Archivio News Scientifiche 2006 - 2

Come ottimizzare la qualità delle cure nella polmonite acuta?

Per una migliore diagnosi: Indice di gravità della polmonite
Il fatto che i medici tendano a sovrastimare la gravità della polmonite acuta può essere spiegato da un eccessivo timore di decesso in pazienti che tuttavia non presentano fattori di rischio particolarmente allarmanti. Questo atteggiamento determina il ricorso troppo frequente e ingiustificato al ricovero ospedaliero, con ovvie conseguenze sui costi di questa patologia.
Questi motivi hanno di recente portato all'elaborazione di un Indice di gravità della polmonite [Pneumonia Severity Index] la cui corretta applicazione dovrebbe contribuire ad identificare con una migliore approssimazione i pazienti realmente bisognosi di assistenza ospedaliera e a selezionare quelli a basso rischio, candidati ad un trattamento ambulatoriale.
I pochi studi in letteratura sull'argomento indicano, infatti, che, dopo una corretta selezione dei pazienti, il ricorso a un trattamento ambulatoriale determina esiti sovrapponibili a quelli ottenuti con il ricovero ospedaliero, sia dal punto di vista prognostico sia dal punto di vista della soddisfazione del malato.

Dalle linee-guida alla pratica clinica: uno studio
Se questa strada ha portato alla definizione di linee-guida per la cura della polmonite acuta, sia in ambiente ospedaliero sia ambulatoriale, ha tuttavia lasciato aperto il problema dall'applicazione di questa strategia nella pratica medica. Negli USA, per esempio, la qualità delle cure per i malati di polmonite resta ancora insufficiente, così come risulta tuttora largamente carente la adozione di protocolli diagnostico-terapeutici evidence-based .
Tre strategie di implementazione di corrette linee-guida per la cura della polmonite sono state recentemente sottoposte a giudizio in uno studio che ha coinvolto 32 Dipartimenti di Emergenza ospedalieri nordamericani, per verificare se gli sforzi effettuati per l'educazione del personale e l'adozione di comportamenti corretti si traducesse in una applicazione più efficace delle linee-guida nella pratica clinica.
Gli interventi educazionali - classificati rispettivamente a bassa, media ed alta intensità - sono stati intrapresi un anno prima dell'arruolamento dei pazienti. Al termine dello studio, sono stati utilizzati come indici di efficacia dell'intervento la percentuale di pazienti a basso rischio trattati per via ambulatoriale (e quindi non ricoverati in ospedale) e la corretta applicazione di tutte le tappe dell'iter diagnostico previsto dal protocollo. Sono stati invece considerati come indici di sicurezza : mortalità, necessità di un successivo ricovero per i pazienti trattati ambulatorialmente e complicanze insorte nei pazienti ricoverati.

Risultati e conclusioni dello studio
I risultati ottenuti dalla analisi di oltre 3000 individui mostrano che laddove viene applicata una strategia educazionale ad intensità medio-alta una percentuale significativamente superiore di pazienti a basso rischio viene trattata per via ambulatoriale; inoltre, nei centri sottoposti ad una strategia di apprendimento ad alta intensità, l'aderenza alle linee-guida è risultata nettamente migliore con l'attuazione di tutti gli step diagnostico-terapeutici preventivati nel protocollo di cura, sia nei pazienti ambulatoriali sia in quelli ricoverati.
D'altra parte, la mortalità e le complicanze non sono risultate significativamente diverse nei vari gruppi, malgrado nei Centri caratterizzati da un intervento educazionale di alta intensità la percentuale di pazienti trattati ambulatorialmente sia stata nettamente più elevata.
Infine, malgrado le diverse strategie di implementazione delle linee-guida nella pratica clinica, non sono state osservate differenze significative fra i vari gruppi per una serie di outcome significativi, fra i quali il ricorso al ricovero ospedaliero provocato dal fallimento del trattamento ambulatoriale, i tempi necessari per la guarigione e il ritorno alle normali attività della vita quotidiana e, infine, il grado di soddisfazione dei pazienti.

