Archivio News Scientifiche 2009

Dicembre 2009 | Pagina Scientifica
Dimero D utile per diagnosi di alterazioni venose

L'analisi dei livelli del dimero D consentirebbe diagnosi differenziali delle malformazioni venose. È quanto stabilito in uno studio che ha coinvolto il Centre Hospitalier Universitaire di Caen e il Center for Vascular Anomalies, Université catholique de Louvain di Brussel. L'indagine si è basata sulla valutazione dei risultati di esami Doppler e di analisi della coagulazione riguardanti 280 pazienti. Malformazioni venose sono state registrate in 195 partecipanti, di cui 83 presentavano livelli elevati del dimero D. La sensibilità del dosaggio del dimero D  è apparsa del 42,6%. Negli 85 pazienti non affetti da scompensi venosi, la concentrazione del dimero è risultata elevata solo in 3 pazienti, con una specificità del test pari al 96,5%. "Poiché il test per la quantificazione dei livelli del dimero D, oltre a essere estremamente semplice ed economico, risulta altamente specifico per la diagnosi di malformazioni venose, dovrebbe essere inserito di routine nella pratica clinica" ha dichiarato Anne Dompmartin, principale autore dello studio. "Con questo test possono, infatti, essere identificate alterazioni venose nascoste e si può discriminare tra malformazioni glomerulari (con livelli normali del dimero) e altre lesioni multifocali".

Novembre 2009 | Pagina Scientifica
Malaria: vaccino in fase III

Al via il trial di fase III sul vaccino antimalarico Rts,S finanziato da GlaxoSmithKline e Gates Foundation con 200 mln di dollari. La sperimentazione prevede l'immunizzazione di oltre 16.000 bambini africani, 5.000 dei quali già reclutati, in 7 Paesi: Burkina Faso, Gabon, Gana, Kenia, Malawi, Mozambico e Tanzania. Nella fase II la molecola ha ridotto gli episodi di malaria del 53% in 8 mesi. Ora sarà somministrato a neonati di 6-12 settimane e a bambini di 5-17 mesi. Sei risultati saranno positivi, il vaccino potrebbe essere approvato nel 2012.

 

Ottobre 2009 | Pagina Scientifica

Benefici da clopidogrel in dosi aumentate nella Stemi


Migliori outcome clinici possono essere raggiunti con dosi più elevate di clopidogrel in pazienti con infarto miocardico con sopraslivellamento St (Stemi) sottoposti a intervento coronarico percutaneo primario. Horizons-ami (Harmonizing outcomes with revascularization and stents in acute myocardial infarction) questo il trial che, prendendo in esame 3.600 pazienti con Stemi e trattati con terapie anticoagulanti, ha messo a confronto due differenti dosi della tienopiridina. Alla dose di 600 mg rispetto a quella di 300 mg è stato registrato un significativo decremento nei valori di mortalità (1,9% vs 3,1%), di nuovi episodi infartuali (1,3% vs 2,3%) e di trombosi da stent (1,7% vs 2,8%). In aggiunta, la quantità più elevata del farmaco non ha fatto rilevare alcun episodio emoraggico di grave entità. Attraverso analisi multivariate, gli autori hanno potuto stabilire che l'incremento delle dosi di clopidrogel rappresenta un fattore predittivo indipendente di decremento di eventi cardiaci severi a 30 giorni dall'infarto. (L.A.)
Journal of American College of Cardiology 2009, 54, 1438-1446

 

