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Archivio News Scientifiche 2007
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Vaccino meningococcico per tutti gli adolescenti
CDC National Center for Immunization and Respiratory Disease, July 2007
I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) negli USA hanno di recente pubblicato nuove linee guida sull'immunizzazione dei soggetti dagli 11 ai 18 anni con vaccino coniugato contro il meningococco. Il vaccino è sicuro ed efficace e dovrebbe conferire immunità più protratta al paziente vaccinato e limitare la trasmissione della malattia, quando sarà vaccinato un numero sufficiente di soggetti. La difficoltà di diagnosi della meningite e la rapidità con cui può provocare la morte rendono essenziale l'adozione delle nuove linee guida
Novita a cura di Mauro Marin
Medico di medicina generale presso l'ASS n. 6 Friuli Occidentale
Meningite: notizie utili per medico e paziente
I casi di meningite registrati dalla fine del 2007 in Italia, a partire dal focolaio del Veneto, hanno generato uno stato di allarme diffuso che spesso ha spinto le persone a rivolgersi ai Medici di Medicina Generale (MMG) e ai Pediatri di Libera scelta (PLs) con le più svariate e spesso improprie richieste di misure di prevenzione del contagio. La serie di eventi registrati rientra nelle frequenze stagionali, ma l’obiettività statistica è una cosa mentre l’allarme sociale che sovrastima il rischio necessita di informazioni precise al pubblico.
Le cure primarie possono fornire chiavi di lettura adeguate al singolo paziente, senza perdere di vista il contesto generale. Il medico che comunica al paziente informazioni utili alla comprensione dell’epidemiologia, all’attuazione delle misure di prevenzione della meningite fornisce un contributo prezioso al buon funzionamento del sistema di controllo di una malattia il cui rischio è difficile da stimare se condizionati più dall’emotività che dalla ragione.
La meningite è una malattia generalmente di origine infettiva virale, batterica o causata da miceti. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune. Di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell’arco di 7-10 giorni. La forma batterica è più rara e può avere conseguenze fatali.
Periodo di incubazione
Varia a seconda del microorganismo causale. Meningite virale: dai 3 ai 6 giorni. Meningite batterica: dai 2 ai 10 giorni. La malattia è contagiosa solo durante la fase acuta dei sintomi e nei giorni immediatamente precedenti l’esordio.
Agenti patogeni
Meningococco (Neisseria Meningitidis) Ospite delle prime vie respiratorie dal 2 al 30% della popolazione sana senza determinare alcun sintomo ed essere correlato ad un aumento del rischio di meningite o di altre malattie gravi. La trasmissione del germe avviene per via respiratoria.
I sierogruppi di meningococco sono 13, ma solo 5 (A, B, C, W 135 e Y) causano meningite e altre malattie gravi. In Italia e in Europa i sierogruppi B e C sono i più frequenti.
I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata.
I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall’inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari. Il meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici.
Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati (soggetti ad alto rischio) effettuino una profilassi con antibiotici.
Inoltre, la sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall’esordio dei sintomi del paziente.
Pneumococco (Streptococcus pneumoniae) è, dopo il meningococco, uno degli agenti più comuni della meningite. Può causare anche polmonite o infezioni delle prime vie respiratorie. La trasmissione avviene per via respiratoria e può trovarsi nelle prime vie respiratorie senza causare alcuna malattia. Le meningiti da pneumococco si presentano in casi sporadici e non è indicata la profilassi antibiotica di chi è stato in contatto.
Emofilo (Haemophilus influenzae tipo b) Prima della recente introduzione della vaccinazione obbligatoria nei nuovi nati era la causa più comune di meningite nei bambini fino a 5 anni. Attualmente i casi di meningite causati da questo batterio si sono ridotti moltissimo. E’ indicata la profilassi antibiotica dei contatti stretti.
Herpes virus ed enterovirus rappresentano gli agenti più frequenti di meningite virale.
Funghi La meningite di origine fungina si manifesta in soggetti con deficit della risposta immunitaria, (Aids, neoplasie) e può rappresentare comunque un pericolo per la vita.
Sintomi e diagnosi
I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia e includono:
- rigidità nucale
- iperpiressia
- cefalea
- vomito o nausea
- alterazione del livello di coscienza
- convulsioni
L’identificazione del microorganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o su sangue. Come previsto dal protocollo del sistema di sorveglianza della meningite in Italia i ceppi isolati di meningococco devono essere inviati al Laboratorio di riferimento nazionale per le meningiti batteriche dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).
Complicazioni
La malattia può avere complicazioni anche gravi, con danni neurologici permanenti, come la perdita dell’udito, della vista, della capacità di comunicare o di apprendere, problemi comportamentali e danni cerebrali, fino alla paralisi. Tra le complicazioni non neurologiche possono manifestarsi danni renali e alle ghiandole surrenali, con conseguenti alterazioni ormonali.
Trattamento
L’identificazione del batterio che causa la malattia è preliminare e importante sia per orientare la terapia antibiotica del paziente, sia per definire se è necessaria la profilassi dei contatti.
Profilassi e Vaccini
In caso di meningite da Meningococco e, in misura minore, da Haemophilus influenzae b, i contatti stretti del malato hanno un maggior rischio di ammalarsi rispetto alla popolazione generale. Per questo è indicata la loro profilassi antibiotica (efficace all’80%) e sorveglianza.
I Vaccini sono disponibili contro alcuni sierogruppi di meningococco e alcuni ceppi di pneumococco.
Vaccino anti-Meningococco - attualmente sono disponibili vaccini polisaccaridici contro i sierogruppi A, C, Y e W 135, che però forniscono una protezione di breve durata ai soli soggetti di età maggiore di 2 anni. Non esistono ancora vaccini per prevenire le meningiti da meningococco sierogruppo B ma ci sono vaccini “coniugati” contro il gruppo C, efficaci già nel primo anno di vita, che inducono una protezione persistente (> 90%) anche contro l’infezione (portatori). La vaccinazione è disponibile in Italia per i nuovi nati ma non copre la popolazione giovanile ed adulta essendo iniziata solo da due anni e non in tutte le Regioni.