A cura di Giancarlo Bausano 

Nuove linee guida per la prevenzione di un secondo ictus

L'AHA e la ASA hanno creato nuove linee guida per la prevenzione di un secondo ictus in pazienti che hanno già avuto un ictus ischemico o un TIA.
Dato l'invecchiamento della popolazione e la variazione di altre caratteristiche sociodemografiche, il numero di ictus nuovi e recidivanti è destinato ad aumentare drammaticamente nei prossimi 50 anni: l'evento che più di frequente minaccia la qualità della vita di un paziente che è sopravvissuto ad un ictus consiste proprio in un secondo ictus, che potrebbe causare un'ulteriore disabilità o la morte.
Circa un terzo degli ictus sono casi di recidiva, ed il rischio di recidiva o di TIA nei pazienti sopravvissuti ad ictus raggiunge il 40 percento in cinque anni.
Il trattamento di queste due condizioni è intercambiabile: entrambe infatti aumentano il rischio di un ictus susseguente, ed entrambe richiedono iter diagnostici e trattamenti similari.
Altre fonti differenziano le due condizioni, ma gli autori suggeriscono di considerare i TIA alla stessa stregua degli ictus.
I dati clinici considerati nelle nuove linee guida raccomandano fortemente contro l'uso della HRT.
Nei soggetti con ictus ischemico non cardioembolico o TIA, sono raccomandati agenti antipiastrinici in luogo degli anticoagulanti orali onde ridurre il rischio di ictus recidivante ed eventi cardiovascolari. (Stroke. 2006; 37: 577-617)

Colon irritabile: aumentate risposte cerebrali a stimoli enterali subliminali

I pazienti con colon irritabile presentano una maggiore sensibilità del circuito neurale sensorio viscerale in risposta a stimoli subliminali rispetto ai soggetti sani. I test sull'ipersensibilità viscerale erano stati finora basati sugli stimoli percepiti, ma dato che è stato recentemente dimostrato che gli stimoli subliminali vengono registrati nella corteccia cerebrale, è ora possibile valutare i neurocircuiti intestinali senza l'effetto dei processi cognitivi. I risultati del presente studio dimostrano obiettivamente l'esistenza dell'ipersensibilità nervosa in questi pazienti, e pertanto aiutano a discernerne e definirne le componenti fisiopatologiche diverse. Non è ancora noto se le variazioni nella percezione viscerale e nella risposta autonomica siano causate davvero da fattori emozionali e cognitivi che alterino la modulazione centrale del dolore, o se l'ipersensibilità viscerale sia specifica del colon irritabile o compaia anche in altri tipi di disordini funzionali. (Gastroenterology 2006; 130: 26-33 e 267-9)

s. J. Hepatol. 2000; 33: 485-504.

Sovraccarico ferrico nell'emocromatosi


L’emocromatosi è un disordine ereditario che deriva da un’alterazione congenita del metabolismo del ferro che conduce ad un accumulo marziale nelle cellule parenchimali epatiche, pancreatiche e cardiache.
Quando fenotipicamente espressa appieno, la malattia è caratterizzata da alterata funzione e struttura degli organi bersaglio.
La forma comune di questa malattia è dovuta ad un’omozigosi per la mutazione C282Y nel gene HFE.
Tuttavia sono state descritte altre forme ereditarie non legate alla mutazione dell’HFE. Si riconoscono quattro stadi del disordine: la predisposizione genetica, il sovraccarico ferrico senza sintomi (circa 2-5 grammi di ferro totali), quello con sintomi precoci, e quello con danno d’organo (soprattutto cirrosi).
L’obiettivo della terapia è quello di interrompere il progressivo accumulo di ferro e di rimuovere il metallo già depositato.
 
 
A) Mezzi
Il salasso settimanale di 400-500 mL rappresenta una procedura terapeutica cardine e il regime viene protratto sino ad ottenere una saturazione della transferrina inferiore al 30% e una ferritinemia minore di 20-50 microgrammi/L.
Segue un regime di mantenimento la cui “aggressività” dipende dal ritmo di riaccumulo del metallo.
Una dieta strettamente sideropenica non deve essere perseguita anche se è consigliabile limitare l’introito di carni rosse e vini ad alto contenuto di ferro. Devono ovviamente essere evitati i supplementi ferrici e deve essere limitato l’uso di vitamina C che facilita l’assorbimento di ferro bivalente.
Una terapia con sostanze chelanti (desferrioxamina) infuse per un prolungato periodo sottocute è poco praticabile e il suo uso è ristretto ai rari casi con controindicazione assoluta ai salassi.
 