Ottobre 2009 | Pagina Scientifica

Lupus anticoagulante e rischio cardiovascolare

Il lupus anticoagulante rappresenterebbe il principale fattore di rischio di eventi trombotici in donne giovani. A stabilirlo è lo studio Ratio (Risk of Arterial Thrombosis In relation to Oral contraceptives), pubblicato su Lancet, che, alla luce del fatto che la trombosi arteriosa è tra le principali manifestazioni cliniche della sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi, ha, per la prima volta, indagato l'associazione del rischio di eventi trombotici e livelli di alcuni di questi anticorpi nella popolazione generale. Nello studio sono stati coinvolti 175 pazienti con infarto ischemico, 203 pazienti con infarto miocardico e 628 individui sani. Il lupus anticoagulante è stato rilevato nel 17% delle pazienti ischemiche, nel 3% di quelle con infarto del miocardio e nello 0,7% dei controlli. L'odds ratio è risultato pari a: 5,3 per l'infarto miocardico, valore che diventa 21,6 e 33,7 nelle donne che utilizzano contraccettivi orali e nelle fumatrici, rispettivamente; 43,1 per infarto ischemico, con incremento a 201 e 87 nel caso di impiego di contraccettivi orali e di abitudine al fumo, rispettivamente. Infine, in presenza di anticorpi anti-beta 2-glicoproteina I, è stato osservato un incremento soltanto del rischio di infarto del miocardio (odds ratio= 2,3) e non ischemico. (L.A.)
Lancet 2009, doi:10.1016/S1474-4422(09)70239-X
 

Settembre 2009 | Pagina Scientifica
Meno fibrillazione atriale con amiodarone

Meno fibrillazione atriale con amiodarone La somministrazione di dronedarone risulta meno vantaggiosa rispetto a quella di amiodarone nella riduzione della fibrillazione atriale (Af). È quanto emerge dall'analisi sistematica di 9 trial clinici in cui l'effetto di questi farmaci è stato valutato in pazienti con Af ricorrente. In particolare, 4 studi randomizzati controllati con placebo hanno riguardato l'impiego di dronedarone, altri 4 quello di amiodarone e, infine, un ultimo trial ha comparato efficacia e sicurezza dei due farmaci. Attraverso modelli "random-effect" è stato possibile osservare una significativa riduzione degli episodi di Af nei pazienti trattati con amiodarone rispetto al gruppo placebo (odds ratio: 0,12). Il dronedarone non ha fatto registrare, invece, alcun vantaggio terapeutico rispetto al placebo (odds ratio: 0,79). Analisi di regressione logistica, attraverso la comparazione di tutti e nove gli studi, hanno consentito di evidenziare un'efficacia superiore dell'amiodarone rispetto al dronadone (odds ratio: 0,49). Di contro, l'incidenza sia della mortalità sia degli effetti collaterali sono risultati maggiori nel trattamento con amiodarone rispetto a quello con dronedarone (odds ratio: 1,81) (L.A.). J Am Coll Cardiol, 2009; 54:1089-1095

Over-80 con aritmia: anticoagulanti orali efficaci
di Chiara Fornasiero
Una terapia anticoagulante orale adeguatamente somministrata è in grado di ridurre il rischio di sanguinamento anche in pazienti con fibrillazione atriale in età molto avanzata. Per quest’opzione terapeutica si confermano, perciò, efficacia e sicurezza anche in una fascia di soggetti che, in futuro, sarà sempre più sottoposta a trattamenti medici, visto il constante aumento della vita media e il progressivo invecchiamento della popolazione.
Il dato viene da uno studio recente, apparso sul Journal of the American College of Cardiology (2009, 54:999-1002), condotto da autori italiani (Daniela Poli et al). Gli studiosi hanno esaminato 783 pazienti in trattamento con anticoagulanti orali, di età inferiore o superiore a 80 anni, tutti affetti da fibrillazione atriale. Nel corso del follow up, 94 pazienti hanno manifestato episodi di sanguinamento con un’incidenza di 3,7/100 pazienti/anno e 37 di questi sono stati di grado maggiore (1,4/100 pazienti/anno). Il tasso di questa complicanza è rimasto entro valori accettabili anche negli over-80, anche se si è osservata una differenza tra i due gruppi esaminati: nei pazienti più giovani gli episodi maggiori sono stati dello 0,9/100 pazienti/anno, mentre negli ultraottantenni dell’1,9/100 pazienti/anno. Una storia di eventi cerebrali ischemici si è dimostrato un fattore di rischio per il sanguinamento. Gli autori dello studio sottolineano come i pazienti esaminati sono stati monitorati strettamente fin dall’inizio della terapia anticoagulante. Non sussisterebbe alcuna possibilità, perciò, che le complicanze emorragiche di grado maggiore o minore possano essere state sottostimate.

