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Archivio News Scientifiche 2009
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Dicembre 2009 | Pagina Scientifica
Dimero D utile per diagnosi di alterazioni venose

L'analisi dei livelli del dimero D consentirebbe diagnosi differenziali delle malformazioni venose. È quanto stabilito in uno studio che ha coinvolto il Centre Hospitalier Universitaire di Caen e il Center for Vascular Anomalies, Université catholique de Louvain di Brussel. L'indagine si è basata sulla valutazione dei risultati di esami Doppler e di analisi della coagulazione riguardanti 280 pazienti. Malformazioni venose sono state registrate in 195 partecipanti, di cui 83 presentavano livelli elevati del dimero D. La sensibilità del dosaggio del dimero D è apparsa del 42,6%. Negli 85 pazienti non affetti da scompensi venosi, la concentrazione del dimero è risultata elevata solo in 3 pazienti, con una specificità del test pari al 96,5%. "Poiché il test per la quantificazione dei livelli del dimero D, oltre a essere estremamente semplice ed economico, risulta altamente specifico per la diagnosi di malformazioni venose, dovrebbe essere inserito di routine nella pratica clinica" ha dichiarato Anne Dompmartin, principale autore dello studio. "Con questo test possono, infatti, essere identificate alterazioni venose nascoste e si può discriminare tra malformazioni glomerulari (con livelli normali del dimero) e altre lesioni multifocali".
Novembre 2009 | Pagina Scientifica
Malaria: vaccino in fase III
Al via il trial di fase III sul vaccino antimalarico Rts,S finanziato da GlaxoSmithKline e Gates Foundation con 200 mln di dollari. La sperimentazione prevede l'immunizzazione di oltre 16.000 bambini africani, 5.000 dei quali già reclutati, in 7 Paesi: Burkina Faso, Gabon, Gana, Kenia, Malawi, Mozambico e Tanzania. Nella fase II la molecola ha ridotto gli episodi di malaria del 53% in 8 mesi. Ora sarà somministrato a neonati di 6-12 settimane e a bambini di 5-17 mesi. Sei risultati saranno positivi, il vaccino potrebbe essere approvato nel 2012.
Ottobre 2009 | Pagina Scientifica
Benefici da clopidogrel in dosi aumentate nella Stemi

Migliori outcome clinici possono essere raggiunti con dosi più elevate di clopidogrel in pazienti con infarto miocardico con sopraslivellamento St (Stemi) sottoposti a intervento coronarico percutaneo primario. Horizons-ami (Harmonizing outcomes with revascularization and stents in acute myocardial infarction) questo il trial che, prendendo in esame 3.600 pazienti con Stemi e trattati con terapie anticoagulanti, ha messo a confronto due differenti dosi della tienopiridina. Alla dose di 600 mg rispetto a quella di 300 mg è stato registrato un significativo decremento nei valori di mortalità (1,9% vs 3,1%), di nuovi episodi infartuali (1,3% vs 2,3%) e di trombosi da stent (1,7% vs 2,8%). In aggiunta, la quantità più elevata del farmaco non ha fatto rilevare alcun episodio emoraggico di grave entità. Attraverso analisi multivariate, gli autori hanno potuto stabilire che l'incremento delle dosi di clopidrogel rappresenta un fattore predittivo indipendente di decremento di eventi cardiaci severi a 30 giorni dall'infarto. ( L.A.)