 
B) Tolleranza
Il trattamento viene tollerato in maniera eccellente sia dal punto di vista clinico che ematologico.
Come per altri trattamenti cronici, tuttavia, vi sono delle relative problematiche rappresentate dalla lunghezza del trattamento e dalla immediata astenia che consegue allo stesso, dalla sua monotonia e dalla interferenza (per altro modesta) con l’attività personale o professionale.

C) Efficacia
Sul sovraccarico ferrico l’effetto del trattamento è costante ed eccellente.
Sulla sopravvivenza: questa, come ripetutamente dimostrato, è strettamente correlata alla assenza di cirrosi, diabete e cardiopatia clinicamente manifesta al momento della diagnosi.
In questi casi la terapia è assolutamente efficace; va però notato che anche nei casi con severa manifestazione fenotipica la rimozione dell’eccesso di ferro può condurre ad un miglioramento clinico talora drammatico (valga come esempio la segnalazione della regressione significativa dell’ipertensione portale nei casi che già presentavano questa complicanza alla diagnosi).
Il trattamento ottiene un ottimo risultato sulla astenia (55%), sulla iperpigmentazione cutanea (68%), sul dolore addominale (68%) e sulla ipertransaminasemia (73%). Un’efficacia minore viene riportata per le artralgie (30%), per il diabete non insulino-dipendente o per un’alterata tolleranza glicidica (40%), sui segni cardiaci (34%) e sulla fibrosi epatica non avanzata.
Il trattamento viene considerato di scarsa efficacia qualora il paziente presenti impotenza (19% dei casi) da ipogonadismo ipogonadotropo.
Il trattamento è inefficace sia nell’indurre la regressione di una cirrosi qualora essa sia presente alla diagnosi, che nel prevenire la sua complicanza più temibile rappresentata dal carcinoma epatocellulare.
 
 
D) Trattamento sintomatico delle complicazioni viscerali.

Artropatia:
i farmaci infiammatori non steroidei possono avere una significativa efficacia; di converso però il quadro artritico può comparire e/o peggiorare anche dopo che sia stata ottenuta una completa rimozione del sovraccarico ferrico.
Impotenza: l’uso degli androgeni che avrebbero un ovvio effetto positivo trova precisa controindicazione in caso di fibrosi epatica dato il loro potenziale oncogenico ripetutamente riportato.
Complicanze epatiche: l’uso di alcoolici deve essere fortemente scoraggiato, soprattutto qualora sia già presente cirrosi epatica; in particolare è stato dimostrato che il concomitante abuso alcoolico anticipa la comparsa e aggrava l’espressione fenotipica della malattia. L’ipertensione portale risente del trattamento usuale endoscopico e/o con beta-bloccanti; come sopra riportato, tuttavia, il trattamento sideropenizzante può indurre un drammatico miglioramento dell’ipertensione portale stessa.
Diabete: la rimozione ferrica influenza positivamente il bilancio glicidico; nei casi con diabete insulino-dipendente si può osservare una significativa riduzione del fabbisogno insulinico in un terzo circa dei casi.
Cuore: il trattamento sintomatico è in genere efficace anche se la cardiomiopatia da sovraccarico ferrico, presente solo nei casi avanzati, rimane attualmente un problema terapeutico rilevante.
Rimangono tuttavia delle problematiche specifiche e delle incertezze.
L’artrite distruttiva, la cirrosi e il diabete insulino-dipendenti sono irreversibili.
Anche tra i segni precoci la astenia può rimanere insensibile al trattamento nel 40% dei casi e nel 50% può mancare un miglioramento del quadro artralgico.
Di quest’ultimo occorre ribadire da un lato la possibile comparsa durante o dopo il trattamento e dall’altra il possibile peggioramento nel 20% dei casi malgrado una rimozione ferrica del tutto efficace.
Il trattamento con salassi può essere meno aggressivo, come frequenza e come quantità, nei casi con sovraccarico marziale di entità meno rilevante.
L’inizio del trattamento viene riservato generalmente ai soggetti di età superiore a diciotto anni; va tuttavia notato che sono veramente rari i pazienti con malattia fenotipicamente completamente espressa di età inferiore ai 35 anni.

