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Archivio Farmacovigilanza 2007
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Effetti avversi associati alla terapia
con statine
(Alessandro Oteri, Dipartimento
Clinico e Sperimentale di Medicina e
Farmacologia dell’Università di Messina)
PREMESSA
Numerosi trials clinici hanno
chiaramente dimostrato che l’uso di
statine è associato a notevoli benefici
in prevenzione primaria e secondaria
cardiovascolare, in soggetti ad elevato
rischio (1,2).
In Italia, la terapia
ipolipemizzante con statine è soggetta a
rimborso da parte del Sistema Sanitario
Nazionale nelle seguenti condizioni
(NOTA 13):
-
dislipidemia familiare
-
in
prevenzione primaria, nei soggetti a
rischio elevato di un primo evento
cardiovascolare maggiore
-
in
prevenzione secondaria nei soggetti
con coronaropatia documentata,
pregresso ictus, arteriopatia
obliterante periferica o pregresso
infarto o diabete, nei casi in cui
l’ipercolesterolemia non può essere
corretta dalla sola dieta.
Il ritiro della
cerivastatina (Baycol-Bayer) dal mercato
degli Stati Uniti avvenuto nel 2001, ha
richiamato l’attenzione nei confronti
della sicurezza delle statine. Un
consultivo clinico del 2002 realizzato
American College of Cardiology/American
Heart Association/National Heart, Lung
and Blood Institute (ACC/AHA/NHLBI), ha
fornito linee guida e raccomandazioni
inerenti la selezione dei pazienti, la
diagnosi di miopatia ed il monitoraggio
appropriato durante la terapia con
statine.
Le conclusioni del consultivo sono state
le seguenti: “le statine si sono
dimostrate estremamente sicure nella
stragrande maggioranza dei pazienti che
ne fanno uso, tuttavia esse non sono
totalmente esenti da effetti collaterali
e come tutti i farmaci il loro uso
dovrebbe essere effettuato in maniera
appropriata e con giudizio”(3).
Di seguito vengono discussi i principali
effetti avversi associati all’uso di
statine, puntando l’attenzione in
particolare alla prevalenza, ai
meccanismi con cui questi si manifestano
ed ai fattori di rischio ad essi
correlati.
DIFFERENZE TRA LE STATINE
Alterazioni nell’assorbimento,
distribuzione, metabolismo ed escrezione
delle statine possono essere indotte da
differenze farmacocinetiche intrinseche
o da disfunzioni d’organo (4,5).
Tre delle statine attualmente
disponibili (atorvastatina, simvastatina
e fluvastatina) sono dei composti
lipofili che necessitano di essere
metabolizzati a prodotti maggiormente
polari prima di essere escrete dai reni
(6,7).
La pravastatina e rosuvastatina sono
statine idrofile caratterizzate da una
minore distribuzione nelle cellule non
epatiche. In teoria tali statine
dovrebbero più difficilmente causare
miopatia (8).
INTERAZIONI FARMACOLOGICHE
Circa 40 differenti citocromi P (CYP)
sono presenti negli esseri umani, molti
dei quali rappresentano degli importanti
mediatori del metabolismo dei farmaci
(9).
Ad esclusione della pravastatina, tutte
le statine sono soggette, a livello
epatico, al metabolismo di fase 1
mediato dagli isoenzimi del CYP 450
(6,7).
L’isoenzima CYP3A4 è responsabile del
metabolismo di atorvastatina,
lovastatina e simvastatina, mentre
fluvastatina e rosuvastatina vengono
metabolizzate principalmente
dall’isoenzima CYP2C9. Anche la
rosuvastatina viene metabolizzata dal
CPY2C9, ma il suo metabolismo è minimo
dato che solo il 10% della dose
somministrata viene ritrovata sottoforma
di metaboliti.
Le interazioni farmacologiche che
coinvolgono il sistema CYP possono
manifestarsi sotto forma di (5,6):
-
inibizione del metabolismo.
-
induzione del metabolismo.
-
competizione di più substrati per lo
stesso enzima con conseguente
inibizione del metabolismo.