Journal of American College of Cardiology 2009, 54, 1438-1446
Ottobre 2009 | Pagina Scientifica
Lupus anticoagulante
e rischio cardiovascolare

Il lupus anticoagulante
rappresenterebbe il
principale fattore di
rischio di eventi trombotici
in donne giovani. A
stabilirlo è lo studio Ratio
(Risk of Arterial Thrombosis
In relation to Oral
contraceptives), pubblicato
su Lancet, che, alla luce
del fatto che la trombosi
arteriosa è tra le
principali manifestazioni
cliniche della sindrome da
anticorpi anti-fosfolipidi,
ha, per la prima volta,
indagato l'associazione del
rischio di eventi trombotici
e livelli di alcuni di
questi anticorpi nella
popolazione generale. Nello
studio sono stati coinvolti
175 pazienti con infarto
ischemico, 203 pazienti con
infarto miocardico e 628
individui sani. Il lupus
anticoagulante è stato
rilevato nel 17% delle
pazienti ischemiche, nel 3%
di quelle con infarto del
miocardio e nello 0,7% dei
controlli. L'odds ratio è
risultato pari a: 5,3 per
l'infarto miocardico, valore
che diventa 21,6 e 33,7
nelle donne che utilizzano
contraccettivi orali e nelle
fumatrici, rispettivamente;
43,1 per infarto ischemico,
con incremento a 201 e 87
nel caso di impiego di
contraccettivi orali e di
abitudine al fumo,
rispettivamente. Infine, in
presenza di anticorpi
anti-beta 2-glicoproteina I,
è stato osservato un
incremento soltanto del
rischio di infarto del
miocardio (odds ratio= 2,3)
e non ischemico. (L.A.)
Lancet 2009, doi:10.1016/S1474-4422(09)70239-X
Settembre 2009 | Pagina Scientifica
Meno fibrillazione atriale con amiodarone

Meno fibrillazione atriale con amiodarone La somministrazione di dronedarone risulta meno vantaggiosa rispetto a quella di amiodarone nella riduzione della fibrillazione atriale (Af). È quanto emerge dall'analisi sistematica di 9 trial clinici in cui l'effetto di questi farmaci è stato valutato in pazienti con Af ricorrente. In particolare, 4 studi randomizzati controllati con placebo hanno riguardato l'impiego di dronedarone, altri 4 quello di amiodarone e, infine, un ultimo trial ha comparato efficacia e sicurezza dei due farmaci. Attraverso modelli "random-effect" è stato possibile osservare una significativa riduzione degli episodi di Af nei pazienti trattati con amiodarone rispetto al gruppo placebo (odds ratio: 0,12). Il dronedarone non ha fatto registrare, invece, alcun vantaggio terapeutico rispetto al placebo (odds ratio: 0,79). Analisi di regressione logistica, attraverso la comparazione di tutti e nove gli studi, hanno consentito di evidenziare un'efficacia superiore dell'amiodarone rispetto al dronadone (odds ratio: 0,49). Di contro, l'incidenza sia della mortalità sia degli effetti collaterali sono risultati maggiori nel trattamento con amiodarone rispetto a quello con dronedarone (odds ratio: 1,81) (L.A.). J Am Coll Cardiol, 2009; 54:1089-1095
Over-80 con aritmia: anticoagulanti orali efficaci
di Chiara Fornasiero
Una terapia anticoagulante orale adeguatamente somministrata è in grado di ridurre il rischio di sanguinamento anche in pazienti con fibrillazione atriale in età molto avanzata. Per quest’opzione terapeutica si confermano, perciò, efficacia e sicurezza anche in una fascia di soggetti che, in futuro, sarà sempre più sottoposta a trattamenti medici, visto il constante aumento della vita media e il progressivo invecchiamento della popolazione.
Il dato viene da uno studio recente, apparso sul Journal of the American College of Cardiology (2009, 54:999-1002), condotto da autori italiani (Daniela Poli et al). Gli studiosi hanno esaminato 783 pazienti in trattamento con anticoagulanti orali, di età inferiore o superiore a 80 anni, tutti affetti da fibrillazione atriale. Nel corso del follow up, 94 pazienti hanno manifestato episodi di sanguinamento con un’incidenza di 3,7/100 pazienti/anno e 37 di questi sono stati di grado maggiore (1,4/100 pazienti/anno). Il tasso di questa complicanza è rimasto entro valori accettabili anche negli over-80, anche se si è osservata una differenza tra i due gruppi esaminati: nei pazienti più giovani gli episodi maggiori sono stati dello 0,9/100 pazienti/anno, mentre negli ultraottantenni dell’1,9/100 pazienti/anno. Una storia di eventi cerebrali ischemici si è dimostrato un fattore di rischio per il sanguinamento. Gli autori dello studio sottolineano come i pazienti esaminati sono stati monitorati strettamente fin dall’inizio della terapia anticoagulante. Non sussisterebbe alcuna possibilità, perciò, che le complicanze emorragiche di grado maggiore o minore possano essere state sottostimate.
