichia coli enterotossigenico (ETEC). ''Se l'incidenza varia a seconda della destinazione, con punte massime tra quanti visitano Paesi con clima caldo e condizioni igienico-sanitarie carenti, questo disturbo colpisce in media la metà di tutti i viaggiatori che si recano nelle zone a rischio'', dice Pasini. Con notevoli fastidi, tanto che il 40% dei turisti colpiti e' costretto a inattesi cambi di programma e il 30% deve anticipare il volo. Il pericolo si nasconde in acqua e cibi contaminati, ma la 'vendetta di Montezuma puo' colpire non solo in localita' remote di Asia, America Latina e Africa, ma anche nei villaggi turistici o in crociera. ''Tra le persone più vulnerabili - prosegue l'esperto - ci sono coloro che provengono da Paesi industrializzati, poiché possiedono difese immunitarie basse contro i batteri che generano tali patologie''. E se evitare alimenti, bevande o acqua contaminati puo' rappresentare una possibile misura precauzionale utile per ridurre il rischio, fino a oggi non esisteva una profilassi per prevenire la diarrea del viaggiatore. Ora e' invece possibile difendersi, grazie all'arrivo anche in Italia del nuovo vaccino orale contro alcune importanti infezioni intestinali. ''Si tratta di un vaccino di ultima generazione indicato per l'immunizzazione attiva contro le infezioni da Vibrio cholerae - spiega Aldo Tagliabue, vicedirettore del laboratorio scientifico dell'International Vaccine Institute di Seul - che apre la strada a una profilassi preventiva anche contro le diarree del viaggiatore causate da Escherichia coli enterotossigenico''. Il prodotto della Chiron Vaccines si assume con un bicchiere d'acqua, una dose a settimana, nelle due settimane prima della partenza.
I trial clinici hanno dimostrato una copertura vaccinale contro la diarrea del viaggiatore da ETEC di oltre il 50%, percentuale che sale ancora nei confronti delle diarree da infezioni miste: arriva a oltre l'80% nel caso il disturbo sia causato da ETEC e Salmonella enterica. Mentre contro le diarree da colera la copertura si è dimostrata dell'85-90%. ''Il vaccino si è rivelato anche molto sicuro - dicono gli esperti - Dopo più di 5 milioni di dosi somministrate nel mondo, gli effetti collaterali riportati sono stati meno di 100 e tutti riguardavano disturbi locali lievi e transitori (ad esempio, dolori addominali)''. Il prodotto può essere somministrato anche ai bambini sopra i due anni e alle donne in gravidanza. Per la salute dei viaggiatori arriva anche un sito internet: www.vaccinazionieviaggi.it. Basta un click per conoscere i rischi legati alle singole destinazioni di viaggio, le vaccinazioni necessarie e i centri di riferimento per le profilassi piu' vicini. (Mal/Adnkronos Salute)
Ricerca: Usa, staminali trasformate in ovuli per la prima volta
Roma, 5 mag. (Adnkronos Salute) - Cellule staminali trasformate, per la prima volta, in ovuli umani. E' il risultato ottenuto dai ricercatori dell'universita' del Tennessee, negli Usa, che sperano di aiutare cosi', in futuro, le donne con menopausa precoce o con problemi di fertilita'. Non solo. Secondo l'equipe, che ha pubblicato lo studio su 'Reproductive Biology and Endcrinology', si potrebbe ritardare la menopausa anche di 12 anni. Alla nascita nelle ovaie ci sono circa 2 milioni di follicoli che producono gli ovuli. Gia' nella puberta' questo numero si riduce a 400 mila e poi continua a diminuire con l'avanzare degli anni. Gli specialisti americani hanno prelevato cellule dell'epitelio dalla superficie esterna delle ovaie di 5 donne fra i 39 e i 52 anni. Le staminali sono state fatte crescere in laboratorio per 5-6 giorni, alcune sono state esposte al fenolo rosso per stimolarne la crescita: proprio queste sono diventate ovuli maturi pronti a essere fecondati e dare vita a un embrione. Le cellule utilizzate, spiegano i ricercatori, possono essere prelevate facilmente usando un laparoscopio. ''Anche se i risultati sono preliminari, questo apre nuove prospettive - sottolinea Antonin Bukovsky, coordinatore della ricerca - per il trattamento dell'infertilita' femminile, la conservazione degli ovociti e il loro utilizzo nella fecondazione assistita''. (Mad/Adnkronos Salute)
Malattie infiammatorie intestinali: utile l'integrazione con folati
I livelli di omocisteina risultano elevati sia nelle mucose che nel sangue dei soggetti con morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa, il che suggerisce che queste molecole potrebbero svolgere un ruolo patogeno nelle infiammazioni intestinali, e pertanto questo effetto potrebbe essere abolito dall'integrazione con folati. Elevati livelli di omocisteina contribuiscono alla fisiopatologia di diverse malattie infiammatorie croniche, ma finora il ruolo di questa molecola nelle malattie infiammatorie intestinali non era stato ancora esplorato. Sarebbe dunque ragionevole ipotizzare un effetto benefico per l'integrazione dei folati nei pazienti con queste malattie, onde eliminare gli eventi infiammatori mediati dall'omocisteina, soprattutto l'adesione delle cellule mononucleate. (Am J Gastroenterol 2005; 100: 895-6)
Quando
sospendere
l'ASA
prima
di
un
intervento
chirurgico?