Se un isoenzima fondamentale per il
metabolismo dei farmaci viene
parzialmente o totalmente inibito, i
livelli plasmatici di una statina
possono aumentare in maniera drammatica,
ponendo i pazienti a rischio di eventi
avversi (10).
Per contro, i farmaci che inducono
l’attività enzimatica possono portare ad
una riduzione dei livelli plasmatici
delle statine con conseguente riduzione
della loro efficacia. Infine, se più
farmaci vengono metabolizzati dallo
stesso isoenzima, questi possono
competere per l’enzima e ciò può
comportare la riduzione del metabolismo
e della clearance di uno o di entrambi i
composti.
Alcuni degli isoenzimi del CYP 450
presentano dei polimorfismi ben
documentati (per es. CYP2D6, 2C9 e 2C19)
mentre altri ne sono privi (per es.
CYP3A4 e CYP3A5). Quale sia l’importanza
dal punto di vista funzionale dei
polimorfismi non è comunque chiaro
(9,11,12).
Se un polimorfismo è chiaramente
presente ed attivo, nell’ambito di una
popolazione vi possono essere individui
che metabolizzano il farmaco in maniera
estensiva ed individui che lo
metabolizzano in maniera ridotta.
Molti pazienti che assumono statine,
oltre ad essere affetti da
ipercolesterolemia, possono presentare
patologie cardiovascolari per le quali
sono sottoposti a terapie
farmacologiche. In questo senso,
particolarmente interessanti sono i
calcio antagonisti non diidropiridinici
quali verapamil e diltiazem che agiscono
da inibitori del CYP3A4 e che
quindi possono causare un incremento dei
livelli plasmatici di statine.
Diversamente da questi, le
diidropiridine (per es. nifedipina o
amlodipina) non alterano la funzionalità
di questo isoenzima e quindi non danno
interazioni con le statine.
Altri farmaci comunemente prescritti
che inibiscono il CYP3A4
comprendono: macrolidi (quali
eritromicina, claritromicina e
telitromicina) e antimicotici
azolici (per es. itraconazolo e
ketoconazolo) mentre azitromicina e
fluconazolo non interferiscono col
CYP3A4 (13-18).
Poiché la pravastatina e la
rosuvastatina non vengono metabolizzate
dal CYP3A4, queste statine danno più
raramente interazioni farmacologiche
basate su questo meccanismo d’azione
(10).
-
Rätz
Bravo e coll. (19)
hanno effettuato uno studio crociato
su 2.742 pazienti ambulatoriali
usando uno screening elettronico per
la valutazione delle interazioni
farmacologiche delle statine. Gli
autori hanno osservato che 190
pazienti (6.9%) hanno manifestato un
totale di 198 interazioni
farmacologiche potenzialmente
pericolose tra una delle 4 statine
studiate (simvastatina,
atorvastatina, pravastatina e
rosuvastatina) ed altri farmaci. I
farmaci maggiormente coinvolti in
tali interazioni sono stati i
fibrati o la niacina (il 9.5% dei
pazienti che hanno manifestato
interazioni farmaci-statine), gli
inibitori del CYP3A4 (70.5%), la
digossina (22.6%) e la ciclosporina
(1.6%).
-
Un’analisi effettuata su un database
canadese ha evidenziato che i
farmaci maggiormente associati ad
incremento dei livelli plasmatici di
statine sono l’eritromicina (8,2%
dei pazienti), l’omeprazolo (5,5%),
la cimetidina (3,6%) e la
claritromicina (3,5%).
E’ interessante notare come il
gemfibrozil e il fenofibrato presentano
un diverso rischio di interazioni con le
statine (20).
Prueksaritanont e coll. (21),
usando epatociti umani, hanno
evidenziato che l’interazione
farmacocinetica tra il gemfibrozil e le
statine non è dovuto all’effetto
inibitorio del fibrato quanto piuttosto
alla sua capacità di influenzare
l’ossidazione e la glucuronidazione
delle statine, meccanismo che non
coinvolge il CYP3A4. La glucuronidazione
è una reazione di coniugazione il cui
scopo è quello di incrementare
l’idrosolubilità dei farmaci favorendone
l’eliminazione attraverso l’emuntorio
renale. Le interazioni farmacologiche
mediate dalla glucuronidazione
coinvolgono principalmente le statine
lipofile. Le differenze in termini di
rischio osservate per i fibrati
potrebbero essere dovute al fatto che
il fenofibrato, diversamente dal
gemfibrozil, non influenza il meccanismo
della glucuronidazione.