Fonte: Journal of the American College of Cardiology
Medicina interna
Prevenzione primaria: discusso uso aspirina
Una nuova meta-analisi pone in dubbio l'uso dell'aspirina nella prevenzione primaria per tutti i soggetti sani al di sopra di un livello di rischio moderato di coronaropatie, come attualmente suggerito dalle linee guida generali. E' stato infatti dimostrato per la prima volta che gli stessi soggetti a rischio di cardiopatie sono anche a rischio di emorragie con l'aspirina, il che dovrebbe influenzare il modo in cui questo farmaco viene usato. E' possibile ridurre in sicurezza il rischio di cardiopatie controllando pressione e colesterolo, ed i farmaci utilizzati in questo senso sono probabilmente più sicuri dell'aspirina: è dunque opportuno ricorrere ad una statina o ad un antiipertensivo prima di introdurre l'aspirina. Probabilmente vi sono comunque dei pazienti che trarrebbero beneficio dall'uso di questo farmaco nell'ambito della prevenzione primaria, ma solo dopo un'attenta valutazione dei rischi comportati, e comunque non si tratta di una situazione generalizzabile a tutti i soggetti al di sopra di un certo livello di rischio. Naturalmente queste considerazioni non intaccano l'utilità dell'aspirina nella prevenzione secondaria, nella quale i suoi benefici assoluti sono di gran lunga maggiori e surclassano il rischio di emorragie. ( Lancet 2009; 373: 1849-60 e 1821-2)
Antipiastrinici ed emorragie intracerebrali
L'uso dei farmaci antipiastrinici alla comparsa di un'emorragia intracerebrale non è associato all'incremento dell'emorragia stessa, all'allargamento dell'area interessata o agli esiti. I pazienti che giungono in pronto soccorso con un'emorragia intracerebrale e sono sotto l'effetto di questi farmaci dunque non dovrebbero essere considerati a maggior rischio di esiti negativi, e non dovrebbero ricevere solo per questa ragione trasfusioni piastriniche. Si tratta infatti di pazienti che non presentano un rischio maggiore di andare incontro ad un'espansione del proprio ictus emorragico rispetto agli altri. (Neurology 2009; 72: 1397
Colonografia TAC sfida la colonscopia
Benchè la colonografia TAC (CTC) sia una tecnica promettente con una buona sensibilità per il rilevamento di grossi polipi del colon, e sia meno invasiva della colonscopia, essa non appare conveniente per lo screening dei tumori colorettali nelle fasce a medio rischio; se usata nelle giuste circostanze, però, la CTC potrebbe dimostrarsi economicamente praticabile. I costi della CTC non sono stati finora stimati a questo livello, ma per risultare sempre più conveniente della colonscopia, essi non dovrebbero ammontare a più del 43 percento dei costi di quest'ultima. Se comunque l'aderenza alla CTC fosse superiore del 25 percento di quella alla colonscopia, la soglia di convenienza potrebbe alzarsi al 71 percento dei suoi costi. Dato questo potenziale sviluppo, e dato che la lettura della CTC impiega meno tempo, raggiungere questi livelli di costi potrebbe essere possibile. (Int J Cancer
2009;
Ictus: utile ecografia transesofagea
L'ecografia transesofagea può gettare luce sui fattori cardiogeni che contribuiscono ai casi di ischemia cerebrale criptogenetica. Circa in un terzo dei pazienti con ischemia cerebrale non può essere identificata alcuna causa definita. In più della metà dei pazienti l'ecografia transesofagea garantisce dati rilevanti: i problemi di più comune riscontro sono il forame ovale beante e patologie valvolari precedentemente non diagnosticate, ma si rilevano anche sclerosi della valvola aortica e difetti settali atriali. Il forame ovale beante ed i problemi settali atriali sono caratteristici dei pazienti più giovani, e quindi ne deriva che le ecografie transesofagee sono indicate in tutti i pazienti con ictus criptogenetico a prescindere dalla fascia d'età a cui appartengono.
(Cardiovasc Ultrasound online 2009, pubblicato il 22/4)
Microemorragie
cerebrali e acido acetilsalicilico
L’acido acetilsalicilico
aumenta il rischio di
microsanguinamenti
cerebrali anche al
dosaggio utilizzato per
la prevenzione
cardiologica.