L'acido
acetilsalicilico
(ASA)
ha
un
effetto
sull'emostasi
e
quando
nei
pazienti
in
terapia
prolungata
è
programmato
un
intervento
chirurgico
d'elezione,
bisogna
sospendere
il
trattamento.
Nel
periodo
di
sospensione
del
farmaco
questi
pazienti
sono
potenzialmente
a
rischio
di
eventi
trombotici
e
non
c'è
accordo
unanime
dei
medici
nel
definire
per
quanto
tempo
l'ASA
debba
essere
sospeso
prima
di
un
intervento
chirurgico.
Questo
studio
ha
misurato
la
durata
dell'effetto
anti-aggregante
in
una
terapia
prolungata
con
ASA
in
51
soggetti
sani
arruolati
in 3
gruppi
che
ricevevano
una
pillola
per
15
giorni.
Al
primo
gruppo
veniva
somministrato
placebo,
al
secondo
e al
terzo
rispettivamente
ASA
a
75mg/die
e
300
mg/die.
In
tutti
veniva
determinato
il
tempo
di
emorragia
e la
funzionalità
piastrinica
prima
e
durante
la
terapia,
continuando
poi
a
monitorizzare
questi
valori
dopo
la
sospensione
fino
al
raggiungimento
dei
valori
base-line.
I
risultati
dimostrarono
che
alla
sospensione
del
trattamento
con
ASA
il
tempo
di
emorragia
si
normalizzava
dopo
4
giorni
(96
ore)
in
tutti
i
casi,
mentre
i
test
di
funzionalità
piastrinica
dopo
6
giorni
(144
ore)
oltre
i
quali
non
era
più
possibile
identificare
difetti
della
coagulazione
a
carico
di
tutti
i
volontari.
La
durata
dell'effetto
era
identica
e
indipendente
dalla
dose
sia
per
75
mg/die
che
per
300
mg/die
di
ASA.
Viene
evidenziato
in
modo
chiaro
ed
efficace,
attraverso
una
precisa
misurazione
della
funzionalità
piastrinica,
la
durata
della
tendenza
al
sanguinamento
in
soggetti
che
hanno
sospeso
la
terapia
con
ASA.
Pertanto
è
dimostrato
che
dopo
5
giorni
di
sospensione
è
possibile
programmare
un
intervento
chirurgico
in
sesta
giornata
con
la
certezza
che
l'interferenza
dell'ASA
sulla
funzionalità
piastrinica
è
completamente
esaurita.
Endocrinologia
Deficit
di GH
non
necessita
terapia
con
altezza
età
adulta
Non
è
necessario
trattare
gli
adolescenti
con
deficit
di GH
quando
raggiungono
l'altezza
dell'età
adulta.
Il
trattamento
di
questi
soggetti
rimane
una
sfida:
ricerche
estensive
sugli
effetti
del
deficit
di GH e
della
relativa
terapia
sostitutiva
sulla
qualità
della
vita
nell'adolescenza
e nella
prima
età
adulta
hanno
portato
a
risultati
equivoci,
specialmente
per
quanto
riguarda
i
pazienti
trattati
per
deficit
di GH
con
insorgenza
durante
l'infanzia.
I
pazienti
con
deficit
di GH
trattati
durante
l'infanzia
possono
presentare
densità
ossea,
composizione
corporea,
funzionalità
cardiaca,
forza
muscolare
e
metabolismo
glicidico
e
lipidico
normali,
come
anche
una
normale
qualità
della
vita
quando
raggiungono
un'altezza
adulta.
La
prosecuzione
della
terapia
sostitutiva
per due
anni non
cambia
questi
parametri,
e quindi
tale
terapia
può
essere
sospesa
in
sicurezza
all'atto
della
fusione
epifiseale.
Un
monitoraggio
attento
dovrebbe
determinare
quando
si
sviluppi
la
sindrome
da
deficit
di GH in
età
adulta e
se debba
essere
istituita
una
terapia
sostitutiva.
Se e
quando
il
fenotipo
del
deficit
di GH in
età
adulta
viene
identificato,
può
essere
riconsiderata
l'ipotesi
di una
ripresa
della
terapia,
ma
l'intervallo
di tempo
in cui
ciò
accade
dipende
dal
singolo
paziente,
dalla
gravità
del
deficit
del GH,
dal
livello
di forma
fisica
del
paziente
o anche
dalle
dosi di
ormone
assunte
in
precedenza.