Focolai epidemici da meningococco C - quando l’incidenza è superiore a 10 casi per 100.000 abitanti nell’arco di tre mesi, è indicata la vaccinazione su larga scala nell’area geografica interessata. La vaccinazione contro il meningococco "C" di particolari gruppi di popolazione è indicata soltanto in presenza di focolai epidemici (es. Veneto).
Non è indicata la vaccinazione di soggetti che si recano in zone italiane colpite da focolai epidemici. La disinfestazione ambientale non è richiesta perché il meningococco C non permane nell’ambiente. Non ci sono motivi tecnici a sostegno della chiusura di scuole, asili o altri ambienti comunitari ove abbia soggiornato una persona malata.
Vaccino anti-Pneumococco – è disponibile il vaccino coniugato eptavalente, raccomandato in alcuni Paesi per la vaccinazione di tutti i neonati, e il vaccino 23 valente polisaccaridico.
Il sistema di sorveglianza
L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) coordina un sistema di sorveglianza dedicato alle meningiti che è attivo in Italia dal 1996. Dai dati disponibili si rileva che i casi di malattia sono in costante calo, anche se ogni anno vengono segnalati al sistema circa 800 casi di cui un terzo è causato dal Meningococco (prevalentemente di gruppo C), un altro terzo da Pneumococco, mentre gli altri casi per oltre la metà sono causati dal Emofilo, ormai sconfitto grazie alla vaccinazione specifica di massa dei neonati già attiva in Italia da 7 anni. L'altra metà (circa un sesto dei casi) è invece causata da diversi batteri.
Il tasso di incidenza di meningite meningococcica in Italia, che è quella più contagiosa, è tra i più bassi in Europa.Negli ultimi 7 anni si sono registrati in Italia 447 casi di meningiti da meningococco di gruppo C con 63 decessi (14%). Dal gennaio al settembre 2007 sono stati notificati 20 casi di meningite C e 2 decessi (non includendo quelli del dicembre 2007): dopo un rapido aumento dei casi in Italia tra il 2000 ed il 2005 c'è stata una significativa riduzione dei casi nel 2006-2007, verosimilmente correlata all'incremento dell'offerta di vaccino specifico.
Casi sporadici e Cluster epidemici
Almeno 2/3 dei casi in Italia sono segnalati come sporadici, mentre non sono rari piccoli clusters epidemici: Dal 2000 in Italia sono stati segnalati 48 piccoli clusters definiti come almeno 2 casi nell’arco di 30 giorni in un raggio di 50 Km (2-5 casi) di meningite, prevalentemente nelle Regioni del centro-nord.
I casi in Veneto
Il cluster epidemico - Al 30 dicembre 2007 è di 14 casi segnalati di meningite/sepsi da meningococco di gruppo C con un’incidenza annuale pari a 0,3 casi/100.000 abitanti. La percentuale più elevata è per le classi di età 1 – 4 anni (1,1 casi /100.000 ab.) e 15 – 29 anni (0,8 casi /100.000 ab.)
La Strategia di profilassi intrapresa - Considerando gli aspetti epidemiologici del cluster è stata decisa, oltre a la ricerca e la conseguente profilassi dei contatti stretti dei soggetti malati, l’offerta di vaccino anti-meningococco C alla popolazione giovane (15 –29 anni). La strategia adottata nei Comuni della Provincia di Treviso è stata discussa e concordata tra i dipartimenti di Prevenzione ASL interessate, la Direzione dell’ISS, il Ministero della Salute, l’European Center of Disease Prevention and Control (ECDC) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità attraverso il GOARN (Global Outbreak Allert and Response Network).
La gestione con efficienza e rapidità degli eventi alla violenza di esordio del cluster epidemico dimostra l’importanza della condivisione di linee guida e dei protocolli per la prevenzione da parte di tutti gli operatori della rete sanitaria nazionale.
Malattie cardiovascolari: quando funziona l'aspirina?
Messa alla prova la capacita' di un semplice test di laboratorio di scoprire i pazienti sensibili e quelli "resistenti" alla terapia con aspirina, uno dei farmaci piu' usati per prevenire l'infarto Sapere in anticipo quali persone risponderanno positivamente alla terapia con aspirina, una delle piu' usate contro le malattie cardiovascolari, e' l'obiettivo di uno studio condotto dai Laboratori di Ricerca dell'Universita' Cattolica di Campobasso e pubblicato sul numero di gennaio della rivista internazionale Thrombosis and Haemostasis. Un semplice test del sangue, che si puo' eseguire in pochi minuti, e' risultato efficace nell'individuare chi avra' piu' probabilita' di trarre beneficio clinico dall'aspirina e chi, invece,no. L'aspirina viene oggi largamente usata in tutti quei pazienti che sono stati colpiti da un "evento trombotico": la chiusura di un'arteria dovuta alla formazione di un coagulo sanguigno, le cui conseguenze piu' frequenti sono infarto cardiaco ed ictus cerebrale. Uno dei fattori principali che portano alla formazione del coagulo e' rappresentato dalla capacita' delle piastrine di aggregarsi tra loro. Ecco perche' l'aspirina, riducendo tale capacita', rappresenta uno strumento terapeutico molto importante nelle mani dei medici per evitare che il paziente possa essere nuovamente colpito. E' quella che viene definita "prevenzione secondaria". Pero' in alcune persone ("resistenti") l'aspirina sembra avere un effetto limitato per cui, nonostante la terapia, le piastrine continuano in parte ad aggregarsi. In questi casi il rischio di essere colpiti, ad esempio, da un secondo infarto, potrebbe essere ridotto in modo molto modesto. Questi pazienti avrebbero bisogno di un aggiustamento della terapia. Ma prima di decidere, e' necessario capire chi e' "resistente" e chi no. Una piccola apparecchiatura (PFA-100),sviluppata in Germania, mira proprio a questo. Un campione di sangue del paziente che sta prendendo aspirina viene esaminato in pochi minuti per stabilire il grado di riduzione della reattivita' delle piastrine. Lo studio, condotto dalla Cattolica di Campobasso in collaborazione con