I microsanguinamenti
cerebrali, specie nelle
zone lobari, sono indice
per lo più di una
angiopatia amiloidea: la
deposizione di amiloide
nella parete vascolare
rende i vasi più fragili
e quindi più sottoposti
alla rottura. Grazie
alla risonanza magnetica
è possibile oggi
visualizzare queste
emorragie,
identificabili come
depositi di emosiderina
nei macrofagi
circostanti il vaso.
Un gruppo di ricercatori
dell’Università di
Rotterdam, in Olanda, ha
analizzato in uno studio
di popolazione 1.062
soggetti
ultrasessantenni senza
demenza, alcuni dei
quali prendevano farmaci
antitrombotici
(antiaggreganti
piastrinici o
anticoagulanti), per
vedere grazie a una
risonanza magnetica se
l’azione antitrombotica
facilitasse la comparsa
di microsanguinamenti
cerebrali.
Chi prendeva un
antiaggregante aveva in
effetti una probabilità
maggiore di
microsanguinamenti
cerebrali (odds ratio
1,71, limiti di
confidenza al 95% da
1,21 a 2,41). Se si
valutavano solo i
microsanguinamenti
lobari, il rischio con
l’acido acetilsalicilico
aumentava ulteriormente
(odds ratio 2,70, limiti
di confidenza al 95% da
1,45 a 5,04), anche se
formulazioni diverse del
principio attivo (come
il carbasalato calcico,
non in commercio in
Italia) sembravano
invece prive di questo
effetto avverso.
L’assunzione di un
anticoagulante non
influenzava invece
significativamente
questo rischio (odds
ratio 1,49, limiti di
confidenza al 95% da
0,82 a 2,71).
In pratica
Nel bilancio
costi-benefici della
terapia con
antiaggreganti deve
essere sempre presente
la valutazione del
rischio emorragico. Ciò
vale non solo a livello
gastrico, ma anche
cerebrale. Occorrono
ulteriori studi per
confermare il dato
emerso in questa
ricerca, analizzando
anche la possibile
correlazione tra uso di
antiaggreganti e
incidenza di emorragie
intracerebrali
sintomatiche.
Bibliografia
Vernooij M, Haag M, et
al. Use of
antithrombotic drugs and
the presence of cerebral
microbleeds. Arch
Neurol 2009;66:DOI:10.1001/archneurol.2009.42.
L’aggiunta
di Clopidogrel alla terapia con Aspirina riduce
il rischio di ictus nei pazienti con
fibrillazione atriale Lo studio ACTIVE (un trial
clinico randomizzato in doppio cieco,
multicentrico, supportato da Sanofi Aventis e
Bristol - Myers Squibb) è stato presentato
recentemente al congresso dell'American College
of Cardiology, e pubblicato online dal New
England Journal of Medicine. Lo studio ha
confrontato il rischio di stroke in pazienti con
fibrillazione atriale che non assumono terapia
anticoagulante orale con antagonisti della
vitamina K per la presenza di controindicazioni.
Rispetto ai soggetti trattati con sola aspirina,
i pazienti con fibrillazione atriale che
assumevano aspirina più clopidogrel avevano un
rischio di stroke ridotto. Durante il follow-up,
della durata media di 3,6 anni, l'incidenza di
eventi vascolari maggiori era, infatti,
significativamente inferiore nel gruppo
“clopidogrel” rispetto al placebo (6,8 contro
7,6 per anno), soprattutto per la riduzione del
rischio di ictus ischemico nel gruppo con il
trattamento. A fronte di ciò va segnalata,
comunque, una maggiore frequenza di
sanguinamento nel gruppo clopidogrel (2,0 contro
1,3 per anno). In conclusione, in molti pazienti
a rischio di ictus che non possono assumere gli
antagonisti della vitamina K, dopo una
valutazione del bilancio rischio/beneficio, può
essere indicata la contemporanea
somministrazione di aspirina e clopidogrel.
