La posta dell'Ordine
In questi 50 anni, la lettera del Dott. Enrico Gallucci
Cinquanta anni fa siamo usciti dall’università con il diploma di Laurea. Eravamo molto contenti, avevamo raggiunto la meta per cui avevamo studiato e faticato. Ci sembrava di avere il mondo in mano; avevamo una buona e solida preparazione (teorica), eravamo pronti a entrare nel regno del lavoro, pronti a operare per e con quelle aspettative che ci avevano guidato e accompagnato nei sei anni di corso.
Ci eravamo impegnati in quegli anni per fare diagnosi corrette, suggerire terapie adeguate, ci aspettavamo di ricavare dal nostro impegno soddisfazioni professionali e umane.
Sono passati da allora 50 anni! Ognuno di noi ha fatto un suo percorso, ha dedicato la propria vita al proprio e unico modo di intendere la nostra professione.
Ma….50 anni sono stati anche il luogo in cui abbiamo continuato a imparare non solo gli aspetti scientifici e le novità tecnologiche che facilitavano il nostro lavoro.
Abbiamo imparato che il paziente non è “ la malattia”; è un essere umano bisognoso di comprensione e di accoglienza. Che si affida a noi e si aspetta un nostro agire adeguato e realistico. Abbiamo imparato che il bisogno rende ciascuno fragile e dipendente e abbiamo imparato a non strumentalizzare la persona che si rivolge a noi e non utilizzare il nostro sapere come un potere da esercitare.
Ma abbiamo anche imparato, sulla nostra pelle (e su quella dei pazienti), ad affrontare e tollerare il dubbio, il limite, l’impotenza e ciò nonostante abbiamo continuato a darci fiducia e abbiamo continuato a rispondere alle richieste di chi si rivolgeva a noi con speranza. E altre volte ci siamo resi conto di avere sbagliato e abbiamo imparato che il vero non è possesso di nessuno.
Abbiamo imparato ad affrontare e tollerare invidie e incomprensioni. Ma altre volte anche un semplice sorriso ci ha ripagato delle fatiche fatte. Alte volte abbiamo pianto (magari solo dentro di noi) con chi ci stava lasciando o con chi veniva lasciato e con cui avevamo condiviso speranze che non si erano concretizzate. In questi momenti il nostro cuore si riempiva di esperienze che ci facevano crescere.
Siamo stati testimoni di tanti progressi della medicina che hanno reso obsoleto quello che i nostri maestri ci avevano insegnato: abbiamo dovuto riconoscere che la medicina, come la vita, è un processo evolutivo e noi abbiamo assunto il compito di non ostacolare questo movimento, piuttosto essere contenti di potervi partecipare e dare il nostro contributo. E così potere conservare la speranza di vedere ampliarsi i margini della possibilità di intervenire efficacemente nelle varie condizioni patologiche che incontriamo.
Abbiamo imparato anche a riconoscere quanto grande è stato l’aiuto che in questi tanti anni abbiamo ricevuto da tanti colleghi “più grandi o più piccoli di noi”.
E’ con un senso profondo di riconoscenza verso molti – pazienti e non – che viene spontaneo dire GRAZIE a questo meraviglioso “mestiere” che ci ha fatto più uomini (e donne) e più umani.