Fonte: Journal of the American College of Cardiology

Medicina interna

Prevenzione primaria: discusso uso aspirina

Una nuova meta-analisi pone in dubbio l'uso dell'aspirina nella prevenzione primaria per tutti i soggetti sani al di sopra di un livello di rischio moderato di coronaropatie, come attualmente suggerito dalle linee guida generali. E' stato infatti dimostrato per la prima volta che gli stessi soggetti a rischio di cardiopatie sono anche a rischio di emorragie con l'aspirina, il che dovrebbe influenzare il modo in cui questo farmaco viene usato. E' possibile ridurre in sicurezza il rischio di cardiopatie controllando pressione e colesterolo, ed i farmaci utilizzati in questo senso sono probabilmente più sicuri dell'aspirina: è dunque opportuno ricorrere ad una statina o ad un antiipertensivo prima di introdurre l'aspirina. Probabilmente vi sono comunque dei pazienti che trarrebbero beneficio dall'uso di questo farmaco nell'ambito della prevenzione primaria, ma solo dopo un'attenta valutazione dei rischi comportati, e comunque non si tratta di una situazione generalizzabile a tutti i soggetti al di sopra di un certo livello di rischio. Naturalmente queste considerazioni non intaccano l'utilità dell'aspirina nella prevenzione secondaria, nella quale i suoi benefici assoluti sono di gran lunga maggiori e surclassano il rischio di emorragie. (Lancet 2009; 373: 1849-60 e 1821-2)

 

Antipiastrinici ed emorragie intracerebrali

L'uso dei farmaci antipiastrinici alla comparsa di un'emorragia intracerebrale non è associato all'incremento dell'emorragia stessa, all'allargamento dell'area interessata o agli esiti. I pazienti che giungono in pronto soccorso con un'emorragia intracerebrale e sono sotto l'effetto di questi farmaci dunque non dovrebbero essere considerati a maggior rischio di esiti negativi, e non dovrebbero ricevere solo per questa ragione trasfusioni piastriniche. Si tratta infatti di pazienti che non presentano un rischio maggiore di andare incontro ad un'espansione del proprio ictus emorragico rispetto agli altri. (Neurology 2009; 72: 1397

Colonografia TAC sfida la colonscopia
Benchè la colonografia TAC (CTC) sia una tecnica promettente con una buona sensibilità per il rilevamento di grossi polipi del colon, e sia meno invasiva della colonscopia, essa non appare conveniente per lo screening dei tumori colorettali nelle fasce a medio rischio; se usata nelle giuste circostanze, però, la CTC potrebbe dimostrarsi economicamente praticabile. I costi della CTC non sono stati finora stimati a questo livello, ma per risultare sempre più conveniente della colonscopia, essi non dovrebbero ammontare a più del 43 percento dei costi di quest'ultima. Se comunque l'aderenza alla CTC fosse superiore del 25 percento di quella alla colonscopia, la soglia di convenienza potrebbe alzarsi al 71 percento dei suoi costi. Dato questo potenziale sviluppo, e dato che la lettura della CTC impiega meno tempo, raggiungere questi livelli di costi potrebbe essere possibile. (Int J Cancer 2009;

 

 

Ictus: utile ecografia transesofagea
L'ecografia transesofagea può gettare luce sui fattori cardiogeni che contribuiscono ai casi di ischemia cerebrale criptogenetica. Circa in un terzo dei pazienti con ischemia cerebrale non può essere identificata alcuna causa definita. In più della metà dei pazienti l'ecografia transesofagea garantisce dati rilevanti: i problemi di più comune riscontro sono il forame ovale beante e patologie valvolari precedentemente non diagnosticate, ma si rilevano anche sclerosi della valvola aortica e difetti settali atriali. Il forame ovale beante ed i problemi settali atriali sono caratteristici dei pazienti più giovani, e quindi ne deriva che le ecografie transesofagee sono indicate in tutti i pazienti con ictus criptogenetico a prescindere dalla fascia d'età a cui appartengono. (Cardiovasc Ultrasound online 2009, pubblicato il 22/4)