Recensione di Carolina Prevaldi
Colonografia TAC sfida la colonscopia
Benché la colonografia TAC (CTC) sia una tecnica promettente con una buona sensibilità per il rilevamento di grossi polipi del colon, e sia meno invasiva della colonscopia, essa non appare conveniente per lo screening dei tumori colorettali nelle fasce a medio rischio; se usata nelle giuste circostanze, però, la CTC potrebbe dimostrarsi economicamente praticabile. I costi della CTC non sono stati finora stimati a questo livello, ma per risultare sempre più conveniente della colonscopia, essi non dovrebbero ammontare a più del 43 percento dei costi di quest'ultima. Se comunque l'aderenza alla CTC fosse superiore del 25 percento di quella alla colonscopia, la soglia di convenienza potrebbe alzarsi al 71 percento dei suoi costi. Dato questo potenziale sviluppo, e dato che la lettura della CTC impiega meno tempo, raggiungere questi livelli di costi potrebbe essere possibile. (Int J Cancer 2009; 124: 1161-8)
Cirrosi:
ammoniemia indica varici esofagee
Un elevato livello di ammoniemia nei
pazienti cirritici costituisce un
indizio della presenza di varici
esofagee. Nei pazienti cirrotici è
necessario verificare quanto più
precocemente possibile la presenza di
queste lesioni tramite endoscopia del
tratto gastrointestinale superiore onde
eludere le emorragie: quanto riscontrato
solleva la possibilità di utilizzare i
livelli ammoniemici per diagnosticare la
presenza di questo processo in
evoluzione. L'ammoniemia predice anche
lo scompenso epatico e la comparsa di
ascite. Questi dati non limitano
l'indicazione dell'endoscopia, ma
piuttosto suggeriscono un uso più
conveniente di questo strumento,
nell'ottica della limitazione dei costi
di analisi comunque tecnicamente valide.
Livelli ammoniemici che permangono
elevati a lungo dovrebbero indurre il
medico ospedaliero a prescrivere con
urgenza l'endoscopia al paziente, mentre
in presenza di livelli bassi è possibile
temporaneamente soprassedere a questa
procedura invasiva e costosa. La
misurazione dell'ammoniemia comunque
andrebbe effettuata prestando la massima
attenzione al prelievo di sangue. (BMC
Gastroenterology
PSA,
no grazie
Due grandi trial, uno
condotto in Europa e uno
negli Stati Uniti, sembrano
mettere la parola fine
all’annosa controversia
sull’utilità dello screening
con il PSA per carcinoma
della prostata: nel
Prostate, Lung, Colorectal,
and Ovarian (PLCO) Cancer
Screening Trial, Gerald
Andriole, della Washington
University School of
Medicine di St. Louis
riferisce, dopo un follow up
medio di 11 anni, di non
aver riscontrato nessun
vantaggio in termini di
mortalità dallo screening
combinato con esplorazione
rettale e dosaggio del PSA.
Nell’European Randomized
Study of Screening for
Prostate Cancer (ERSPC), che
invece ha tenuto conto solo
dei livelli di PSA,
l’urologo olandese Fritz
Schröder riferisce di aver
osservato dopo nove anni una
riduzione relativa della
mortalità del 20 per cento,
pari a sette morti per
cancro della prostata ogni
10.000 uomini esaminati, con
un alto rischio di sovra
diagnosi e tutte le sue
conseguenze in termini
clinici, economici e
relativi alla qualità di
vita. Fonte: New Engl J Med
pubblicato online
il18-3-2009 doi:
10.1056/NEJMoa0810696 e doi:10.1056/NEJMoa0810084
Il
cancro alla prostata si
opera dall'ombelico.
L’organo viene rimosso con
una sola incisione
L'ospedale Sacco di Milano
ha annunciato il primo
intervento italiano di
prostatectomia radicale da
una singola porta
ombelicale. Con tale tecnica
l'organo malato viene
estratto attraverso un'unica
incisione all'ombelico di
soli 25 millimetri,
abbattendo al minimo i tempi
di ricovero. Franco Gaboardi,
direttore dell'Unita' di
urologia dell'ospedale Sacco
di Milano ha spiegato che la
tecnica e' un'evoluzione
della laparoscopia
convenzionale resa possibile
grazie a un'innovazione
tecnologica chiamata Triport
che permette l'introduzione
di tre strumenti chirurgici
da un'unica incisione
cutanea. Oltre all'indubbio
vantaggio estetico si
riducono il dolore
post-operatorio, i tempi di
ripresa e di conseguenza la
degenza ospedaliera. Il
paziente sottoposto a tale
procedura puo' andare a casa
tre giorni dopo un
intervento che fino a pochi
anni fa richiedeva molti
giorni di ospedalizzazione
ritrovandosi un'incisione
ombelicale di 25 millimetri
da cui viene estratta la
prostata e un'incisione di 5
millimetri per il drenaggio.