Bibliografia
EASL International Consensus Conference on Hemochromatosi

 

Terapia dello scompenso cardiaco cronico

Lo scompenso cardiaco è la più importante causa di ricovero e di morte negli anziani (Arch Intern Med 2004, 164: 709) e richiede una politerapia che comporta un costante monitoraggio della risposta clinica, della compliance, dei possibili effetti collaterali e delle interazioni tra farmaci usati per patologie coesistenti (Ann Intern Med 2005, 142: 132 ; Eur J Heart Fail 2005, 7: 710).
Sintomi e stadio di malattia consentono al medico di medicina generale di personalizzare la cura con interventi non farmacologici e farmacologici a domicilio del paziente.

Interventi non farmacologici
Sintomi e stadi clinici
Farmaci per la cura extraospedaliera

Interventi non farmacologici
Gli interventi non farmacologici per la cura dello scompenso cardiaco comprendono la riduzione dell'apporto di sodio nella dieta a 5-6 grammi di cloruro di sodio/die (= 2-2,5 gr di Na) limitando il consumo dei cibi salati, la restrizione idrica a meno di 2 litri di acqua/die soprattutto in caso di iponatremia, la restrizione calorica e di grassi nella dieta in caso di sovrappeso, la limitazione del consumo di alcolici, l'astensione dal fumo di tabacco, la pratica regolare di un'attività fisica compatibile con le condizioni del paziente, il monitoraggio della pressione arteriosa e il trattamento di un'eventuale sindrome delle apnee notturne associata.
I fattori di rischio per malattia coronarica devono essere trattati in modo aggressivo poiché gli episodi ischemici e le loro recidive possono determinare un'importante progressione dell'insufficienza cardiaca.
Il paziente e i suoi familiari devono essere educati a riconoscere i sintomi dell'insufficienza cardiaca e delle sue riacutizzazioni, a misurare quotidianamente il peso corporeo, a seguire la terapia ed a sottoporsi ai monitoraggi prescritti.

Sintomi e stadi clinici
I sintomi e segni dell'insufficienza cardiaca si possono suddividere in quelli dipendenti da:

  • Insufficienza cardiaca sinistra e stasi polmonare (rantoli polmonari, dispnea da sforzo, spesso aggravata dalla posizione supina, dispnea parossistica notturna e infine dispnea a riposo, tachipnea, ecc)
  • Insufficienza cardiaca destra e stasi venosa sistemica (edemi periferici, turgore delle vene giugulari, epatomegalia, ascite, ecc.)
  • Ridotta portata cardiaca (astenia, ridotta tolleranza allo sforzo, tachicardia, ipotensione, polso alternante, ridotta pressione differenziale, compromissione del sensorio, ecc). L'evoluzione a shock cardiogeno è di solito causata da un'infarto miocardico e si manifesta con ipotensione arteriosa associata a segni di ipoperfusione tissutale quali estremità fredde e marezzate, obnubilamento del sensorio ed oliguria fino all'anuria.

E' comunque importante rilevare che almeno il 20% dei pazienti con disfunzione ventricolare sinistra (frazione di eiezione inferiore al 40% valutata mediante ecocardiografia) è asintomatico e non presenta segni clinici di insufficienza cardiaca.
Gli stadi clinici dello scompenso cardiaco in base ai sintomi sono riportati in tabella 1, secondo la nuova classificazione dell' American College of Cardiology (ACC) e American Heart Association (AHA) pubblicata nel 2001, comparata con la precedente classificazione della New York Heart Association (NYHA).

Farmaci per la cura extraospedaliera
Le classi di farmaci utilizzati nella terapia dell'insufficienza cardiaca cronica comprendono:

  • inibitori del sistema renina-angiotensina-aldosterone (ACE-inibitori, sartani, antagonisti dell'aldosterone)
  • beta-bloccanti (beta1-selettivi, tipo bisoprololo e metoprololo, e non selettivi con attività alfa-bloccante tipo carvedilolo)
  • diuretici (diuretici dell'ansa, tiazidici e simil-tiazidici, risparmiatori di potassio)
  • glicosidi digitalici (digossina)
  • vasodilatatori diretti (nitrati inorganici, nesiritide, idralazina, calcioantagonisti)
  • inotropi positivi endovenosi (dobutamina, dopamina, inibitori della fosfodiesterasi), di impiego ospedaliero
  • terapie accessorie: anticoagulanti, antiaggreganti piastrinici, antiaritmici.