Microemorragie cerebrali e acido acetilsalicilico

L’acido acetilsalicilico aumenta il rischio di microsanguinamenti cerebrali anche al dosaggio utilizzato per la prevenzione cardiologica.
I microsanguinamenti cerebrali, specie nelle zone lobari, sono indice per lo più di una angiopatia amiloidea: la deposizione di amiloide nella parete vascolare rende i vasi più fragili e quindi più sottoposti alla rottura. Grazie alla risonanza magnetica è possibile oggi visualizzare queste emorragie, identificabili come depositi di emosiderina nei macrofagi circostanti il vaso.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Rotterdam, in Olanda, ha analizzato in uno studio di popolazione 1.062 soggetti ultrasessantenni senza demenza, alcuni dei quali prendevano farmaci antitrombotici (antiaggreganti piastrinici o anticoagulanti), per vedere grazie a una risonanza magnetica se l’azione antitrombotica facilitasse la comparsa di microsanguinamenti cerebrali.
Chi prendeva un antiaggregante aveva in effetti una probabilità maggiore di microsanguinamenti cerebrali (odds ratio 1,71, limiti di confidenza al 95% da 1,21 a 2,41). Se si valutavano solo i microsanguinamenti lobari, il rischio con l’acido acetilsalicilico aumentava ulteriormente (odds ratio 2,70, limiti di confidenza al 95% da 1,45 a 5,04), anche se formulazioni diverse del principio attivo (come il carbasalato calcico, non in commercio in Italia) sembravano invece prive di questo effetto avverso. L’assunzione di un anticoagulante non influenzava invece significativamente questo rischio (odds ratio 1,49, limiti di confidenza al 95% da 0,82 a 2,71).
In pratica
Nel bilancio costi-benefici della terapia con antiaggreganti deve essere sempre presente la valutazione del rischio emorragico. Ciò vale non solo a livello gastrico, ma anche cerebrale. Occorrono ulteriori studi per confermare il dato emerso in questa ricerca, analizzando anche la possibile correlazione tra uso di antiaggreganti e incidenza di emorragie intracerebrali sintomatiche.
Bibliografia
Vernooij M, Haag M, et al. Use of antithrombotic drugs and the presence of cerebral microbleeds. Arch Neurol 2009;66:DOI:10.1001/archneurol.2009.42.

 

L’aggiunta di Clopidogrel alla terapia con Aspirina riduce il rischio di ictus nei pazienti con fibrillazione atriale Lo studio ACTIVE (un trial clinico randomizzato in doppio cieco, multicentrico, supportato da Sanofi Aventis e Bristol - Myers Squibb) è stato presentato recentemente al congresso dell'American College of Cardiology, e pubblicato online dal New England Journal of Medicine. Lo studio ha confrontato il rischio di stroke in pazienti con fibrillazione atriale che non assumono terapia anticoagulante orale con antagonisti della vitamina K per la presenza di controindicazioni. Rispetto ai soggetti trattati con sola aspirina, i pazienti con fibrillazione atriale che assumevano aspirina più clopidogrel avevano un rischio di stroke ridotto. Durante il follow-up, della durata media di 3,6 anni, l'incidenza di eventi vascolari maggiori era, infatti, significativamente inferiore nel gruppo “clopidogrel” rispetto al placebo (6,8 contro 7,6 per anno), soprattutto per la riduzione del rischio di ictus ischemico nel gruppo con il trattamento. A fronte di ciò va segnalata, comunque, una maggiore frequenza di sanguinamento nel gruppo clopidogrel (2,0 contro 1,3 per anno). In conclusione, in molti pazienti a rischio di ictus che non possono assumere gli antagonisti della vitamina K, dopo una valutazione del bilancio rischio/beneficio, può essere indicata la contemporanea somministrazione di aspirina e clopidogrel. Recensione di Carolina Prevaldi  

 