Pertanto,
il
trattamento
del
deficit
di GH
nell'adolescente
in
transizione
dovrebbe
essere
individualizzato.
(J Clin
Endocr
Metab
online
2005,
pubblicato
il 26/4)
Federazione
Italiana
Malattie
dell'Apparato
Digerente
La
Fimad
chiede
al
Governo
un piano
di
azione
per la
gastroenterologia
Stomaco e
intestino
'punto
debole'
degli
italiani.
Sono infatti
ben 10
milioni gli
abitanti del
Belpaese
affetti da
malattie
gastrointestinali.
Ulcere,
gastriti,
esofagiti da
reflusso, ma
anche
malformazioni,
degenerazioni,
infiammazioni
e tumori
dell'apparato
digerente,
colpiscono
un numero
sempre
crescente di
persone e
rappresentano,
in Italia,
la prima
causa di
ricoveri,
con
1.604.055
cittadini
curati negli
ospedali
ogni anno.
Non solo.
Sul piano
epidemiologico,
le malattie
dell'apparato
digerente
rappresentano
in Italia la
seconda
causa di
morte, con
82.127
decessi
l'anno, pari
al 14,7% del
totale delle
morti. In
particolare,
il tumore al
colon retto
rappresenta
la seconda
causa di
morte per
tumore nel
nostro Paese
(12.384
italiani
deceduti, il
7,5% del
totale dei
morti per
cancro),
mentre il
cancro allo
stomaco è la
quarta causa
di morte per
tumore, con
il 6,7% del
totale dei
decessi per
cancro. A
lanciare
l'allarme,
oggi in una
conferenza
stampa a
Roma, è la
Federazione
Italiana
Malattie
dell'Apparato
Digerente (Fimad)
che chiede
un
intervento
concreto al
Governo per
elaborare un
piano di
azione
basato sulla
prevenzione
primaria,
sulla
diagnosi
precoce e
sulla
riorganizzazione
degli
ospedali in
questo
campo.
Alzheimer: terapia genica nuova speranza, bene primi test sull'uomo Kyoto, 26 apr. (Adnkronos Salute) -
Dalla terapia genica nuove speranze contro l'Alzheimer: i primi test sull'uomo sembrano dare risultati promettenti. Uno studio statunitense pubblicato su 'Nature Medicine' dimostra infatti che e' possibile accrescere i livelli del fattore di crescita neuronale (NGF) nel cervello, dimezzando cosi' la velocita' del declino cognitivo. Indagini piu' approfondite su un paziente deceduto hanno inoltre confermato che l'aumento dell'NGF stimola la generazione di nuovi neuroni. ''La terapia genetica con NGF non puo' curare l'Alzheimer, perche' non blocca la formazione delle placche amiloidi da cui dipende la neurodegenerazione - spiega l'autore Mark H. Tuszynski, dell'universita' della California di La Jolla, San Diego - Tuttavia - aggiunge lo scienziato - il rallentamento del declino cognitivo da noi ottenuto e' 10 volte superiore ai benefici osservati con le terapie attuali''. Per questo ''potrebbe essere conveniente combinare la terapia genica con le cure convenzionali, che inibiscono il deposito delle fibre amiloidi''. La fase 1 della sperimentazione clinica ha coinvolto un campione di otto pazienti tra i 54 e i 76 anni: cinque donne e tre uomini, con Alzheimer diagnosticato da almeno due anni. Il protocollo e' stato approvato dopo i risultati positivi di vari test sui primati. Tuszynski, in collaborazione con il Veterans Affairs Medical Center di San Diego e la Rush University di Chicago, ha prelevato cellule cutanee dalla schiena dei malati e le ha modificate geneticamente in modo che producessero NGF. I pazienti sono stati quindi sottoposti ad anestesia generale e le cellule modificate sono state iniettate nella parte anteriore del cervello. L'anestesia totale e' stata adottata dai ricercatori dopo i primi due interventi, in cui avevano utilizzato una semplice sedazione. Ma i movimenti involontari dei malati avevano causato piccole emorragie subcraniali e uno dei due era morto di arresto cardiaco dopo un mese e mezzo. Dopo 22 mesi, i test sui sei pazienti sui quali era stato completato il trattamento hanno rivelato che il declino cognitivo si era ridotto del 51% secondo il Mini-Mental Status Examination e del 55% secondo l'Alzheimer Disease Assessment Scale. Gli esami con la Pet hanno inoltre accertato che l'NGF aveva stimolato la formazione di nuovi neuroni. Nessuno dei malati ha subito effetti collaterali a causa della cura. (Red-Pac/Adnkronos Salute)
Cardiologia.
Infezione
da
H.
pylori
connessa
a
vasculopatie
precoci
L'infezione
cronica
da
Helicobacter
pylori
è
associata
ad
infiammazione
sistemica
e
disfunzione
endoteliale
negli
uomini
di mezza
età
altrimenti
sani. I
medici
dovrebbero
ricercare
i segni
premonitori
di
malattie
cardiovascolari
nei
pazienti
con
gastrite
cronica
o ulcere
gastriche
ripetute,
spesso
causate
da H.
pylori.