Un altro potenziale meccanismo alla base
dell’interazione statine-fibrati
potrebbe essere quello che coinvolge un
trasportatore epatico, l’Organic
Anion Transporting Polypeptide 2 (OATP2
altrimenti noto come OATP1B1).
L’inibizione di questo trasportatore da
parte del gemfibrozil potrebbe
incrementare i livelli plasmatici delle
statine, in particolare di simvastatina,
atorvastatina, pravastatina e
rosuvastatina, che sono substrati del
OATP2 (22-24).
Inoltre, è possibile che mutazioni nel
gene che controlla la produzione del
OATP2 possono essere responsabili della
variabilità individuale nella risposta
farmacocinetica e farmacodinamica alle
statine (24,25).
Un meccanismo d’azione simile potrebbe
essere coinvolto nell’interazione tra
ciclosporina e rosuvastatina (26).
Per contro, Martin e coll. (27)
hanno osservato solo delle minime
variazioni nella farmacocinetica della
rosuvastatina quando questa viene
associata al fenofibrato.
Molte statine sono substrato della
glicoproteina P, un trasportatore
presente nell’intestino tenue che può
ridurre la biodisponibilità dei farmaci
somministrati per via orale (28).
La rosuvastatina è un noto substrato
della glicoproteina P. Gli inibitori
della calcineurina (per es. la
ciclosporina o il sirolimus) sono dei
potenti inibitori della glicoproteina P.
Questi farmaci, che vengono solitamente
utilizzati per prevenire il rigetto
d’organo nei pazienti trapiantati,
possono causare alterazioni lipidiche ed
accelerare la progressione
dell’aterosclerosi. I trapiantati sono
perciò un gruppo di pazienti ad elevato
rischio di patologie cardiovascolari che
spesso necessitano di effettuare terapie
con statine, ma che, proprio per
l’interazione farmacologica
statine-immunosoppressori, possono
presentare un maggior rischio di
miopatie, causate dall’incremento dei
livelli plasmatici delle statine (4,5,26,29,30).
Tuttavia, con un opportuno monitoraggio
e aggiustando le dosi, la terapia con
statine è raccomandata nei pazienti
trapiantati, allo scopo di ridurne il
rischio cardiovascolare e aumentarne
l’aspettativa di vita (31).
EPATOTOSSICITÀ.
Prevalenza.
Sulla base dei dati provenienti dai
trials clinici e dalle review delle
segnalazioni cliniche, l’incremento dei
livelli di transaminasi, valutati nei
test di funzionalità epatica (TFE), a
livelli clinicamente significativi
(generalmente definiti come 3 volte
superiori alla norma), sono stati
osservati in una percentuale variabile
tra lo 0,5% ed il 2% dei pazienti che
assumono statine e sono risultate
solitamente dose dipendenti (3,32,33).
La maggior parte delle alterazioni
epatiche si manifestano generalmente
entro i primi 3 mesi di terapia (34).
L’incremento dei livelli di transaminasi
ai TFE non sempre si manifesta al
rechallenge o quando la statina viene
sostituita (35).
Nel caso delle tre principali statine,
l’incremento dei valori di transaminasi
a livelli 3 volte superiori alla norma,
osservato in due o più occasioni
consecutive, è riportato nella tabella 1
(19-23):
|
Tabella 1 |
|
Statina |
Dosaggio (mg)
|
Incremento dei livelli di
transaminasi (%)
|
|
Rosuvastatina
|
5
10
20
40 |
0,4
0
0
0,1 |
|
Atorvastatina
|
10
20
40
80 |
0,2
0,2
0,6
2,3 |
|
Simvastatina
|
40
80 |
0,9
2,1 |
|
Ezetimibe/simvastatina
|
In generale
10/80 |
1,7
2,6 |
Appare interessante notare come
l’incremento dei valori di transaminasi
a livelli significativi, in due o più
occasioni, si manifesti nel caso
dell’associazione ezetimibe/simvastatina
con un’incidenza superiore a quella
delle altre statine somministrate in
monoterapia (36).