Colonografia TAC sfida la colonscopia
 Benché la colonografia TAC (CTC) sia una tecnica promettente con una buona sensibilità per il rilevamento di grossi polipi del colon, e sia meno invasiva della colonscopia, essa non appare conveniente per lo screening dei tumori colorettali nelle fasce a medio rischio; se usata nelle giuste circostanze, però, la CTC potrebbe dimostrarsi economicamente praticabile. I costi della CTC non sono stati finora stimati a questo livello, ma per risultare sempre più conveniente della colonscopia, essi non dovrebbero ammontare a più del 43 percento dei costi di quest'ultima. Se comunque l'aderenza alla CTC fosse superiore del 25 percento di quella alla colonscopia, la soglia di convenienza potrebbe alzarsi al 71 percento dei suoi costi. Dato questo potenziale sviluppo, e dato che la lettura della CTC impiega meno tempo, raggiungere questi livelli di costi potrebbe essere possibile. (Int J Cancer 2009; 124: 1161-8)

 

Cirrosi: ammoniemia indica varici esofagee

Un elevato livello di ammoniemia nei pazienti cirritici costituisce un indizio della presenza di varici esofagee. Nei pazienti cirrotici è necessario verificare quanto più precocemente possibile la presenza di queste lesioni tramite endoscopia del tratto gastrointestinale superiore onde eludere le emorragie: quanto riscontrato solleva la possibilità di utilizzare i livelli ammoniemici per diagnosticare la presenza di questo processo in evoluzione. L'ammoniemia predice anche lo scompenso epatico e la comparsa di ascite. Questi dati non limitano l'indicazione dell'endoscopia, ma piuttosto suggeriscono un uso più conveniente di questo strumento, nell'ottica della limitazione dei costi di analisi comunque tecnicamente valide. Livelli ammoniemici che permangono elevati a lungo dovrebbero indurre il medico ospedaliero a prescrivere con urgenza l'endoscopia al paziente, mentre in presenza di livelli bassi è possibile temporaneamente soprassedere a questa procedura invasiva e costosa. La misurazione dell'ammoniemia comunque andrebbe effettuata prestando la massima attenzione al prelievo di sangue. (BMC Gastroenterology
 
PSA, no grazie
Due grandi trial, uno condotto in Europa e uno negli Stati Uniti, sembrano mettere la parola fine all’annosa controversia sull’utilità dello screening con il PSA per carcinoma della prostata: nel Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian (PLCO) Cancer Screening Trial, Gerald Andriole, della Washington University School of Medicine di St. Louis riferisce, dopo un follow up medio di 11 anni, di non aver riscontrato nessun vantaggio in termini di mortalità dallo screening combinato con esplorazione rettale e dosaggio del PSA. Nell’European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer (ERSPC), che invece ha tenuto conto solo dei livelli di PSA, l’urologo olandese Fritz Schröder riferisce di aver osservato dopo nove anni una riduzione relativa della mortalità del 20 per cento, pari a sette morti per cancro della prostata ogni 10.000 uomini esaminati, con un alto rischio di sovra diagnosi e tutte le sue conseguenze in termini clinici, economici e relativi alla qualità di vita. Fonte: New Engl J Med pubblicato online il18-3-2009 doi: 10.1056/NEJMoa0810696 e doi:10.1056/NEJMoa0810084
 
Il cancro alla prostata si opera dall'ombelico. L’organo viene rimosso con una sola incisione L'ospedale Sacco di Milano ha annunciato il primo intervento italiano di prostatectomia radicale da una singola porta ombelicale. Con tale tecnica l'organo malato viene estratto attraverso un'unica incisione all'ombelico di soli 25 millimetri, abbattendo al minimo i tempi di ricovero. Franco Gaboardi, direttore dell'Unita' di urologia dell'ospedale Sacco di Milano ha spiegato che la tecnica e' un'evoluzione della laparoscopia convenzionale resa possibile grazie a un'innovazione tecnologica chiamata Triport che permette l'introduzione di tre strumenti chirurgici da un'unica incisione cutanea. Oltre all'indubbio vantaggio estetico si riducono il dolore post-operatorio, i tempi di ripresa e di conseguenza la degenza ospedaliera. Il paziente sottoposto a tale procedura puo' andare a casa tre giorni dopo un intervento che fino a pochi anni fa richiedeva molti giorni di ospedalizzazione ritrovandosi un'incisione ombelicale di 25 millimetri da cui viene estratta la prostata e un'incisione di 5 millimetri per il drenaggio.
 