Inoltre
andrebbero
ricercati
gli
anticorpi
contro
questo
batterio
nei
soggetti
che, pur
privi
dei
fattori
di
rischio
classici,
presentano
livelli
elevati
di
proteina
C
reattiva
(CRP) o
disfunzioni
endoteliali.
E' stato
iniziato
uno
studio
sull'effetto
della
terapia
eradicativa
su
funzionalità
endoteliale
e CRP
dei
soggetti
sieropositivi
per
H.
pylori.
(J Am
Coll
Cardiol
2005;
45:
1219-22)
Sindrome metabolica troppi casi senza diagnosi
Informazione, efficienza e risorse, questa la strategia proposta dal Sottosegretario alla Salute Cesare Cursi per fronteggiare questa patologia
Risorse
finanziarie,
informazione,
efficienza
del
sistema
sanitario.
Sono
questi
i
punti
chiave
per
la
lotta
alla
sindrome
metabolica
e
alle
altre
'malattie
del
benessere'
secondo
il
sottosegretario
alla
Salute
Cesare
Cursi,
intervenuto
ieri
mattina
al
convegno
sulla
sindrome
metabolica,
in
corso
all'università
Cattolica
del
Sacro
Cuore
di
Roma.
''Per
dichiarare
guerra
ai
grassi
e
all'ipertensione
abbiamo
bisogno
di
risorse'',
ha
affermato
il
senatore
Cursi.
''Con
l'accordo
del
23
marzo
della
Conferenza
Stato-Regioni
-
precisa
- il
Governo
garantisce
88,2
miliardi
di
euro
per
la
sanita''.
Il
problema
delle
risorse,
secondo
il
sottosegretario,
si
affronta
però
anche
riducendo
i
costi
sanitari
attraverso
la
prevenzione
e
l'informazione
ai
cittadini.
''E'
molto
importante,
quindi
- ha
detto
Cursi
- la
collaborazione
dei
medici
di
medicina
generale.
Occorre
favorire
un
migliore
rapporto
tra
i
medici
di
base
e i
pazienti,
ma
anche
tra
gli
stessi
medici
e le
strutture
ospedaliere
del
loro
territorio.
Così
si
potrebbe
evitare,
per
esempio,
l'abnorme
afflusso
ai
pronto
soccorso,
cui
a
volte
le
strutture
non
sono
in
grado
in
rispondere''.
La
'sindrome
metabolica'
è
una
malattia
in
forte
crescita
che
sta
assumendo
le
caratteristiche
di
una
vera
e
propria
epidemia
in
occidente.
In
Italia
colpisce
il
30%
della
popolazione
sopra
i 40
anni
e il
5%
degli
adolescenti,
ma i
casi
'sommersi'
sono
moltissimi.
Sono
troppe
le
mancate
diagnosi,
nonostante
la
malattia
triplichi
il
rischio
di
infarto
cardiaco
e
ictus
cerebrale.
Caratteristiche
di
questa
malattia
e
anche
campanelli
d'allarme
sono,
infatti,
una
serie
di
disturbi
come
l''obesità
centrale'
(circonferenza
vita
superiore
a
102
cm
nell'uomo,
a 88
cm
nella
donna),
livelli
alti
di
trigliceridi,
bassa
percentuale
di
colesterolo
HDL,
ipertensione,
glicemia
a
digiuno
pari
o
superiore
a
110
mg/dl.
Quasi
sempre,
però,
la
presenza
contemporanea
di
questi
fattori
di
rischio
viene
sottovalutata
o
ignorata
dai
pazienti
e a
volte
dagli
stessi
medici.
E
questo
anche
perché
per
la
sindrome
metabolica
valori
come
quelli
dei
trigliceridi
e
della
pressione
sono
inferiori
ai
normali
valori
massimi.
Per
gli
esperti,
quindi,
la
parola
d'ordine
è
l'informazione.
''L'obiettivo
dell'incontro
-
spiega
il
professor
Alfredo
Pontecorvi,
direttore
della
cattedra
di
endocrinologia
della
Cattolica
- è
quello
di
riunire
i
maggiori
esperti
italiani
di
questa
patologia
per
discutere
le
attuali
conoscenze
scientifiche
e i
comportamenti
preventivi.
Non
a
caso
buona
parte
del
convegno
è
dedicata
alle
strategie
terapeutiche
farmacologiche
e
non,
queste
ultime
riguardano
la
modifica
dello
stile
di
vita''.
Secondo
obiettivo,
poi,
''è
avviare
-
aggiunge
Pontecorvi
-
una
campagna
di
informazione
per
i
medici
e
per
l'opinione
pubblica,
per
far
sì
che
vi
sia
una
sempre
maggiore
consapevolezza''.