l'Universita' Cattolica di Lovanio, in Belgio, ha preso in esame 53 diverse ricerche condotte con questo apparecchio in Europa ed in America, per un totale di oltre 6.000 persone, e le ha messe a confronto attraverso sofisticati metodi statistici per ottenere dei dati complessivi. E' risultato che mediamente un quarto dei soggetti che assume aspirina mostra un'inibizione delle piastrine insufficiente. Un'analisi piu' ristretta ha evidenziato che i pazienti che, secondo il test, apparivano "resistenti" erano piu' facilmente esposti ad un secondo infarto o ictus, nonostante la terapia con aspirina. "E' necessario ricordare - diceMarilena Crescente, ricercatrice del Laboratorio di Biologia Cellulare e Farmacologia della Trombosi e principale autore dello studio - che siamo di fronte a risultati importanti ma ancora preliminari, che dovranno essere messi alla prova da studi futuri. Prima che questo test possa essere validamente inserito nella pratica clinica, sara' necessario raggiungere una migliore standardizzazione e ulteriori indagini. La nostra ricerca, comunque, indica chiaramente che esiste la possibilita' di avere una risposta rapida al quesito della cosiddetta "resistenza" all'aspirina, una risposta capace di guidare le scelte dei medici". Chiara Cerletti, capo del laboratorio della Cattolica dove lo studio e' stato effettuato, sottolinea con soddisfazione che "e' la prima volta nella letteratura internazionale che si procede ad una analisi cosi' ampia e complessa di un test di laboratorio per valutarne la capacita' di predire il ripetersi di eventi clinici cardiovascolari". "Si tratta - e' il commento di Giovanni de Gaetano, Direttore dei Laboratori di Ricerca della Cattolica di Campobasso - di un ulteriore passo in avanti in una delle principali sfide della medicina moderna: capire cosa c'e' di diverso tra un paziente e l'altro. Oggi continuiamo a trattare i malati di una certa patologia come se fossero tutti uguali. Eppure sappiamo che non e' cosi'". E' come il vecchio proverbio: "di notte tutti i gatti sono grigi". Dobbiamo invece fare luce e riuscire a capire i veri "colori" di ciascun malato. (Fonte Ufficio Stampa Universita' Cattolica)
Novita in Cardiology a cura di Cesare Albanese - Cardiologo, Casa di Cura Nostra Signora del Sacro Cuore, Roma
Assetto lipidico e il rischio cardiovascolare nell'anziano
L'associazione delle alterazioni dell'assetto lipidico con il rischio cardiovascolare è oggi ritenuta particolarmente alta negli individui di età giovane e media, ma non sembra essere altrettanto significativa e marcata negli individui di età più avanzata (1). Questa considerazione ha costituito un motivo per una strategia terapeutica meno aggressiva nella correzione dell'ipercolesterolemia negli anziani, in parte anche legata ad una maggiore incidenza di effetti collaterali e, quindi, ad un rapporto rischio-beneficio considerato meno vantaggioso rispetto a soggetti di età meno avanzata. Inoltre è rilevante la considerazione che viene attribuita, nell'ambito delle alterazioni del quadro lipidico ematico, sia ai livelli di colesterolemia totale, sia a quelli delle frazioni HDL, LDL, delle apolipoproteine A e B (2,3). Colesterolo HDL e colesterolo LDL sono i principali costituenti della colesterolemia totale e sono oggi ritenuti rispettivamente un fattore di rischio cardiovascolare negativo e positivo, così come lo sono rispettivamente le apolipoproteine A1 (Apo A1) e apolipoproteine B (Apo B), che costituiscono le proteine di superficie legate a HDL colesterolo e LDL colesterolo.
In un recente articolo della Scuola Medica anglosassone di Oxford e Londra pubblicato sugli Archives of Internal Medicine viene riconsiderato con un rigore ed un'attenzione particolare il ruolo dell'ipercolesterolemia come fattore di rischio cardiovascolare nell'anziano. Sono stati calcolati i principali indicatori del rischio legato alla dislipidemia, per valutare se, al di là di una semplice associazione fra ipercolesterolemia totale e malattia coronarica, era possibile riconoscere una maggiore efficacia predittiva di incidenza di cardiopatia ischemica per qualcuno dei sottoparametri considerati. Lo studio è stato condotto in un'ampia popolazione di soggetti di sesso maschile di età media 76,9 anni, che includeva circa tre quarti di individui senza malattia cardiovascolare o assunzione di statine ed un quarto con malattia cardiovascolare ed uso di statina, con un follow-up medio di 7 anni. L'end-point più significativo era rappresentato dalla mortalità per cardiopatia ischemica.
Gli Autori hanno evidenziato una correlazione significativa fra colesterolemia totale, le frazioni di colesterolo HDL ed LDL, i livelli di lipoproteine e mortalità cardiovascolare in soggetti di età avanzata. L'utilizzo di farmaci ipolipemizzanti come le statine sembrava in grado di ridurre l'indice di rischio cardiovascolare di circa un terzo anche in questa categoria di soggetti. Alla luce di questi dati non appare quindi giustificato un atteggiamento meno attento e accurato nella correzione generale e farmacologica della dislipidemia per la prevenzione primaria e secondaria della cardiopatia ischemica nell'anziano rispetto a quanto effettuato negli individui più giovani.
Fonte
- Clarke R, Emberson JR, Parish S, et al. Cholesterol Fractions and Apolipoproteins as Risk Factors for Heart Disease Mortality in Older Men. Arch Intern Med. 2007;167(13):1373-1378
Bibliografia
- Schatz IJ, Masaki K, Yano K, Rodriguez BL, Curb JD. Cholesterol and all-cause mortality in elderly people from the Honolulu Heart Program: a cohort study. Lancet. 2001;358(9279):351-355.
- Walldius G, Jungner I, Holme I, Aastveit AH, Kolar W, Steiner E. High apolipoproteinB, low apolipoprotein A-I, and improvement in the prediction of fatal myocardial infarction (AMORIS study): a prospective study. Lancet. 2001;358(9298):2026-2033.