Le disfunzioni epatiche indotte da
statine sono solitamente rare e
accompagnate da incrementi asintomatici
dei livelli di transaminasi o da
colecistite acuta. Nella maggior parte
dei casi comunque i valori di
transaminasi rientrano nella norma al
momento in cui viene ridotta la dose di
farmaco somministrato mentre in casi
rarissimi si può avere un peggioramento
dei sintomi con comparsa di
insufficienza renale (3).
Meccanismo patogenetico
Alcuni test di funzionalità epatica sono
aspecifici e dei risultati anormali
possono essere indicativi di
un’interazione pericolosa tra un farmaco
e le cellule epatiche, ma possono anche
riflettere un quadro patologico non
correlato al farmaco, quale ad esempio
un’infezione sistemica aspecifica (37).
Un lieve incremento dei livelli di
transaminasi può essere presente prima
di iniziare una terapia farmacologica;
ciò si è reso evidente nei pazienti
trattati con placebo nei quali si è
avuto uno 0,4% dei casi caratterizzati
da incremento dei livelli di ALT a
valori 3 volte superiori alla norma
(38,39).
Visto che lievi e precoci incrementi dei
livelli di transaminasi non sono
predittivi di un susseguente maggiore
rischio di innalzamenti persistenti e a
valori 3 volte superiori alla norma, i
medici non dovrebbero preoccuparsi di
utilizzare le statine nei pazienti con
variazioni minori negli enzimi epatici,
sebbene questi necessitino di un
monitoraggio costante e/o di un
aggiustamento della dose nel caso in cui
i valori di transaminasi giungano a
livelli significativi (38).
Fattori di rischio
La colestasi e patologie epatiche attive
rappresentano delle controindicazioni
all’uso delle statine. Non esistono
comunque evidenze che indichino
un’esacerbazione di patologie epatiche
indotte dalle statine (3).
Le statine non sembrano peggiorare il
quadro clinico nei pazienti con
innalzamento cronico dei livelli di
transaminasi secondario ad epatite
virale ed il trattamento
dell’iperlipidemia nei pazienti con
fegato grasso può realmente migliorare
l’alterazione dei livelli di
transaminasi (3).
MIOPATIA E RABDOMIOLISI
Prevalenza
Le statine sono associate a disturbi
muscolari che variano da debolezza
muscolare e crampi a mialgia con o senza
innalzamento dei livelli di creatin
kinasi (CK), lieve incremento dei
livelli di CK o miosite e rabdomiolisi
(40).
La mialgia è la meno grave, ma anche la
più frequente manifestazione di
tossicità muscolare. La rabdomiolisi
potenzialmente associata a insufficienza
renale è invece la meno frequente, ma
anche la più grave di queste
manifestazioni patologiche. La
rabdomiolisi è una sindrome derivante da
un danno del sarcolemma che determina il
rilascio nel circolo ematico di sostanze
contenute nei miociti scheletrici
(mioglobina, acido urico ed
elettroliti). Alla base di questa
patologia vi possono essere numerose
cause tra le quali la terapia con
statine (41).
Sulla base dei risultati provenienti da
30 trials clinici randomizzati, la
mialgia è stata notata in una
percentuale compresa tra lo 0 ed il
32,9% dei pazienti (contro il 33,2% dei
casi osservati nei gruppi di controllo).
Dai dati provenienti dalla pratica
clinica si osserva che la mialgia è
stata riportata in un range compreso tra
l’1% ed il 5% per la maggior parte dei
pazienti trattati (42-46).
L’incremento dei livelli di CK è
risultato compreso tra lo 0 ed il 4,9%
dei casi (nella maggior parte degli
studi meno dell’1% dei pazienti trattati
con statine ha manifestato tale evento
avverso).
La miosite è stata osservata in 49
pazienti su 42.323 trattati (0,12%) e in
44 pazienti su 41.535 controlli (0,11%).
Infine, la rabdomiolisi è risultata un
evento raro con soli 7 casi (0,02%) nei
gruppi dei trattati con statine e 5 casi
(0,01%) nei gruppi di controllo (40).