Secondo
i
dati
illustrati
da
Enzo
Bonora,
docente
di
endocrinologia
all'università
di
Verona,
la
sindrome
metabolica
si
accompagna
a un
rischio
doppio
o
triplo
di
sviluppare
aterosclerosi
carotidea
e
malattie
cardiovascolari
e a
un
rischio
quadruplo
di
sviluppare
il
diabete
mellito
di
tipo
2.
Cuore:
studio
italiano
promuove
intervento
anti-fibrillazione
atriale
Cicatrizzare
le aree
del
cuore
responsabili
del
'cortocircuito'
che
causa
l'aritmia,
per
eliminarla
con un
intervento
in
anestesia
locale.
A
promuovere
l'ablazione
transcatetere
contro
la
fibrillazione
atriale
e' uno
studio
tutto
italiano,
multicentrico,
randomizzato
e
controllato.
La
ricerca,
per la
prima
volta al
mondo,
ha
dimostrato
la
superiore
efficacia
di
questa
tecnica
che
sfrutta
sondini
e
radiofrequenza
invece
dei
farmaci
tradizionali.
La
fibrillazione
atriale
colpisce
circa 2
milioni
di
italiani,
con
60mila
nuovi
casi
l'anno,
e li
espone a
gravi
rischi
per la
salute.
La
ricerca,
presentata
oggi a
Milano,
e' stata
condotta
per un
anno su
137
pazienti
in tre
centri:
a
Maddaloni
(Caserta),
Mirano
(Venezia)
e Cirue'
(Torino)
e gia'
illustrata
in
Florida
all'American
College
of
Cardiology.
''Dallo
studio -
spiega
Giuseppe
Stabile
della
Casa di
Cura S.
Michele
di
Maddaloni
- emerge
che
l'intervento
consente
di far
battere
il cuore
normalmente
a quasi
6
pazienti
su 10
(il
56%),
mentre
con i
farmaci
questo
accade
solo nel
2-9% dei
casi''.
Il
nostro
Paese e'
al primo
posto
nel
mondo
per
numero
di
ablazioni
eseguite
ogni
anno
(circa
3.000 su
un
totale
di
25.000),
ma fino
ad oggi
mancava
una
validazione
scientifica
di
questa
tecnica.
''Il
dato
emerso
dallo
studio
CACAF -
sottolinea
Emanuele
Bertaglia
del
Laboratorio
di
Elettrofisiologia
dell'Azienda
Ulss 13
di
Mirano
(VE) -
e' ancor
piu'
rilevante
considerando
che la
ricerca
ha
coinvolto
pazienti
con
aritmia
molto
severa,
i
peggiori
che
vediamo
in
clinica''.
Lo
studio
ha
confrontato
l'ablazione
con la
terapia
farmacologica
in
pazienti
con
fibrillazione
atriale
da oltre
cinque
anni che
non
avevano
tratto
benefici
dall'uso
di due o
piu'
medicinali.
L'efficacia
dell'ablazione
e' stata
verificata
anche
grazie a
un
elettrocardiogramma
eseguito
quotidianamente
e
trasmesso
attraverso
il
telefono
dai
pazienti
ai
centri
coinvolti.
Cosi',
secondo
Gaetano
Senatore,
responsabile
del
Servizio
di
Aritmologia
dell'Azienda
Sanitaria
Locale 6
di
Cirie',
si e'
potuto
dimostrare
che
l'intervento
e' in
grado di
risolvere
situazioni
cliniche
complesse.
''L'obiettivo
futuro -
conclude
Bertaglia
- e'
arrivare
a curare
questa
aritmia
con la
sola
ablazione,
senza
ricorrere
ai
farmaci
antiaritmici.
Proprio
per
valutare
questa
possibilita'
e' stato
concepito
lo
studio
randomizzato
CACAF 2,
che
coinvolgera'
270
pazienti
in 13
centri
europei.
L'arruolamento
è
iniziato
nel
2004, i
risultati
sono
attesi
per il
2009''.
(Mal/Adnkronos
Salute)
Vaccino
anti-
Epatite
B. Per
quanto
tempo è
efficace?
Il
virus
dell'epatite
B (HBV)
ha varie
modalità
di
diffusione.
Le più
comuni
sono
rappresentate
dal
sangue,
i
contatti
sessuali,
le
ferite
cutanee
o dalla
madre
che
infetta
il
neonato.
Tuttavia
circa il
30%
delle
persone
che
hanno
avuto un
contatto
con
l'HBV,
non ha
fattori
di
rischio
noti e
la
maggior
parte
non
presenta
segni o
sintomi
dell'infezione
che
comunque
può
essere
causa di
epatite
cronica
e
carcinoma
epatico.
I n
Italia i
l
problema
è stato
affrontato
con la
legge n°
165/91,
che ha
sancito
l'obbligatorietà
della
vaccinazione
anti-HBV
per
tutti i
neonati
e, fino
alla
fine del
2003,
per
tutti
gli
adolescenti.