Oncologia
Tumore prostatico: CTC
predicono mortalità
La conta delle cellule
tumorali circolanti (CTC) è
uno strumento di previsione
della mortalità più potente
del PSA nei pazienti con
tumore prostatico
metastatico sottoposti a
chemioterapia. Tale
parametro infatti risulta
fortemente associato alla
mortalità nei pazienti con
malattia progressiva e
resistente alla castrazione,
mentre le variazioni del PSA
sembrano non esserlo
affatto. Sullo stesso
campione di pazienti era
stato precedentemente
dimostrato che la presenza
di cinque o più cellule
tumorali su 7,5 millilitri
di sangue predice esiti
complessivamente peggiori.
E' necessario ora stabilire
tramite studi clinici se sia
o meno il caso di includere
la conta delle CTC fra i
parametri di progressione
della malattia. (Lancet
Oncol online 2009,
pubblicato l'11/2)
Rischi
ortopedici dei diuretici in
menopausa
L'uso prolungato di diuretici
dell'ansa è collegato ad un
aumento del rischio di fratture
nelle donne in età
postmenopausale. La correlazione
fra diuretici dell'ansa, BMD,
cadute e fratture dopo la
menopausa non era stata finora
ben delineata. A seguito di
varie approssimazioni per
fattori interferenti, non sono
state invece riscontrate
associazioni significative fra
l'aver mai fatto uso di
diuretici dell'ansa e variazioni
della BMD, cadute o fratture.
Questi diuretici vengono usati
da donne il cui stato di salute
è già precario e che sono già a
rischio di fratture, ma comunque
rimane la correlazione fra uso
di diuretici dell'ansa e maggior
rischio di fratture dopo la
menopausa. (Arch Intern Med.
2009; 169: 132-40)

Infarto: tachicardia a riposo
aumenta il rischio
Un'elevata frequenza cardiaca a
riposo è associata ad un
incremento del rischio di
infarto o mortalità per cause
coronariche nelle donne. Diversi
studi avevano già dimostrato
questo rischio nel sesso
maschile, anche tenendo conto di
potenziali fattori interferenti
come pressione e colesterolemia,
ma è la prima volta che il
concetto viene esteso anche alle
donne. In ogni caso, soltanto le
donne con 76 battiti al minuto o
più sono esposte ad un
significativo aumento del
rischio, e comunque questo
fenomeno non è associato ad un
aumento del rischio di ictus. Se
il medico verifica già la
frequenza cardiaca come parte
della normale procedura di
valutazione del rischio
cardiovascolare, tale fattore
potrebbe aggiungersi a quelli
considerati nella selezione
dell'aggressività del
trattamento: se un paziente è
riluttante ad assumere farmaci
per l'ipertensione o il
colesterolo, tale atteggiamento
potrebbe essere rivisto in
presenza di un'elevata frequenza
cardiaca a riposo. (BMJ
online 2009, pubblicato il 4/2)
Tumori
al seno: nuova scoperta
Studiosi Usa hanno trovato il gene
della forma aggressiva (ANSA) - WASHINGTON
E' stata scoperta una mutazione genetica
responsabile di tumori del seno che si
diffondono velocemente e resistenti alla
chemioterapia.Il gene, individuato da
studiosi Usa, si chiama in sigla 'Mtdh' e ha
dimostrato di essere presente in copie
multiple in pazienti colpiti appunto da
forme di cancro della mammella
particolarmente aggressive.
Lo riferisce la rivista 'Cancer Cell'
sottolineando che 'Mtdh potrebbe risultare
implicato in altri tipi di tumore quali
quello della prostata'.