Oncologia

Tumore prostatico: CTC predicono mortalità

La conta delle cellule tumorali circolanti (CTC) è uno strumento di previsione della mortalità più potente del PSA nei pazienti con tumore prostatico metastatico sottoposti a chemioterapia. Tale parametro infatti risulta fortemente associato alla mortalità nei pazienti con malattia progressiva e resistente alla castrazione, mentre le variazioni del PSA sembrano non esserlo affatto. Sullo stesso campione di pazienti era stato precedentemente dimostrato che la presenza di cinque o più cellule tumorali su 7,5 millilitri di sangue predice esiti complessivamente peggiori. E' necessario ora stabilire tramite studi clinici se sia o meno il caso di includere la conta delle CTC fra i parametri di progressione della malattia. (Lancet Oncol online 2009, pubblicato l'11/2)

 

Rischi ortopedici dei diuretici in menopausa

L'uso prolungato di diuretici dell'ansa è collegato ad un aumento del rischio di fratture nelle donne in età postmenopausale. La correlazione fra diuretici dell'ansa, BMD, cadute e fratture dopo la menopausa non era stata finora ben delineata. A seguito di varie approssimazioni per fattori interferenti, non sono state invece riscontrate associazioni significative fra l'aver mai fatto uso di diuretici dell'ansa e variazioni della BMD, cadute o fratture. Questi diuretici vengono usati da donne il cui stato di salute è già precario e che sono già a rischio di fratture, ma comunque rimane la correlazione fra uso di diuretici dell'ansa e maggior rischio di fratture dopo la menopausa. (Arch Intern Med. 2009; 169: 132-40)

 

Infarto: tachicardia a riposo aumenta il rischio

Un'elevata frequenza cardiaca a riposo è associata ad un incremento del rischio di infarto o mortalità per cause coronariche nelle donne. Diversi studi avevano già dimostrato questo rischio nel sesso maschile, anche tenendo conto di potenziali fattori interferenti come pressione e colesterolemia, ma è la prima volta che il concetto viene esteso anche alle donne. In ogni caso, soltanto le donne con 76 battiti al minuto o più sono esposte ad un significativo aumento del rischio, e comunque questo fenomeno non è associato ad un aumento del rischio di ictus. Se il medico verifica già la frequenza cardiaca come parte della normale procedura di valutazione del rischio cardiovascolare, tale fattore potrebbe aggiungersi a quelli considerati nella selezione dell'aggressività del trattamento: se un paziente è riluttante ad assumere farmaci per l'ipertensione o il colesterolo, tale atteggiamento potrebbe essere rivisto in presenza di un'elevata frequenza cardiaca a riposo. (BMJ online 2009, pubblicato il 4/2)

 

Tumori al seno: nuova scoperta
Studiosi Usa hanno trovato il gene della forma aggressiva (ANSA) - WASHINGTON
E' stata scoperta una mutazione genetica responsabile di tumori del seno che si diffondono velocemente e resistenti alla chemioterapia.Il gene, individuato da studiosi Usa, si chiama in sigla 'Mtdh' e ha dimostrato di essere presente in copie multiple in pazienti colpiti appunto da forme di cancro della mammella particolarmente aggressive. Lo riferisce la rivista 'Cancer Cell' sottolineando che 'Mtdh potrebbe risultare implicato in altri tipi di tumore quali quello della prostata'.
 