Nei pazienti con scompenso cardiaco gli ACE-inibitori tipo enalapril associati ai beta-bloccanti beta1selettivi tipo bisoprololo rappresentano la terapia d'elezione capace di garantire una protezione d'organo e di ridurre i ricoveri e la mortalità (Circulation 2005, 112: 2426-2435). Tuttavia molti pazienti con scompenso cardiaco cronico non vengano ancora trattati con questa terapia combinata (Eur Heart J 2005, 26: 1653-9).
Nei pazienti che non tollerano gli ACE-inibitore a causa di tosse o angioedema, si possono utilizzare i sartani, antagonisti dei recettori dell'angiotensina (NEJM 2001, 345: 1667-75).
L'impiego dei beta-bloccanti di norma deve essere iniziato a basse dosi crescenti e quando i pazienti sono emodinamicamente stabili. Col loro uso nel 10% dei pazienti stabili può manifestarsi un iniziale peggioramento dell'insufficienza cardiaca che può essere gestito aumentando la dose dei diuretici o riducendo la dose del beta-bloccante. Le controindicazioni all'uso dei beta-bloccanti comprendono asma bronchiale, broncopneumopatia cronica ostruttiva con broncospasmo, bradicardia sintomatica, blocco atrio-ventricolare, diabete in insulinoterapia con frequenti episodi ipoglicemici.

I diuretici dell'ansa tipo furosemide e i diuretici tiazidici sono indicati nei pazienti con scompenso cardiaco sintomatici (Drugs 1998, 55: 167-72). La resistenza alla terapia diuretica manifestata con oliguria può essere superata mediante la sostituzione con diuretici più biodisponibili (es.: torasemide o acido etacrinico invece di furosemide), le associazioni tra diuretici (es.: metalazone e furosemide) o la somministrazione endovenosa di diuretici dell'ansa (es.: furosemide 75 mg in bolo unico ev oppure in fleboclisi 10-40 mg/h).

L'uso, associato agli altri diuretici, degli antagonisti dell'aldosterone come lo spironolattone ha dimostrato di aumentare la sopravvivenza nei pazienti con insufficienza cardiaca in classe NYHA IV (NEJM 1999,341:709-17), ma richiede un monitoraggio per il rischio di iperkaliemia.

La digossina aumenta la contrattilità miocardica per la sua azione inotropa positiva e perciò viene indicata nei pazienti con ridotta frazione di eiezione che rimangono sintomatici nonostante una terapia con diuretici e ACE-inibitori e nei pazienti con fibrillazione atriale o con episodi di tachiaritmia sopraventricolare. La digossina può migliorare la sintomatologia e prevenire i ricoveri dei pazienti con scompenso cardiaco ma non migliora la loro sopravvivenza (NEJM 1997, 336: 525-33) e necessita di un controllo della digossinemia dopo 7-10 giorni in pazienti con insufficienza renale o politerapie interagenti con la digossina.

I nitrati sono utili in caso di angina e come l'idralazina e la nesiritide sono utili nella terapia dello scompenso cardiaco acuto, ma nello scompenso cronico è maggiore l'efficacia degli ACE-inibitori (NEJM 1991, 325:303-10) e dei sartani (J Am Coll Cardiol 2002, 40: 1414-21).

I calcioantagonisti tipo amlodipina sono indicati nella terapia dello scompenso cardiaco cronico ma solo in caso di condizioni associate come l'angina refrattaria ai nitrati o l'ipertensione arteriosa persistente.

La terapia anticoagulante orale (TAO) è indicata nei soggetti con scompenso cardiaco e fibrillazione o flutter atriale o embolia pregressa (J Am Coll Cardiol 1998, 31: 749-53). L'antiaggregazione piastrinica con acido acetilsalicilico appare un'utile alternativa alla TAO ma può diminuire l'efficacia degli ACE-inibitori (Am Heart J 1999, 138: 193-7) per cui è in studio l'efficacia della sua sostituzione con clopidogrel.