- Shai I, Rimm EB, Hankinson SE, et al. Multivariate assessment of lipid parameters as predictors of coronary heart disease among postmenopausal women: potential implications for clinical guidelines. Circulation. 2004;110(18): 2824-2830.
Tromboembolia
venosa e rischio
cardiovascolare
I pazienti
con tromboembolia venosa
presentano un sostanziale
rischio a lungo termine di
susseguenti eventi arteriosi
cardiovascolari, come
infarto ed ictus. Precedenti
studi sull'associazione fra
tromboembolia ed eventi
arteriosi cardiovascolari
avevano portato a risultati
conflittuali. E' stato ora
dimostrato che sussiste una
connessione fra due malattie
molto comuni, ed è
necessario accertare se vi
sia o meno una connessione
diretta fra loro o se
condividano fattori di
rischio: sono necessarie
indagini per chiarire questa
associazione e le sue
implicazioni cliniche. Ad
esempio, statine ed aspirina
potrebbero essere in grado
di prevenire l'aumento del
rischio di arteriosclerosi
nei pazienti con
tromboembolia venosa, o
viceversa. (Lancet
2007;370:1773-9 e 1742-4).
I
rischi polmonari nelle
trasfusioni
I fattori trasfusionali e le
caratteristiche del paziente
contribuiscono al rischio di
danno polmonare acuto a
seguito delle trasfusioni
ematiche nel paziente
critico. Questi pazienti, le
loro famiglie ed i medici
devono essere consapevoli
del fatto che le terapie di
supporto vitale quali le
trasfusioni e la
ventilazione assistita,
benché spesso necessarie per
la sopravvivenza, non sono
scevre da rischi.
L'associazione fra donatore
specifico e caratteristiche
della trasfusione e
susseguente sviluppo di
pneumopatia acuta ha
importanti implicazioni sia
per l'eziologia che per la
prevenzione di questa
sindrome. Se la reale
incidenza della sindrome
fosse anche solo la metà di
quella stimata nello studio,
la mortalità e morbidità per
i quattro milioni di
soggetti che ricevono
prodotti ematici ogni anno
sarebbe enorme. Studi futuri
dovrebbero essere
focalizzati su altri gruppi
a rischio, fra cui quelli
con traumi gravi, sepsi ed
emorragie gastrointestinali
Strategia combinata pediatrica
La co-somministrazione di vaccini per l'età pediatrica, il multiplo contro difterite-tetano-pertosse-epatite B-poliomielite (DtaP-HepB-IPV ), quello contro Haemophilus influentiae di tipo b (Hib) e quello contro Streptococcus pneumoniae (PCV-7 si dimostra sicura e immunogena quanto le stesse immunizzazioni separate. Lo affermano autori statunitensi che hanno coordinato uno studio multicentrico su 575 bambini di 2 mesi d'età, con tre gruppi di trattamento: combinazione di tutti i vaccini, cinque immunizzazioni separatamente (DtaP, Hep-B, IPV, Hib, PCV-7), combinazione ma con il PCV-7 ritardato di due settimane per ogni dose. Le somministrazioni del pentavalente e del PCV-7 sono avvenute a 2-4-6 mesi di vita (nell'ultimo gruppo quindi sei visite). Nel primo gruppo si sono riscontrati più sintomi minori, ma febbre alta e reazioni locali più severe non sono risultate significativamente più frequenti che negli altri; l'immunogenicità, soprattutto, non è risultata inferiore che con gli altri approcci. Precedenti studi avevano invece suscitato timori di minore potere immunogeno e tollerabilità. In questo modo si potrebbero ridurre le iniezioni, come auspicato dalle raccomandazioni, diminuendo lo stress per i neonati e migliorando al tempo stesso la compliance dei genitori.
J Pediatr.2007;151:43-9
Aumentano diabetici in Italia, 80-100 per ogni medico di famiglia
Ogni medico di famiglia italiano ha fra i suoi assistiti dagli 80 ai 100 diabetici (il 5,59% su un totale di oltre mille pazienti). Di questi più della metà non è ancora sufficientemente sotto controllo: il 53% non raggiunge gli obiettivi terapeutici consigliati dalle linee guida nazionali per raggiungere il cosiddetto 'buon compenso' del diabete, una pratica che mette i pazienti al riparo dalle complicanze che derivano dalla malattia, mantenendo i valori dell'emoglobina glicata sotto una soglia raccomandata del 7%. Ma non solo: meno del 10% fa ricorso all'insulina, mentre il 42% ha come unica terapia quella di stare a dieta. In pochi tengono a bada la pressione arteriosa e il colesterolo, amplificando i rischi di andare incontro a una patologia cardiovascolare. E' il quadro che emerge da un'indagine condotta dalla Società italiana di medicina generale (Simg) e dal suo centro di ricerca Health Search, su un campione di 602.670 assistiti, di cui 33.698 diabetici. Lo studio retrospettivo, svolto nel 2005 e presentato oggi a Milano, offre uno spaccato della realtà dei diabetici italiani, rivelando anche il modo in cui viene gestita nel Paese questa patologia cronica che colpisce più di tre milioni di persone, con una previsione di crescita che porterà i malati a quota 5 milioni nel 2025. Dall'osservatorio dei medici di famiglia emerge inoltre che le donne, nonostante siano più virtuose nei controlli e più costanti nelle visite, in realtà sortiscono risultati più bassi rispetto agli uomini. Anche se il più soggetto alle patologie cardiovascolari resta il sesso maschile. ''Nonostante l'Italia sia tra le più virtuose a livello internazionale e versi in una situazione più favorevole rispetto ad altre realtà, la strada da percorrere è ancora lunga'', osserva Paolo Cavallo-Perin, vicepresidente della Società italiana di diabetologia (Sid). Primo passo da compiere: rafforzare l'alleanza fra diabetologi e medici di medicina generale, per creare una solida