Poca anti-meningococcica

La meningite meningococcica costituisce quasi un terzo dei 900 casi annui italiani ed è una delle principali cause di mortalità e morbilità nelle fasce d'età 0 e-4 anni e 15-19 anni; la vaccinazione anti-meningococco C, che con il B (privo di vaccino) è il più comune in Italia e in Europa, resta però poco utilizzata, per scarsa informazione e anche per una confusione alimentata dalla diversità delle offerte regionali. Da un'indagine demoscopica Gfk Eurisko tra 1.050 mamme italiane con figli da 0 a 15 anni risulta che buona parte sa che è una malattia grave e che l'85% sa che c'è il vaccino, solo il 48% però ha fatto vaccinare i figli. Principale fonte d'informazione sono i media, più del medico, però metà di chi ha chiesto delucidazioni a quest'ultimo lo ha fatto di propria iniziativa e solo un quarto le ha ricevute per iniziativa del medico. Motivi di rinuncia al vaccino: paura di scarsa copertura o di effetti collaterali, ma anche mancato consiglio da parte del medico, non obbligatorietà e scarsa informazione (metà di chi non ha fatto vaccinare i figli cambierebbe idea in caso di informazioni convincenti). I casi di meningite meningococcica C dal 2005 sono calati grazie all'inserimento della vaccinazione in alcune Regioni, secondo le raccomandazioni del Piano nazionale vaccini 2005-2007: in certe però l'offerta è attiva e gratuita, in altre gratuita e non attiva, in altre in copagamento, diverse poi le coorti sopra l'anno di età (nelle quali si dà in unica dose ). La questione è tuttora in discussione per il nuovo PNV 2008-2011, e la sollecitazione è a un'offerta gratuita e attiva per aumentare la richiesta di un vaccino raccomandato come appunto questo. Laddove l'offerta del vaccino anti-meningococco infatti è stata attiva e gratuita e si sono fatte campagne informative il problema si è risolto: come in Gran Bretagna, dove dall'introduzione nel 1999 si sono ridotti del 95% i casi di meningite C nei bambini, da quando lì si sono azzerati da noi ce ne sono stati 600.

 

Coli nelle urine più resistenti a fluorochinoloni

La resistenza ai fluorochinoloni negli isolati urinari di Escherichia coli di pazienti ambulatoriali è aumentata dopo la raccomandazione per il loro uso empirico per il trattamento delle infezioni delle vie urinarie. La gestione di queste infezioni, un razionale comune per l'uso di antibiotici negli adulti, viene complicata dalla resistenza emergente dell'Escherichia coli agli antibiotici orali: la rapida comparsa della resistenza ai fluorochinoloni in seguito all'aumento delle prescrizioni suggerisce che farne ulteriore uso renderebbe questi farmaci inaffidabili per il trattamento entro breve tempo. Benchè l'uso degli antibiotici porti prevedibilmente alla comparsa di resistenze, la rapidità con cui ciò accade non poteva essere prevista. Ove possibile, dunque, come nella maggior parte dei casi di cistite semplice, andrebbero impiegati regimi che non prevedano l'uso di fluorochinoloni onde preservare questa importante classe di antibiotici. (Am J Med 2008; 121: 876-84)

Gli antitrombotici prima della chemioterapia abbattono i rischi
Utilizzare farmaci antitrombotici prima di sottoporsi alla chemioterapia riduce i rischi di trombosi venosa. Sono queste le conclusioni a cui è giunto il piu' ampio studio al mondo sull'efficacia dei farmaci contro i trombi nei pazienti malati di cancro. L'autore Giancarlo Agnelli, ematologo dell'universita' di Perugia, lo ha presentato al 50° Congresso dell'American Society of Hematology (Ash), in corso a San Francisco. Lo studio multicentrico, condotto su ben 1.166 pazienti con tumore in fase avanzata ai polmoni (279), colon (235), seno (165), ovaie (143), stomaco (98), retto (87), pancreas (53), testa e collo (36) e in altri distretti (54) ha voluto misurare l'efficacia della nadroparina. Ad alcuni pazienti e' stato somministrato il farmaco, ad altri un placebo. Il trattamento e' iniziato in coincidenza con il primo ciclo di chemioterapia, ed è stato prolungato per un massimo di 4 mesi. Solamente 16 dei 769 malati trattati con la nadroparina ha avuto un qualche caso di trombo venoso (2,1%), rispetto ai 15 dei 381 pazienti a cui era stato dato il placebo (3.9%). Inoltre il farmaco e' apparso sicuro, visto che una percentuale molto bassa (0,7%) di malati ha sperimentato perdite di sangue. Un altro importante dato messo in evidenza dalla ricerca italiana riguarda il fatto che i tumori che determinano più trombi sono quelli al polmone e al pancreas