Questa
scelta
era
conseguente
al fatto
che i
vaccini
antiepatite
B sono
efficaci
e l a
durata
della
loro
protezione
contro
l'infezione
è
superiore
ai 10
anni,
anche se
non
esistono
dati a
conferma
di una
loro
persistenza
ed
efficacia
per
tutta la
vita.
|
|
| Infezione da HBV: aspetti clinici e serologia |
|
|
L'acquisizione
di
questa
informazione
mancante
è
essenziale
per
programmare
dosi di
richiamo
nei
soggetti
vaccinati
ed è
l'obiettivo
di
questo
studio
in cui è
stata
rilevata
la
persistenza
degli
anticorpi
e il
livello
di
protezione
contro
l'HBV in
una
popolazione
di 1578
nativi
dell'Alaska,
vaccinati
dopo i 6
mesi di
vita e
monitorizzati
annualmente
per i
livelli
di
anticorpi
fino a
11 anni
e nel
53% (841
soggetti)
con test
ripetuti
a 15
anni.
I
risultati
hanno
dimostrato
una
riduzione
progressiva
e
geometrica
della
concentrazione
di
anticorpi
che è
passata
da 822
mIU/mL
dopo la
vaccinazione
a 27 mIU/mL
dopo 15
anni. La
persistenza
dei
livelli
più
elevati
di
anti-HBs
era
correlata
all'età
di
vaccinazione
più
avanzata
e al
sesso
maschile
e previa
correzione
dei dati
per
questi
due
fattori,
i
soggetti
vaccinati
tra i 6
mesi e i
4 anni
di età
avevano,
dopo 15
anni, i
livelli
di
anticorpi
più
bassi.
In 16
soggetti
venne
identificata
una
infezione
intercorrente
asintomatica
che
interessava
maggiormente
coloro
che non
avevano
avuto
una
risposta
al
vaccino
rispetto
a quelli
che
avevano
risposto
( P
=0.01
)
e
in due
soggetti
era
presente
viremia.
Lo
studio
mette in
evidenza
che:
-
Esiste
una
forte
protezione
della
vaccinazione
contro
l'infezione
da
HBV
dopo
15
anni
in
tutti
i
gruppi
di
età.
-
Il
tasso
di
anticorpi
è
più
basso
nelle
persone
vaccinate
prima
dei
4
anni
di
vita,
nelle
quali
potrebbe
essere
utile
una
dose
di
richiamo.
-
Esiste
un
piccolo
gruppo
di
soggetti
vaccinati
che
hanno
contratto
un'infezione
asintomatica
e
senza
complicanze
Il
limite
di
questa
ricerca
deriva
dai dati
incompleti.
Infatti
circa il
50%
della
popolazione
vaccinata
si è
persa
nel
follow-up
a 15
anni.
Cuore:
l'intervento
non ha piu'
eta':
l'esperienza
del
policlinico
Tor Vergata
di Roma.
L'intervento
al cuore non
ha più età,
e teme
sempre meno
fattori di
rischio
quali
diabete,
ipertensione
arteriosa,
dislipidemie,
fumo,
insufficienza
respiratoria
e renale,
obesità e
malattia
vascolare
multidistrettuale.
Per chi è
affetto da
una di
queste
patologie ed
è avanti
negli anni,
gli
interventi
al cuore non
sono più un
tabù. La
chirurgia
cardiaca,
infatti, non
sembra avere
più
controindicazioni
assolute,
anzi la
qualità e
l'affidabilità
dei suoi
risultati
pare possano
estendersi a
categorie di
pazienti
sempre
ampie. E'
quanto
emerge da
uno studio
del centro
di
cardiochirurgia
dell'università
di Tor
Vergata di
Roma,
diretto dal
professor
Luigi
Chiariello,
che traccia
le
caratteristiche
cliniche
della
popolazione
di pazienti
sottoposti a
chirurgia
coronarica
nel centro
capitolino
negli ultimi
dieci anni,
fra il 1994
e il 2004,
rilevando
come siano
nettamente
modificate.
L'età media
dei pazienti
è passata da
63 a 67
anni, con
limite
superiore di
età non più
di 79 ma ben
90 anni. I
diabetici
sottoposti
ad
intervento
passano dal
25 al 31%;
con
insufficienza
respiratoria
dal 3 al
20%; con
ridotta
funzione
contrattile
cardiaca dal
15 al 30%;
con obesità
dall'11 al
19% e quelli
con
aumentato
rischio
operatorio,
ovvero con
'score' di
rischio
elevato,
passano dal
20 al 42%.
Aumentano
anche gli
interventi
in 'rosa':
le donne in
sala
operatoria
per
interventi
coronarici
sono passate
dal 16 al
25%.
Nonostante
l'estensione
delle
indicazioni
del bypass
coronarico a
categorie
sempre più
rischiose di
pazienti, la
mortalità
operatoria
non è
aumentata,
ha avuto
anzi,
nell'esperienza
della
cardiochirurgia
del
Policlinico
TorVergata,
un
progressivo
declino.