rete assistenziale al paziente e, aggiunge Raffaele Scalpone, presidente dell'Associazione italiana diabetici (Aid), ''aumentare la consapevolezza sull'importanza dell'obiettivo del buon compenso del diabete''. A questo fine punta la campagna istituzionale lanciata dall'International Diabetes Federation (Idf) insieme alle affiliate Associazione medici diabetologi (Amd) e Società italiana di diabetologia (Sid). Un'iniziativa avviata in Italia nel corso del 2006 e del 2007, coinvolgendo diabetologi, medici di medicina generale e associazioni di volontariato. A una fase preliminare è seguita la pubblicazione di un libro bianco sul buon compenso del diabete e di un insieme di raccomandazioni per una comunicazione efficace medico-paziente. Secondo passo: coinvolgere la medicina generale con la pubblicazione di un terzo libro che sarà consegnato ai medici di famiglia entro la fine dell'anno. Il flusso di informazioni però non deve essere interrotto, spiegano gli esperti. L'ultima fase, la più importante, sarà quella di trasferire, nel 2008, le conoscenze ai diretti interessati: i pazienti, che devono essere in grado di collaborare consapevolmente con il medico di medicina generale, condividendo target terapeutici di cui riconoscono l'importanza per la salute. L'obiettivo è uno solo: diffondere la pratica del test dell'emoglobina glicata, importante cartina al tornasole delle terapie. Finora, secondo la ricerca solo il 30% ne effettua almeno due l'anno, come consigliato dalle linee guida nazionali (più di due). La maggioranza (44%) esegue una sola misurazione nel corso dei 12 mesi, il 26% neanche quella. Tra quanti si sono sottoposti al test almeno una volta, il 47% mostra valori entro il limite. In pochi però sono anche attenti agli altri due fattori di rischio cardiovascolare: solo il 34% dei pazienti ha valori a target (cioè sotto i 130-80 mmHg) mentre per il colesterolo Ldl solo il 26,7% ha un valore sotto il limite previsto di 100 milligrammi per decilitro. Per tutti gli altri il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari aumenta. ''E si amplifica ancora di più per quel 18% di diabetici fumatori. Il messaggio da lanciare è uno solo: il compenso del diabete deve essere globale, non solo limitato alla glicemia, ma esteso anche alla correzione degli altri fattori di rischio cardiovascolare, come l'ipertensione e la dislipidemia'', conclude Cavallo-Perin.
Più tumori, ma sopravvivenza superiore
Hayat MJ et al., Oncologist. 2007 Jan;12(1):20-37
Stiamo
trattando bene
il nostro
paziente con
flebite
superficiale
della gamba?
Antibiotici,
eparina a basso
peso molecolare
e
anti-infiammatori:
stiamo trattando
bene il nostro
paziente con
flebite
superficiale
della gamba? Una
review della
Cochrane
pubblicata a
gennaio 2007
analizza
l'evidenza
scientifica
relativa al
trattamento
della flebite
superficiale
(FS) della
gamba. Le
controversie
riguardo la
terapia
ottimale, volta
a migliorare lo
stato locale e
prevenire lo
sviluppo di
malattia
tromboembolica (MTE)
sono molte. La
FS è una
condizione
relativamente
comune
caratterizzata
da un processo
flogistico-trombotico
delle vene
superficiali.
Clinicamente si
presenta con
dolore, eritema
ed edema dei
tessuti
circostanti e,
talora, presenza
di un cordone
dolente lungo il
decorso della
vena
interessata.
Tradizionalmente
è considerata
una malattia
relativamente
benigna, ma
diversi studi
segnalano
l'associazione
con la MTE: nel
6-44% dei
pazienti con FS
è presente una
TVP (come
associazione o
complicanza);
un'embolia
polmonare si
riscontra in
forma
asintomatica nel
20-33% e
sintomatica nel
2-13%. FS e MTE
riconoscono gli
stessi fattori
predisponenti:
vene varicose,
immobilizzazione,
periodo
postchirurgico,
trauma,
gravidanza e
puerperio,
neoplasie
attive, malattie
autoimmuni, uso
di
contraccettivi
orali, terapia
sostitutiva
ormonale,
obesità,
precedenti
tromboembolie
venose, stati
trombofilici
ereditari. La
review valuta
efficacia e
sicurezza di
diversi
trattamenti in
pazienti con
diagnosi clinica
od obiettiva di
FS della gamba.
Selezionati 24
studi
randomizzati/controllati,
con un totale di
2469 pazienti.
Sebbene i dati
siano ancora
troppo
preliminari per
poter fare
qualsiasi
raccomandazione,
scrivono gli
Autori, è
possibile dare
alcune
indicazioni per
la pratica
clinica. LMWH e
FANS controllano
i sintomi locali
e riducono in
maniera
significativa
incidenza di
estensione e
recidive di FS
(circa del 70%
in confronto al
placebo), con
simile profilo
di efficacia e
sicurezza. Messe
a confronto, le
due terapie
hanno simili
riduzioni di
incidenza di MTE
e peggioramento
della FS. I dati
relativi alle
terapie locali
(efficaci sul
piano del
controllo dei
sintomi locali)
e chirurgia
erano
insufficienti
per ricavare
dati certi
relativi a
complicanze e
sviluppo di
effetti avversi
dei trattamenti.
Concludendo,
l'approccio più
efficace alla FS
della gamba
sembra essere
una dose
intermedia di
LMWH per almeno
1 mese (1
settimana è
insufficiente a
prevenire la MTE).
I FANS possono
essere
un'alternativa
in presenza di
controindicazioni.
Il trattamento
locale da solo
non è
ragionevole (non
ha effetti sulle
complicanze).
L'approccio con
LMWH, in
confronto alla
più invasiva
chirurgia,
sembra
ugualmente
efficace.
Restano da
stabilire:
ottimale
dosaggio e
durata della
terapia; se la
sede ed
eziologia della
FS possano
influenzare la
terapia; se
l'associazione
FANS + LMWH sia
più efficace; se
le terapie
locali
aggiungano
benefici.