Poca anti-meningococcica
La meningite meningococcica costituisce quasi un terzo dei 900 casi annui italiani ed è una delle principali cause di mortalità e morbilità nelle fasce d'età 0 e-4 anni e 15-19 anni; la vaccinazione anti-meningococco C, che con il B (privo di vaccino) è il più comune in Italia e in Europa, resta però poco utilizzata, per scarsa informazione e anche per una confusione alimentata dalla diversità delle offerte regionali. Da un'indagine demoscopica Gfk Eurisko tra 1.050 mamme italiane con figli da 0 a 15 anni risulta che buona parte sa che è una malattia grave e che l'85% sa che c'è il vaccino, solo il 48% però ha fatto vaccinare i figli. Principale fonte d'informazione sono i media, più del medico, però metà di chi ha chiesto delucidazioni a quest'ultimo lo ha fatto di propria iniziativa e solo un quarto le ha ricevute per iniziativa del medico. Motivi di rinuncia al vaccino: paura di scarsa copertura o di effetti collaterali, ma anche mancato consiglio da parte del medico, non obbligatorietà e scarsa informazione (metà di chi non ha fatto vaccinare i figli cambierebbe idea in caso di informazioni convincenti). I casi di meningite meningococcica C dal 2005 sono calati grazie all'inserimento della vaccinazione in alcune Regioni, secondo le raccomandazioni del Piano nazionale vaccini 2005-2007: in certe però l'offerta è attiva e gratuita, in altre gratuita e non attiva, in altre in copagamento, diverse poi le coorti sopra l'anno di età (nelle quali si dà in unica dose ). La questione è tuttora in discussione per il nuovo PNV 2008-2011, e la sollecitazione è a un'offerta gratuita e attiva per aumentare la richiesta di un vaccino raccomandato come appunto questo. Laddove l'offerta del vaccino anti-meningococco infatti è stata attiva e gratuita e si sono fatte campagne informative il problema si è risolto: come in Gran Bretagna, dove dall'introduzione nel 1999 si sono ridotti del 95% i casi di meningite C nei bambini, da quando lì si sono azzerati da noi ce ne sono stati 600.
Coli nelle urine più resistenti a fluorochinoloni
La resistenza ai fluorochinoloni negli isolati urinari di Escherichia coli di pazienti ambulatoriali è aumentata dopo la raccomandazione per il loro uso empirico per il trattamento delle infezioni delle vie urinarie. La gestione di queste infezioni, un razionale comune per l'uso di antibiotici negli adulti, viene complicata dalla resistenza emergente dell'Escherichia coli agli antibiotici orali: la rapida comparsa della resistenza ai fluorochinoloni in seguito all'aumento delle prescrizioni suggerisce che farne ulteriore uso renderebbe questi farmaci inaffidabili per il trattamento entro breve tempo. Benchè l'uso degli antibiotici porti prevedibilmente alla comparsa di resistenze, la rapidità con cui ciò accade non poteva essere prevista. Ove possibile, dunque, come nella maggior parte dei casi di cistite semplice, andrebbero impiegati regimi che non prevedano l'uso di fluorochinoloni onde preservare questa importante classe di antibiotici. (Am J Med 2008; 121: 876-84)
Gli antitrombotici prima della chemioterapia abbattono i rischi
Utilizzare farmaci antitrombotici prima di sottoporsi alla chemioterapia riduce i rischi di trombosi venosa. Sono queste le conclusioni a cui è giunto il piu' ampio studio al mondo sull'efficacia dei farmaci contro i trombi nei pazienti malati di cancro. L'autore Giancarlo Agnelli, ematologo dell'universita' di Perugia, lo ha presentato al 50° Congresso dell'American Society of Hematology (Ash), in corso a San Francisco. Lo studio multicentrico, condotto su ben 1.166 pazienti con tumore in fase avanzata ai polmoni (279), colon (235), seno (165), ovaie (143), stomaco (98), retto (87), pancreas (53), testa e collo (36) e in altri distretti (54) ha voluto misurare l'efficacia della nadroparina. Ad alcuni pazienti e' stato somministrato il farmaco, ad altri un placebo. Il trattamento e' iniziato in coincidenza con il primo ciclo di chemioterapia, ed è stato prolungato per un massimo di 4 mesi. Solamente 16 dei 769 malati trattati con la nadroparina ha avuto un qualche caso di trombo venoso (2,1%), rispetto ai 15 dei 381 pazienti a cui era stato dato il placebo (3.9%). Inoltre il farmaco e' apparso sicuro, visto che una percentuale molto bassa (0,7%) di malati ha sperimentato perdite di sangue. Un altro importante dato messo in evidenza dalla ricerca italiana riguarda il fatto che i tumori che determinano più trombi sono quelli al polmone e al pancreas