Nell'indagine
nazionale
diffusa
dall'Istituto
Superiore di
Sanità sui
risultati
della
rivascolarizzazione
miocardica
nei centri
di
cardiochirurgia
in Italia -
ricorda
l'istituto
romano in
una nota -
la mortalità
del Centro
di
Cardiochirurgia
di
TorVergata è
stata dello
0.84%
rispetto
alla media
nazionale
del 2.61%. (Red-Ile/Adnkronos
Salute)
Anziani:
troppo acido folico nella
dieta accelera
declino
cognitivo
Negli
anziani l'acido
folico accelera
il declino delle
funzioni
cognitive, fino
a raddoppiarlo
se le quantita'
assunte nella
dieta sono molto
alte. Lo rivela
uno studio
statunitense
pubblicato sugli
'Archives of
Neurology'. La
ricerca svela
inoltre che la
vitamina B12 ha
invece un
effetto
protettivo sulle
capacita' di
ragionamento e
sulla memoria.
''Adesso -
commenta
l'autrice,
Martha Clare
Morris della
Rush University
di Chicago -
sono necessari
ulteriori studi
per determinare
i meccanismi per
cui, nella terza
eta', l'acido
folico diventa
un 'nemico' del
cervello,
nonostante
nell'accrescimento
embrionale sia
necessario per
un corretto
sviluppo del
sistema nervoso''.
Il campione
esaminato, in
collaborazione
con i Centers
for disease
control and
prevention (Cdc)
di Atlanta, era
costituito da
3.700
ultra65enni le
cui funzioni
cognitive sono
state valutate
all'inizio, dopo
tre anni e dopo
sei, con quattro
diversi tipi di
test.
Durante
ognuno dei tre
controlli
periodici sono
state
determinate le
quantita' di
acido folico e
di vitamina B12
ingerite e i
partecipanti
allo studio sono
stati suddivisi
in cinque
gruppi, in base
al consumo delle
due sostanze.
L'analisi
mostrato che chi
assumeva
maggiori
quantita'
giornaliere di
acido folico
(742
microgrammi)
aveva un rischio
due volte
superiore di
declino
cognitivo
rispetto a chi
ne assumeva
quantita' minime
(186
microgrammi). Il
composto aveva
inoltre effetti
negativi sul
cervello, sia se
presente in alte
concentrazioni
nella dieta sia
se veniva
assunto come
integratore in
quantitativi
superiori a 400
microgrammi al
giorno. Invece,
un alto consumo
di vitamina B12
(20 microgrammi
al giorno)
riduceva il
declino delle
funzioni
cognitive. In
particolare nei
piu' anziani:
dopo gli 80 anni
abbassava la
probabilita' del
25%. (Red-Pac/Adnkronos
Salute
Neurologia.
Ictus: scarso
controllo pressorio
aumenta il rischio
Circa la metà di tutti i
primi ictus in pazienti
sottoposti a trattamento
per ipertensione
potrebbero venire
attribuiti ad un
controllo pressorio
inadeguato. Gli altri
fattori di rischio
comprendono età
avanzata, diabete e fumo
di sigaretta. I dati del
presente studio
dimostrano che la
cosiddetta "regola delle
metà", che significa che
la metà dei casi di
ipertensione vengono
rilevati, di questi la
metà vengono trattati ed
ancora la metà sono
adeguatamente
controllati, descritta
per la prima volta nel
1972, è ancora valida.
Le differenze
nell'intervallo libero
da ictus fra soggetti
ipertesi con pressione
controllata o
scarsamente controllata
sono inizialmente solo
minori, ma tendono ad
aumentare con il tempo.
Un controllo adeguato
dell'ipertensione
potrebbe pertanto
prevenire una
proporzione sostanziale
di primi ictus fra i
pazienti ipertesi
trattati. (Stroke
2005; 36: 725-30)
Rinite
allergica stagionale:
steroidi inalatori superano
antistaminici
Nei
pazienti con rinite allergica,
sia gli steroidi per via
inalatoria che gli antistaminici
per via orale aumentano
significativamente il flusso
aereo nasale, ma il
miglioramento risulta superiore
con i primi. I corticosteroidi
per via intranasale dovrebbe
dunque costituire il trattamento
d'elezione per l'ostruzione
nasale correlata alla rinite
allergica stagionale. Fra i
soggetti trattati con i due
trattamenti non vi sono
differenze significative per
quanto riguarda la variabile
soggettiva della scala
sintomatica, con particolare
riguardo per l'ostruzione
nasale, o nella qualità della
vita: i pazienti hanno riportato
che entrambi i trattamenti hanno
ridotto i sintomi della rinite
allergica e migliorato la
qualità della vita. Comunque,
parametri soggettivi ed
oggettivi non sempre sono in
correlazione. Le differenze
osservate nel presente studio
probabilmente riflettono le
dimensioni limitate del
campione, gli scarsi
quantitativi pollinici per la
stagione esaminata e l'aumento
della variabilità nei parametri
soggettivi rispetto a quelli
oggettivi. (Arch Otolaryngol
Head Neck Surg 2005; 131:
223-8)
Ipertiroidismo
subclinico correlato a fibrillazione
atriale
Il
Birmingham Elderly Thyroid Study ha
valutato 5784 pazienti di età
superiore a 65 anni senza storia di
problemi tiroidei ed ha trovato che
il 2,2 % aveva un ipertiroidismo
subclinico.