L'ossigenoterapia con lo scopo di aumentare la pressione parziale di ossigeno viene indicata quando la saturazione di ossigeno, misurata mediante ossimetro, risulta inferiore a 90% ed è di solito somministrata mediante un concentratore di ossigeno per via nasale ad un flusso di 2-3 litri/minuto (NEJM 2004, 350: 2689).

La morte improvvisa è causa del 40-50% dei decessi nei pazienti con scompenso cardiaco ed è attribuibile ad aritmie ventricolari, bradiaritmie, blocchi atrio-ventricolari ed eventi coronarici acuti.

I beta-bloccanti prevengono il 40-50% dei casi di morte improvvisa (Am J Cardiol 1999, 84: 94-102) per cui rappresentano una terapia essenziale dello scompenso cardiaco cronico.

Infine, nei pazienti con scompenso cardiaco cronico in politerapia è necessaria cautela nell'uso di antidepressivi triciclici, carbamazepina, clozapina, litio, farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), corticosteroidi e beta2-agonisti per via sistemica, calcioantagonisti tipo verapamil e diltiazem, antiaritmici di classe I e III, metformina, cilostazolo per evitare effetti collaterali dannosi (Eur J Heart Fail 2004, 6: 235).

A cura di Mauro Marin

Insufficienza cardiaca e broncopneumopatia cronica ostruttiva

La dispnea a riposo e da sforzo è un sintomo frequente di molte malattie fra le più comuni. In particolare scompenso cardiaco e broncopneumopatia cronica ostruttiva condividono, oltre alla dispnea, altri segni e sintomi che rendono spesso non facilmente distinguibili le due forme morbose almeno nel corso di una prima valutazione, come in occasione di una visita presso lo studio del medico di Medicina Generale o nel ricorso in Pronto Soccorso Ospedaliero. Nella valutazione più approfondita, con la consulenza di un medico specialista cardiologo e/o con l'ausilio di un esame ecocardiografico (esame però non sempre facilmente ottenibile in modo adeguato e soddisfacente in un soggetto broncopneumopatico cronico), la diagnosi differenziale viene per solito sempre completata, considerando comunque che le due patologie possono essere contemporaneamente presenti e determinare in misura combinata segni e sintomi presenti nel paziente esaminato.

Un recente studio pubblicato sul British Medical Journal , eseguito con la collaborazione di 51 studi di assistenza medica primaria, ha cercato di fornire alcuni elementi utili per una valutazione differenziale tra le due forme morbose, ottenibili facilmente nella pratica medica generale quotidiana, senza l'ausilio di una diagnostica strumentale elaborata. La presenza di alcuni semplici parametri desumibili dall'anamnesi e da una prima visita clinica in soggetti di età avanzata (età > 65 anni) affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o bronchite cronica è risultata in grado di svelare la presenza di una concomitante condizione di insufficienza cardiaca. Tali parametri sono risultati la presenza nella storia clinica di una cardiopatia ischemica, un indice di massa cardiaca aumentato, un itto cardiaco della punta spostato lateralmente, una frequenza cardiaca elevata. La valutazione dei pazienti per la conferma della condizione di scompenso cardiaco è stata integrata con il dosaggio del peptide natriuretico atriale (NT-proBNP) - esame è oggi ritenuto facile da eseguire, non solo in laboratorio di analisi attrezzato, ma anche con semplici apparecchi di Care point; inoltre gli viene attribuito un elevato indice predittivo negativo (alta probabilità di assenza di scompenso cardiaco con valori bassi di NT-proBNP). La valutazione è stata completata con un elettrocardiogramma basale, in grado di rilevare anomalie significative della ripolarizzazione ventricolare, blocco di branca sinistra, onde Q patologiche come da pregresso infarto miocardico.

Con tali parametri e senza l'ausilio di un medico specialista cardiologo è stato possibile secondo gli Autori dello studio rilevare la presenza di scompenso cardiaco sistolico o diastolico da parte del Medico di Medicina Generale senza ricorrere ad un esame ecocardiografico - che rimane comunque oggi l'esame fondamentale nella definizione e valutazione di tali pazienti. Non hanno dimostrato invece un valore predittivo aggiuntivo nella valutazione della presenza di scompenso altri elementi come la misurazione della proteina C reattiva ematica e la radiografia del torace.