Queste osservazioni sono state
confermate da Andrade e coll. (47)
che hanno riportato un’incidenza pari
allo 0,01% di miopatia severa e di
rabdomiolisi tra 200.000 pazienti
ospedalizzati, nuovi utilizzatori di
statine o fibrati.
Sulla base delle informazioni
provenienti da questi studi e da
numerose altre fonti (32,48-50),
lo sviluppo di miopatia e di
rabdomiolisi è relativamente poco comune
per tutte le statine attualmente
disponibili (33).
Ciò è stato recentemente confermato per
la rosuvastatina (la più potente statina
attualmente disponibile sul mercato). Da
un’analisi post marketing condotta
dall’FDA, la miopatia è stata riportata
con un’incidenza dello 0,2% e la
rabdomiolisi con un’incidenza dello
0,01% (51).
Meccanismo patogenetico
Sebbene il preciso meccanismo con cui
insorge la miopatia indotta da statine
non sia stato ancora chiarito, sembra
che tali farmaci inducano una deficienza
acquisita di ubichinone (coenzima Q10)
riducendone i livelli circolanti. Tale
effetto conduce a sua volta
all’inibizione della produzione di uno o
più precursori del colesterolo (40).
Quali siano gli effetti delle statine
sui livelli muscolari di ubichinone non
è stato ancora ben compreso e la
somministrazione di supplementi di
coenzima Q10 per ridurre il rischio di
miopatia rimane controverso (52,53).
Fattori di rischio
I principali fattori di rischio per le
sindromi muscolari associate all’uso di
statine sono catalogati nella tabella 2.
|
Tabella 2. Principali
fattori di rischio per le
patologie muscolari
associate all’uso di statine
|
|
Età avanzata (specialmente
superiore agli 80 anni)
|
|
Sesso (le donne presentano
maggiori rischi)
|
|
Ridotta massa corporea
|
Patologie multisistemiche
-
Insufficienza renale
cronica
-
Diabete mellito
-
Ipotiroidismo
-
Epatopatie
|
|
Periodo post operatorio
|
|
Traumi maggiori
|
|
Ipotermia
|
|
Alterazioni elettrolitiche
|
|
Acidosi metabolica
|
|
Ipossia
|
Infezioni virali
-
Epstein-Barr
-
Influenza
-
Coxsackie
|
|
Infezioni batteriche
|
|
Assunzione di grosse
quantità di succo di
pompelmo (più di ¼ l al
giorno)
|
|
Alcolismo
|
|
Assunzione di farmaci
concomitanti
|
Molte sindromi miopatiche associate
alla somministrazione di statine tendono
a manifestarsi nei pazienti che
presentano uno o più di questi fattori
di rischio (3).
In questi pazienti, la terapia con
statine dovrebbe essere iniziata con
cautela. Inoltre i pazienti dovrebbero
essere messi al corrente riguardo il
rischio di miopatie e dovrebbero essere
invitati a segnalare qualsiasi tipo di
disturbo muscolare non correlato
all’esercizio fisico o ad eventuali
traumi.
Se un disturbo muscolare non può essere
spiegato con un semplice esame
obiettivo, è necessario misurare i
livelli di CK e se questi risultano
incrementati a valori almeno 10 volte
superiori rispetto alla norma, la
terapia con statine deve essere
immediatamente interrotta (3).
Come appare nella tabella 2, tra i
fattori di rischio per la miopatia
associata all’uso di statine bisogna
considerare infine le interazioni
farmacologiche che coinvolgono gli
isoenzimi del citocromo P450, la
glicoproteina P e l’OATP2.
PROTEINURIA
Un raro e transitorio effetto associato
alla terapia con statine è una
intermittente proteinuria tubulare che
ha suscitato inquietudine al momento in
cui è stato osservato durante i trials
clinici premarketing della
rosuvastatina. Questo effetto è stato
osservato in meno dell’1-1,2% dei
pazienti trattati con placebo,
rosuvastatina (5-40 mg/die),
atorvastatina (10-80 mg/die),
simvastatina (20-80 mg/die) e
pravastatina (20-40 mg/die). Nessuno dei
casi di proteinuria osservati in questi
trials clinici è stato associato a
evidente riduzione della funzionalità
renale e tutti sono risultati
reversibili, con o senza riduzione della
dose (54).