L'ascesso
rifiuta
l'antibiotico di
routine
Gli
antibiotici non
accelerano la
risoluzione
dell'infezione
dopo l'incisione
e drenaggio di
ascessi cutanei.
Le attuali linee
guida non
raccomandano
questa pratica,
se non a fronte
di ascessi
ricorrenti o
persistenti dove
si presume la
presenza di MRSA.
In ogni caso, la
letteratura
odierna non
supporta la
pratica di
routine di
prescrivere
antibiotici a
seguito di
incisione e
drenaggio di
semplici ascessi
cutanei, anche
nelle aree ad
elevata
prevalenza di
MRSA. In
materia,
comunque, è
necessario e
fortemente
richiesto uno
studio
multicentrico,
randomizzato e
controllato in
doppio cieco che
sia conclusivo.
(Ann Emerg Med
2007; 50: 49-51)
Studiosi
identificano
meccanismo 'mangia-memoria'
attivato dall'Alzheimer
Il meccanismo 'mangia-memoria'
attivato dall'Alzheimer,
che fa in modo
che chi soffre
di questa
malattia finisca
per dimenticare
anche azioni
compiute pochi
minuti prima,
potrebbe essere
stato
identificato dai
ricercatori del
Gladstone
Institute of
Neurological
Disease (Gind)
di San
Francisco, in
collaborazione
con i colleghi
del Baylor
College of
Medicine, Texas.Secondo
gli studiosi
statunitensi, i
peptidi
beta-amiloidi,
che formano le
placche che si
accumulano nel
cervello dei
malati di
Alzheimer,
produrrebbero
una super
eccitazione di
tutti i
meccanismi
cerebrali
deputati alla
memorizzazione e
all'apprendimento.
"Si pensava che
questo tipo di
problema, tipico
del cervello dei
malati di
Alzheimer, fosse
legato alla
degenerazione
delle cellule
nervose e dunque
fosse un effetto
collaterale
della patologia
- spiega Jorge
Palop,
ricercatore del
Gladstone
Institute a capo
dello studio -
in realtà il
nostro lavoro
mostra come
questa sia un
effetto
immediato della
concentrazione
di beta-amiloidi
e un segno
precoce di
declino
cognitivo''. La
squadra
americana ha
utilizzato topi
malati
geneticamente
modificati, in
cui i deficit di
memoria venivano
innescati da un
gene umano che
genera elevati
livelli di
beta-amiloidi.
Hanno così
scoperto che una
massiccia
presenza di
questi peptidi
finisce per
innescare
un'insidiosa
crisi nei centri
deputati alla
memoria e
all'apprendimento.
Does
This Child Have
Appendicitis?
David G. Bundy,
MD, MPH;
Julie S. Byerley, MD;
E. Allen Liles, MD;
Eliana M. Perrin,
MD, MPH;
Jessica Katznelson, MD;
Henry E. Rice, MD
JAMA. 2007;298:438-451.
Context
Evaluation of abdominal
pain in children can be
difficult. Rapid,
accurate diagnosis of
appendicitis in children
reduces the
morbidity of this common
cause of pediatric
abdominal
pain. Clinical
evaluation may help
identify (1) which
children with
abdominal pain and a
likely diagnosis of
appendicitis should
undergo immediate
surgical consultation
for potential
appendectomy
and (2) which children
with equivocal
presentations of
appendicitis
should undergo further
diagnostic evaluation.
Objective To
systematically assess
the precision and
accuracy of
symptoms, signs, and
basic laboratory test
results for evaluating
children with
possible appendicitis.
Data Sources We
searched
English-language
articles in
MEDLINE (January 1966–March
2007) and the Cochrane
Database, as
well as physical
examination textbooks
and bibliographies
of retrieved
articles, yielding 2521
potentially relevant
articles.
Study Selection
Studies were included if
they (1) provided
primary data on
children aged 18 years
or younger in whom the
diagnosis of
appendicitis was
considered; (2)
presented medical
history data,
physical examination
findings, or basic
laboratory
data; and (3) confirmed
or excluded appendicitis
by surgical
pathologic findings,
clinical observation, or
follow-up. Of
256 full-text articles
examined, 42 met
inclusion criteria.
Data Extraction
Twenty-five of 42
studies were assigned
a quality level of
3 or better. Data from
these studies were
independently
extracted by 2
reviewers.
Results In
children with abdominal
pain, fever was the
single most useful
sign associated with
appendicitis; a fever
increases the
likelihood of
appendicitis (likelihood
ratio [LR],
3.4; 95% confidence
interval [CI], 2.4-4.8)
and conversely,
its absence
decreases the chance of
appendicitis (LR, 0.32;
95% CI,
0.16-0.64). In select
groups of children, in
whom the
diagnosis of
appendicitis is
suspected and evaluation
undertaken,
rebound tenderness
triples the odds of
appendicitis (summary
LR, 3.0; 95% CI,
2.3-3.9), while its
absence reduces the
likelihood (summary
LR, 0.28; 95% CI,
0.14-0.55). Midabdominal
pain migrating
to the right lower
quadrant (LR range,
1.9-3.1) increases the
risk of
appendicitis more than
right lower quadrant
pain itself (summary
LR, 1.2; 95% CI,
1.0-1.5). A white blood
cell count of
less than 10 000/µL
decreases the likelihood
of
appendicitis (summary
LR, 0.22; 95% CI,
0.17-0.30), as does
an absolute
neutrophil count of
6750/µL or lower (LR,
0.06; 95% CI,
0.03-0.16). Symptoms and
signs are most useful
in combination,
particularly for
identifying children who
do not
require further
evaluation or
intervention.
Conclusions
Although the clinical
examination does not
establish a
diagnosis of
appendicitis with
certainty, it is
useful in
determining which
children with abdominal
pain warrant
immediate surgical
evaluation for
consideration of
appendectomy
and which children may
warrant further
diagnostic evaluation.
More
child-specific,
age-stratified data are
needed to improve
the utility of the
clinical examination for
diagnosing appendicitis
in children.