Anche se gli elementi considerati nello studio (storia di cardiopatia ischemica, BMI, frequenza cardiaca, lateralità dell'itto cardiaco) e valutabili da semplice esame clinico risultano forse un po' empirici e grossolani, e pertanto non possono essere considerati specifici di una condizione di scompenso cardiaco, possono comunque essere di aiuto per il Medico non specialista che si trova ad esaminare per primo un paziente anziano con sintomi dubbi e possono comunque aiutare ad indirizzare verso accertamenti più specifici ed approfonditi di primo livello (dosaggio NT-proBNP ed ECG) o più avanzati (ecocardiogramma, radiografia del torace, spirometria).

A cura di Cesare Albanese

Fonte
Rutten FH, Moons KJM, Cramer M-JM, et al.
Recognising heart failure in elderly patients with stable chronic obstructive pulmonary disease in primary care: cross sectional diagnostic study.
BMJ, doi:10.1136/bmj.38664.661181.55 (published 1 December 2005)

Fumo connesso a tumore prostatico

Il fumo influenza la progressione e la prognosi del tumore prostatico tramite l'ipermetilazione aberrante delle sequenze CpG sui geni correlati. Precedenti studi avevano dimostrato la presenza di un'associazione positiva fra fumo e carcinoma prostatico, così come anche fra i profili di metilazione CpG di alcuni promoter e la progressione del tumore prostatico. Il tasso di metilazione è anche correlato con il numero complessivo di anni di fumo, ed inoltre sussiste una correlazione fra tasso di metilazione e caratteristiche patologiche avanzate. La correlazione fra ipermetilazione e progressione tumorale è di tipo dose-dipendente. (Cancer 2006; 106: 79-86)
 

Meningococco: sintomi permettono diagnosi precoce nel bambino

I sintomi precoci potrebbero permettere una diagnosi più precoce dell'infezione da meningococco nel bambino. Il riconoscimento dei sintomi precoci di sepsi può infatti aumentare la proporzione dei bambini identificati degli stessi medici di base, ed accorciare i tempi per il ricovero ospedaliero. Sono stati identificati tre segni importanti che indicano la malattia meningococcica sia nei bambini che negli adolescenti: dolore alle gambe, mani e piedi freddi e colorito anomalo della cute. I segni più classici dell'infezione compaiono più tardivamente. L'incoraggiamento precoce dei sintomi di sepsi (e forse anche la misurazione dei segni vitali) in medicina di base potrebbe ridurre il numero di casi passati inosservati all'atto della prima consultazione dalla metà ad un quarto. Comunque, il raggiungimento di questo target necessita dell'aumento della consapevolezza dei sintomi precoci di sepsi ed una variazione nel comportamento di ricerca di assistenza da parte dei genitori come dei medici. La diagnosi precoce, d'altro canto, potrebbe essere difficoltosa in quanto i sintomi iniziali non specifici sono simili a quelli di molte malattie virali autolimitanti. (Lancet online 2005, pubblicato l'11/1)
Tumore prostatico: screening non riduce mortalità
Nell'ambito dello screening per il tumore prostatico, l'applicazione del test del PSA o dell'esame rettale digitale (DRE) non riduce la mortalità. Fra gli studi sull'efficacia dello screening per il tumore prostatico, la presente indagine si distingue per la focalizzazione sulla mortalità quale esito e per l'uso di metodi rigorosi per l'identificazione dei test di screening. La scarsa chiarezza dei benefici dello screening è evidenziata anche dalla variabilità delle raccomandazioni editate dalle organizzazioni mediche. Gli uomini trarrebbero beneficio dallo screening soltanto se un tumore potenzialmente dannoso venisse scoperto e trattato prima che divenisse metastatico, e ciò non avviene abbastanza spesso perché lo screening di uomini sani possa funzionare. La questione comunque è ben lungi dall'essere conclusa. Il test del PSA non è certamente perfetto, ed è possibile che lo screening porti danni come benefici: i benefici comprendono il potenziale dell'aumento della sopravvivenza per alcuni uomini, mentre i danni comprendono potenziali effetti collaterali correlati al trattamento, fra cui incontinenza ed impotenza, per terapie che potrebbero essere inefficaci o non necessarie. Infine, va ricordato che i risultati falsi positivi sono correlati a stress ed ansia. (Arch Intern Med 2006; 166: 38-43)