 

In progress per virus West Nile

In Italia si sono appena segnalati in ottobre i primi due casi umani, in Emilia Romagna, dopo alcuni casi veterinari registrati tra cavalli, mentre in Nord America l'infezione da virus del Nilo Occidentale ha avuto una certa diffusione negli ultimi anni: l'agente patogeno trasmesso dalle zanzare e balzato alla cronaca per i casi di New York nel 1999 ha finora ucciso più di mille persone tra Stati Uniti e Canada, oltre a un numero enorme di uccelli e ad altri animali. Principali vettori sono zanzare del genere Culex; il rischio d'infezione umana (non c'è trasmissione interumana) sembra più alto per i residenti in zone urbane coperte da vegetazione ma sono ancora allo studio le condizioni ottimali perché ciò avvenga. Il virus sarebbe stato identificato per la prima volta in Uganda nel 1937, approdato ufficialmente negli Stati Uniti nel 1999 si è diffuso in tutto il Nord America nell'arco di cinque anni; contro l'eventualità di una più ampia propagazione mondiale si sta studiando un possible vaccino. Un vaccino terapeutico a DNA contro il West Nile virus è stato sviluppato a Leipzig, Germania, con plasmidi del patogeno codificanti per gli antigeni che stimolano la risposta anticorpale. I vantaggi di un vaccino di questo tipo sono la sicurezza, l'attivazione di tutti i meccanismi di difesa dell'organismo, l'economicità e la conservazione senza refrigerazione che ne rende ottimale l'uso in paesi a clima caldo. Si stanno sviluppando preparati utilizzabili in campo sia veterinario sia umano che per ora hanno superato i test iniziali; le ricerche di laboratorio dovrebbero concludersi a fine 2009, altri tre anni circa sono previsti per le procedure di approvazione che comprendono i trial clinici.
Fraunhofer Institute, Leipzig

Il vantaggio di un programma formale gestito dai farmacisti Delate T et al., Pharmacotherapy.
I programmi formali di somministrazione di farmaci gestiti dai farmacisti possono essere il modo migliore per garantire un trattamento adeguato dopo le dimissioni da un istituto di cura specializzato. I pazienti del presente studio, sottoposti a follow-up, presentavano una riduzione del 78% del rischio di decessi nei 60 giorni successivi alle dimissioni e un aumento delle visite ambulatoriali per prestazione di cure, mentre non si è osservata una riduzione delle visite al pronto soccorso o di nuove ospedalizzazioni. La mortalità significativamente ridotta conferma la validità di questa iniziativa che dovrebbe rientrare nel processo di transizione in materia di cure.

Passo avanti contro i resistenti

Procede la ricerca contro la resistenza dei batteri agli antibiotici. Scienziati britannici dell'Institute of Structural and Molecular Biology (Ismb) di Birkbeck, dell'ateneo e dell'University College di Londra sono infatti riusciti a identificare un meccanismo utilizzato dai batteri che causano malattie come la pertosse, l'ulcera e la legionella, gettando le basi per comprendere meglio il modo in cui i geni della resistenza agli antibiotici si diffondono da un batterio all'altro. La resistenza ai farmaci - spiegano gli autori su 'Science' - si diffonde quando c'è uno scambio di materiale genetico fra due batteri, uno dei quali è mutato in modo da diventare impenetrabile all'attacco degli antibiotici. Questo scambio è facilitato da un sistema multifattoriale chiamato sistema di secrezione tipo IV, che agisce trasportando i geni della resistenza agli antibiotici dall'interno di una cellula attraverso la sua membrana, e poi alla cellula vicina.