Author Affiliations:
Department of Pediatrics,
Johns Hopkins
University, Baltimore,
Maryland (Dr Bundy);
Departments of
Pediatrics (Drs Byerley,
Liles, Perrin, and
Katznelson) and Medicine
(Dr Liles), University
of North Carolina at
Chapel Hill; and
Department of Surgery,
Duke University Medical
Center, Durham, North
Carolina (Dr Rice).
Pochi
gli effetti avversi
delle statine
La rassegna di studi
dell’Università di
Oxford Le statine sono
sicure, efficaci e hanno
un impatto decisivo sul
peso delle patologie
cardiovascolari: lo
afferma una review
sistematica di tutti i
trial clinici
sull’argomento dal 1985
al 2006 realizzata da
Jane Armitage della
Clinical Trial Service
Unit dell’University of
Oxford. Dalla loro prima
approvazione nel 1987,
le statine hanno
conquistato una fetta
enorme di mercato grazie
alla loro efficacia nel
controllo del quadro
lipidico, e quindi nel
ridurre il rischio
cardiovascolare. Ma
questa grande espansione
è stata accompagnata
spesso da perplessità
sugli effetti
collaterali e sul
rapporto
costo/efficacia. Il
lavoro della Armitage
sembra però fugare ogni
dubbio. Gli effetti
collaterali come la
miopatia e la
rabdomiolisi sono rari
alle dosi standard e
l’incremento di
transaminasi è inusuale.
La miopatia tipicamente
viene osservata in meno
di 1 paziente su 10.000
a dosi di statine
standard. Certo, il
rischio cresce se si
aumentano i dosaggi e
varia da statina a
statina, ma ogni effetto
collaterale cessa con
l’interruzione della
terapia e si assiste
rapidamente alla
remissione completa dei
sintomi. L’innalzamento
asintomatico nelle
transaminasi osservato
nei pazienti trattati
con statine non è
chiaramente associato
con un aumento del
rischio di patologie
epatiche. In
conclusione: le statine
sono sicure e ben
tollerate per la maggior
parte delle persone e il
diffondersi del loro uso
inciderà
significativamente sul
peso globale dei
disturbi
cardiovascolari. The
Lancet online, 7 giugno
2007
Aneurismi intracranici: recupero cognitivo impiega mesi dopo la rottura
Anche quando gli esiti funzionali della chirurgia per emorragie subaracnoidee aneurismatiche sono buoni, i danni neurocognitivi sono comuni, ed i risultati maggiori si osservano dopo nove mesi: dopo questo termine si hanno solamente miglioramenti minimali. Un elevato livello di intelletto verbale prima dell'episodio patologico risulta associato a miglioramenti cognitivi dopo l'intervento. I miglioramenti raggiungono un plateau fra i nove ed i 15 mesi dopo l'intervento, e ciò ha importanti implicazioni nella discussione con pazienti, familiari ed operatori sanitari nella pianificazione della riabilitazione. (Stroke 2007; 38: 1864-72)
Insulina
inalatoria più soddisfacente di quella iniettiva
La
soddisfazione del trattamento e la qualità della
vita risultano migliori nei pazienti che fanno
uso di insulina inalatoria rispetto a quanto
riscontrato in quelli trattati con insulina
iniettiva. L'ottenimento degli obiettivi di
HbA1c intensificando il regime insulinico spesso
richiede una pompa insulinica oppure un regime a
bolo basale basato su iniezioni multiple, ma
l'uso della pompa viene limitato per via dei
suoi costi, richiede esperienza tecnica e gli
operatori addestrati nel suo uso sono
relativamente pochi, senza contare il fatto che
il carico di iniezioni multiple lo rende
sgradito al paziente. Il regime inalatorio
risulta più gradito al paziente, ma rimane da
dimostrare se questi esiti riportati dal
paziente si traducano in un miglioramento
dell'aderenza e del controllo glicemico. (Diabetes
Care 2007; 30: 1399-405)
Cure
odontoiatriche ed
Endocardite batterica:
nuove indicazioni per la
profilassi
Key words:
Endocardite, Cure
odontoiatriche. Novita a
cura di Maria Grazia
Polino
L’endocardite batterica (EB)
rappresenta un evento raro,
ma pericoloso per la vita
nonostante i progressi della
terapia antibiotica,
chirurgica e delle sue
complicanze. Le cure
dentistiche sono tra le
procedure più comuni in
grado di esporre i pazienti
al rischio di ED e
nell’ambito delle linee
guida per la sua prevenzione
si è assistito ad
un’evoluzione iniziata dal
1955, anno della prima
pubblicazione su
Circulation della
raccomandazione sulla
somministrazione di 600000 U
di penicillina 30 minuti
prima delle cure dentali,
per arrivare alla revisione
del 1997 in cui si
consigliavano 2 g di
amoxicillina due ore prima
delle cure.
In
questi ultimi 10 anni la
profilassi antibiotica
dell’EB si è diffusa nella
pratica clinica a tutti i
pazienti che affrontano
procedure odontoiatriche
minimamente invasive, in
accordo con i
principi guida originari,
rimasti pressochè invariati
per circa 30 anni,
nonostante le scarse prove a
supporto. Le evidenze
scientifiche attuali
suggeriscono che nei casi di
EB riscontrati annualmente
solo un piccolo numero è
attribuibile a procedure
dentistiche. La maggior
parte dei casi di EB da
microflora batterica orale è
dovuta a batteriemie
casualmente e banalmente
determinate da attività
quotidiane di routine come
la masticazione di cibo, il
lavaggio dei denti, l’uso di
idropulsore o l’uso delle
stuzzicadenti, che possono
condizionare un alto rischio
di batteriemia soprattutto
in presenza di patologie
dentali. Questo ha
determinato un dibattito
scientifico molto critico
rispetto ai vecchi criteri
per cui l’American Heart
Association in
collaborazione con l’American
Dental Association ha
definito le
motivazioni per la nuova
revisione
e prodotto un documento che
è stato recentemente
pubblicato su
Circulation1.