ISS - Istituto Superiore di Sanita' Studio Degli Esiti a Breve Termine Degli Interventi di By-Pass AortoCoronarico (BPAC) nelle Cardiochirurgie Italiane Obiettivo del Progetto sul By-Pass AortoCoronarico (Progetto BPAC) e' stato quello di valutare la mortalita' a 30 giorni da intervento di by-pass aortocoronarico nelle cardiochirurgie italiane, aggiustando per il rischio individuale dei pazienti. Il rapporto analizza 34.310 interventi di by-pass isolato effettuati in 64 strutture; la mortalita' media a 30 giorni e' risultata 2,6% (range 0,3-7,6%). Il miglior modello di predizione e' stato sviluppato utilizzando un modello di regressione logistica multivariata. Per otto centri la mortalita' aggiustata e' risultata significativamente inferiore alla media della popolazione mentre per sette e' risultata significativamente superiore. Questo studio fornisce importanti indicazioni sulla variabilita' di performance tra le strutture cardiochirurgiche italiane.

http://pdf.giofil.it/circopdf/bpac500.pdf

Colecistectomia: vantaggi della procedura mini-laparoscopica

La colecistectomia mini-laparoscopica (M-LC) potrebbe offrire dei vantaggi rispetto alla procedura laparoscopica convenzionale (C-LC). Era stato proposto l'uso di strumenti più piccoli durante la colecistectomia laparoscopica allo scopo di ridurre il dolore postoperatorio e migliorare la cosmesi, ma nonostante diversi studi recenti in merito, l'effetto dell'uso di strumenti miniaturizzati per queste procedure non era stato ancora ben stabilito. In base al presente studio la colecistectomia laparoscopica può essere effettuata in sicurezza utilizzando porte ombelicali di 10 mm, epigastriche di cinque mm, subcostali di due mm e laterali sempre di due mm. Benchè siano necessari l'aumento della durevolezza degli strumenti e migliori supporti ottici per l'uso diffuso delle tecniche microscopiche, questo approccio può essere offerto su base routinaria a molti pazienti selezionati appropriatamente per essere sottoposti a colecistectomia laparoscopica elettiva. (Arch Surg. 2005; 140: 1178-83)

Ischemia grave degli arti: angioplastica migliore del bypass

L'angioplastica potrebbe risultare un'opzione migliore del bypass per i pazienti con ischemia grave degli arti.
I risultati a medio termine dello studio BASIL indicano che i pazienti presentati con questo tipo di patologia e tecnicamente idonei ad entrambe le procedure possano ragionevolmente essere trattati in prima istanza con entrambi i metodi, ma i pazienti con una speranza di vita inferiore ad uno-due anni con comorbidità significative dovrebbero essere possibilmente sottoposti innanzitutto ad angioplastica. Successivamente, anche se la procedura non ha successo, il paziente non potrebbe non essere svantaggiato a medio termine e potrebbe essere sottoposto poi a chirurgia. L'angioplastica, inoltre, è molto meno costosa della chirurgia. Al contrario, in pazienti con una speranza di vita superiore a due anni e relativamente sani, l'apparente miglior durata e riduzione dei tassi di reintervento della chirurgia potrebbero superare le considerazioni a breve tempo sull'aumento di morbidità e costi.L'arto ischemico è comunque un problema acuto che deve essere affrontato con lo scopo di salvare la gamba e dare sollievo al dolore: in parallelo, è richiesto un approccio multifattoriale per trattare i fattori di rischio di base e migliorare le condizioni generali del paziente. Nello studio BASIL, l'assistenza medica è pertanto insufficiente sulla base degli attuali standard e linee guida, che dovrebbero servire a rammentare che i pazienti con arteriopatie periferiche richiedono una gestione medica completa almeno quanto in miglior intervento tecnico possibile.
(Lancet online 2005, pubblicato il 24/11)