Oltre
il 10 % di questi pazienti con
ipertiroidismo aveva fibrillazione
atriale, contro meno del 5% di
quelli con funzione tiroidea
normale. E' quanto è stato riferito
al annuale congresso della Società
Inglese di Endocrinologia tenutosi
in Harrogate nel Nord
dell'Inghilterra. Benchè tale
correlazione fosse già nota questo è
il primo studio su soggetti con
anamnesi negativa per problemi
tiroidei. Jayne Franklin, docente
all' Università di Birmingham ha
dichiarato: " I disordini subclinici
della tiroide sono comuni
nell'anziano, e lo studio dimostra
che questi possono avere importanti
conseguenze cardiache. Tuttavia non
è ancora ben chiaro se il
trattamento dell'ipertiroidismo
subclinico possa prevenire lo
sviluppo della fibrillazione atriale.
Abbiamo bisogno di ulteriori studi
per capire se questo trattamento può
essere veramente efficace
nell'anziano."
Troponina I predice mortalità complessiva e complicazioni cardiovascolari Lievi e transitori rialzi della troponina I con un valore soglia di 0,1 ng/ml sono associati ad un aumento della mortalità complessiva e delle complicazioni cardiovascolari. Il valore prognostico di un lieve rialzo della troponina I cardiospecifica (cTnI) era finora scarsamente definito, il che poteva rendere difficile l'interpretazione di questo dato, e vi sono scarsi dati in proposito nell'ambito della popolazione generale. Nei pazienti ricoverati in ospedale, invece, tali rialzi possono essere considerati marcatori di morbidità e mortalità sia complessive che cardiovascolari. Al contrario dei casi con lieve rialzo dei livelli di cTnI ed anomalie evidenziate negli studi di imaging del cuore, che presentano un aumento del rischio di eventi cardiovascolari maggiori e morte, i pazienti con imaging del cuore normale presentano lo stesso livello di rischio dei soggetti di controllo, il che suggerisce che l'imaging del cuore può aiutare nell'ulteriore stratificazione del rischio in questi casi. (Arch Pathol Lab Med. 2005; 129: 474-80)
Aspirina
meglio di warfarin per la stenosi
arteriosa intracranica
Lo “scoperta”, riportata sul
New England Journal of
Medicine (Chimowitz et al,
2005;352:1305-16), si basa
sullo studio di 569 pazienti
con stenosi arteriosa
intracranica sintomatica
(attacco transiente
ischemico o stroke) trattati
in maniera “randomizzata”
con warfarin (target di INR
= 2.0-3.0) o con aspirina
(1300 mg/die).
Lo studio, conosciuto come WASID (Warfarin-Aspirin Symptomatic
Intracranial Disease), è stato
interrotto anticipatamente per motivi di
sicurezza riguardanti i pazienti trattati con warfarin. Durante un
periodo medio di follow-up di 1.8 anni,
l’endpoint primario (stroke ischemico,
emorragia cerebrale, o morte per cause
vascolari) risultava lo stesso nei due
gruppi, intorno al 22%. Rilevanti
differenze tra i due gruppi di
trattamento esistevano invece se si
consideravano gli effetti avversi.
Morte,
emorragia maggiore, infarto del
miocardio o morte improvvisa si
verificavano più frequentemente in modo
significativo tra i pazienti trattati
con warfarin rispetto ai pazienti
trattati con aspirina. Inoltre, mentre
la percentuale di morte per cause
vascolari era equivalente nei due
gruppi, il gruppo dei pazienti trattati
con warfarin aveva una più alta
percentuale di pazienti deceduti per
cause non vascolari.
Gli autori concludono che l’uso di warfarin piuttosto che aspirina in
pazienti con stenosi arteriosa
intracranica sintomatica non è
supportato dai risultati ottenuti dallo
studio WASID.
Nell’editoriale di commento il Dr. Walter Koroshetz, del Massachusetts
General Hospital di Boston, sottolinea
che i dati forniti dallo studio WASID
indicano che warfarin non è superiore a
1300 mg di aspirina in uno studio di
popolazione. Occorre però tenere in
considerazione che il tempo trascorso
nel range del target di INR con warfarin
non è adeguato e ulteriori studi
sull’utilizzo attentamente controllato
di anticoagulanti sono pertanto
giustificati.
|
|