In progress per virus West Nile
In Italia si sono appena segnalati in ottobre i primi due casi umani, in Emilia Romagna, dopo alcuni casi veterinari registrati tra cavalli, mentre in Nord America l'infezione da virus del Nilo Occidentale ha avuto una certa diffusione negli ultimi anni: l'agente patogeno trasmesso dalle zanzare e balzato alla cronaca per i casi di New York nel 1999 ha finora ucciso più di mille persone tra Stati Uniti e Canada, oltre a un numero enorme di uccelli e ad altri animali. Principali vettori sono zanzare del genere Culex; il rischio d'infezione umana (non c'è trasmissione interumana) sembra più alto per i residenti in zone urbane coperte da vegetazione ma sono ancora allo studio le condizioni ottimali perché ciò avvenga. Il virus sarebbe stato identificato per la prima volta in Uganda nel 1937, approdato ufficialmente negli Stati Uniti nel 1999 si è diffuso in tutto il Nord America nell'arco di cinque anni; contro l'eventualità di una più ampia propagazione mondiale si sta studiando un possible vaccino. Un vaccino terapeutico a DNA contro il West Nile virus è stato sviluppato a Leipzig, Germania, con plasmidi del patogeno codificanti per gli antigeni che stimolano la risposta anticorpale. I vantaggi di un vaccino di questo tipo sono la sicurezza, l'attivazione di tutti i meccanismi di difesa dell'organismo, l'economicità e la conservazione senza refrigerazione che ne rende ottimale l'uso in paesi a clima caldo. Si stanno sviluppando preparati utilizzabili in campo sia veterinario sia umano che per ora hanno superato i test iniziali; le ricerche di laboratorio dovrebbero concludersi a fine 2009, altri tre anni circa sono previsti per le procedure di approvazione che comprendono i trial clinici.
Fraunhofer Institute, Leipzig
Il
vantaggio di un programma formale gestito
dai farmacisti Delate T et al.,
Pharmacotherapy.
I programmi formali di somministrazione di
farmaci gestiti dai farmacisti possono
essere il modo migliore per garantire un
trattamento adeguato dopo le dimissioni da
un istituto di cura specializzato. I
pazienti del presente studio, sottoposti a
follow-up, presentavano una riduzione del
78% del rischio di decessi nei 60 giorni
successivi alle dimissioni e un aumento
delle visite ambulatoriali per prestazione
di cure, mentre non si è osservata una
riduzione delle visite al pronto soccorso o
di nuove ospedalizzazioni. La mortalità
significativamente ridotta conferma la
validità di questa iniziativa che dovrebbe
rientrare nel processo di transizione in
materia di cure.
Passo avanti contro i
resistenti
Procede la ricerca contro
la resistenza dei batteri agli
antibiotici. Scienziati britannici dell'Institute
of Structural and Molecular Biology (Ismb)
di Birkbeck, dell'ateneo e dell'University
College di Londra sono infatti riusciti
a identificare un meccanismo utilizzato
dai batteri che causano malattie come la
pertosse, l'ulcera e la legionella,
gettando le basi per comprendere meglio
il modo in cui i geni della resistenza
agli antibiotici si diffondono da un
batterio all'altro. La resistenza ai
farmaci - spiegano gli autori su
'Science' - si diffonde quando c'è uno
scambio di materiale genetico fra due
batteri, uno dei quali è mutato in modo
da diventare impenetrabile all'attacco
degli antibiotici. Questo scambio è
facilitato da un sistema multifattoriale
chiamato sistema di secrezione tipo IV,
che agisce trasportando i geni della
resistenza agli antibiotici dall'interno
di una cellula attraverso la sua
membrana, e poi alla cellula vicina.
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