La
caratteristica principale
delle nuove raccomandazioni
consiste in una riduzione
significativa dello spettro
di pazienti eleggibili per
la profilassi antibiotica
secondo criteri che fanno
riferimento a comprovati
standard di cura.
Le
nuove indicazioni delle
linee guida ribadiscono che
la
profilassi antibiotica:
-
può prevenire solo un
piccolissimo numero di
casi di EB da procedure
dentistiche.
-
è
raccomandata in pazienti
con protesi valvolari,
trapianto cardiaco con
valvulopatia associata,
soggetti con pregressa
endocardite batterica,
alcuni pazienti con
cardiopatie congenite (CHD)
in particolare le CHD
con cianosi non
sottoposte a riparazione
chirugica, le CHD nei 6
mesi successivi al
trattamento
cardiochirurgico, le CHD
con difetto residuo dopo
cardiochirurgia.
-
è
indicata se le procedure
odontoiatriche
coinvolgono i tessuti
gengivali o la regione
periapicale del dente o
la manipolazione
traumatica della mucosa
orale.
-
nel set di pazienti
identificati sarebbe
opportuno estenderla
anche per procedure alle
vie respiratorie, alla
cute e ai tessuti
muscolo-scheletrici.
-
non è indicata basandosi
solamente sulla
valutazione
dell’aumentato rischio
nella vita di contrarre
l’EB.
-
non è raccomandata con
il solo scopo di
prevenire l’EB in
pazienti che devono
essere sottoposti a
procedure del tratto
genito-urinario o
gastro-enterico.
-
non è raccomandata per
procedure di piercing,
tatuaggi, parto vaginale
e isterectomia
In
conclusione, per un’efficace
profilassi dell’EB è
necessario spostare l’enfasi
finora centrata sulle
problema delle procedure
odontoiatriche e della
terapia antibiotica al
contesto della prevenzione
migliorando l’accesso alle
cure di prevenzione dentale
e all’igiene orale in
particolare dei pazienti con
patologie cardiache
associate ad alto rischio di
EB. Questo cambiamento è
attuabile nella pratica
clinica considerando che le
categorie di pazienti ad
alto rischio di EB hanno un
accesso alle cure
odontoiatriche non limitato
e compreso nei LEA (Livelli
Essenziali di Assistenza).
Bibliografia
Wilson W et al
Prevention of Infective
Endocarditis Guidelines From
the Amirican Heart
Association
Circulation 2007;115:%NA
Relazione tra pianto e
depressione: un'indagine
sistematica.
|
L’umore
deflesso è solitamente
lo stato affettivo che
precede il pianto, ma
non c’è consenso in
letteratura su come la
depressione influenzi
tale comportamento,
sull’eventuale
correlazione con il
sesso e sul ruolo che il
pianto ha nella diagnosi
della depressione
stessa. A questo
proposito, è stata
recentemente pubblicata
una review sugli Acta
Psychiatrica
Scandinavica in cui gli
Autori tentano di
stabilire una
correlazione tra pianto
e depressione attraverso
i dati esistenti in
letteratura. Vengono
descritti le vie
anatomiche implicate nel
pianto (cortex del
cingolo, amigdala,
cervelletto, sistema
degli oppiodi e della
serotonina), e il
significato evolutivo
del pianto stesso
(presente solo nei
mammiferi, ha il ruolo
di mantenere il contatto
visivo con la madre e
assume quindi il
significato di
“distress” da
separazione,
comportamento di
attaccamento). Non in
tutte le scale di
valutazione della
depressione viene
incluso il pianto;
analizzando i dati
presenti, si osserva che
il pianto e il grado di
depressione correlano
solo modestamente, che
le donne tendono a
piangere di più, ma che
questa tendenza
diminuisce se si
analizzano le pazienti
depresse e che comunque
il significato di questa
differenza è di tipo
sociale. In altri studi
si legge come i pazienti
depressi perdano la
capacità di piangere
perché affettivamente
coartati.
Gli Autori concludono
che la relazione tra
pianto e depressione
manca di strumenti di
indagine e che sono
necessari studi
ulteriori.
Vingerhoets AJJM,
Rottenberg J, Cevaal A,
Nelson JK. Is there a
relationship between
depression and crying? A
review. Acta Psychiatr
Scand. 2007;115:340-351
|
Forame
ovale beante:
efficace
chiusura
percutanea
La chiusura
percutanea
transcatetere
del forame ovale
beante è sicura
ed efficace
nella
prevenzione
degli eventi
tromboembolici e
dell'emicrania
associata allo
shunt
interatriale nei
pazienti
presentati con
ictus
criptogenetico.
La chiusura
percutanea evita
la morbidità
associata alla
chiusura
chirurgica o
all'anticoagulazione
a vita, ma non
erano finora
disponibili dati
a lungo termine
sulla sua
efficacia nella
prevenzione dell"ictus.
Sono necessari
studi
randomizzati
controllati per
determinare se
questo approccio
invasivo sua
preferibile alla
terapia medica
per la
prevenzione
degli ictus
ricorrenti o per
il trattamento
primario dei
pazienti con
emicrania. (Am J
Cardiol 2007;
99: 1316-20)
Alt alle statine!
Smith
MA et al, Qual Saf Health Care. 2006 Aug;15(4):251-7
(NLM)
Non in tutti i casi di aumento del
colesterolo LDL è necessario l'uso di un
farmaco ipolipemizzante. Prima di
ricorrere alla farmacoterapia si possono
adottare molti cambiamenti dello stile
di vita. Da un'indagine condotta negli
anni '90 presso oltre 2000 medici è
emerso che alcuni di loro erano stati
“troppo precipitosi” nella prescrizione
di farmaci senza alcuna precisa
indicazione per il trattamento. Il
profilo di questi medici comprendeva
quelli non accreditati da certificazione
dell'ente responsabile, quelli che si
consultavano con un numero ridotto di
colleghi, i medici di base e quelli con
pazienti soprattutto con assistenza
sanitaria Medicare e Medicaid. Anche fra
i medici che avevano fatto praticantato
fuori dagli USA si denotava una maggiore
tendenza a prescrivere farmaci.
|
|