Quest’anno l’FDA ha pubblicato una
dichiarazione in cui sostiene che la
proteinuria associata a statine non è
indicativa di un effetto tossico a
livello renale (51).
Infatti, alcuni ricercatori hanno
osservato che l’uso di statine può
essere associato a riduzione
dell’infiammazione e della fibrosi
tubulo interstiziale, svolgendo un
effetto protettivo piuttosto che dannoso
sulla funzionalità renale (55).
ALTRI EFFETTI AVVERSI
Altri sintomi che possono essere
osservati nei pazienti trattati con
statine comprendono dispepsia e, più
raramente, nausea, cefalea o malessere.
I trials clinici solitamente evidenziano
che tali effetti avversi si manifestano
con un’incidenza analoga a quella
osservata nei pazienti trattati con
placebo. Spesso pertanto la relazione
causale con la terapia rimane poco
chiara.
La polineuropatia è un altro
evento avverso presumibilmente associato
alla terapia con statine. In uno studio
caso controllo Gaist e coll. (56)
hanno osservato che l’odds ratio per la
polineuropatia associata all’uso di
statine era pari a 3,7 (IC 95%, da 1,8 a
7,6) per tutti i casi e a 14,2 (IC 95%,
da 5,3 a 38,0) per i casi definiti. Il
corrispondente odds ratio negli
utilizzatori attuali era 4,6 (IC 95%, da
2,1 a 10,0) per tutti i casi e 16,1 (IC
95%, da 5,7 a 45,4) per i casi definiti.
Alcuni autori hanno riportato
disturbi del sonno, anche se in uno
studio condotto con lovastatina,
pravastatina e placebo, non sono state
osservate differenze statistiche nei
parametri del sonno durante il
trattamento (57).
Inoltre, poiché le statine alterano la
biosintesi del colesterolo e dei
composti ad esso correlati, i livelli
ormonali potrebbero essere alterati dal
trattamento farmacologico. Studi
relativi allo status ormonale sono
conflittuali e non suggeriscono un
effetto maggiore (58,59).
CONSIDERAZIONI SULLA DOSE
Nella primavera del 2005, l’FDA ha
redatto un documento circa le persone di
discendenza asiatica alle quali veniva
suggerito di iniziare la
somministrazione di rosuvastatina a 5
mg/die per il trattamento della
dislipidemia. Questo consiglio era
basato su uno studio di farmacocinetica
effettuato su volontari sani, nei quali
le concentrazioni plasmatiche di
rosuvastatina erano risultate circa due
volte superiori nei partecipanti di
origine asiatica, rispetto ai
partecipanti di razza bianca ai quali
venivano somministrate le stesse dosi di
farmaco.
Questo effetto può essere la risultante
di differenze nella funzionalità o
nell’espressione di uno o più
trasportatori (60).
In Giappone tutte le statine approvate
presentano dosaggi minori e la massima
dose raccomandata non è superiore alla
metà della massima dose approvata per
l’uso negli Stati Uniti. Inoltre, negli
Stati Uniti, l’FDA non ha approvato la
dose di 80 mg per la rosuvastatina a
causa del maggior rischio di miopatia
associato all’uso di questa statina.
RACCOMANDAZIONI DI SICUREZZA
PER L’USO DELLE STATINE
Nei pazienti con gravi disfunzioni
d’organo, in quelli che assumono farmaci
potenzialmente interagenti e negli
anziani, la terapia con statine dovrebbe
essere effettuata con i farmaci che
danno il minor numero di interazioni
farmacologiche quali pravastatina e
rosuvastatina (essendo quest’ultima più
attiva della prima). In ogni caso, i
pazienti inclusi in queste categorie
dovrebbero essere attentamente
monitorati (13).
Durante le visite di follow up i medici
dovrebbero porre particolare attenzione
nella valutazione di segni e sintomi
correlati a danno muscolare o epatico
così come dovrebbero indagare su sintomi
non specifici che potrebbero essere
correlati alla terapia (3).
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